Kabul e Herat dei talebani come Raqqa dell'Isis: quando l'orrore si fa spettacolo

Gli Studenti coranici hanno issati con le gru quattro cadaveri nel centro di Herat, impiccati al pennone per ammonire la popolazione: “Ecco la pena per i rapitori”. E la gente fotografava

Talebani

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Umberto De Giovannangeli 25 settembre 2021

Kabul (come capitale dell'Emirato islamista) come Raqqa. L’orrore si fa esibizione. Ieri con i tagliagole  dell’Isis, oggi con i Talebani. 

Gli Studenti coranici li hanno issati con le gru nel centro di Herat, impiccati al pennone per ammonire la popolazione: “Ecco la pena per i rapitori”, è scritto su un cartello bianco appeso al corpo di uno dei quattro uomini uccisi oggi - sabato - in pubblico nella grande città dell’est afghano. Lo avevano annunciato, e lo stanno realizzando: per contrastare la criminalità, l’Emirato islamico d’Afghanistan ha adottato la sharia nella sua spietata integralità.

Le immagini raccapriccianti dell’esecuzione pubblica dei quattro uomini sono state diffuse sui social dalle fonti di informazione locale, ormai quasi interamente trasferite su internet dopo la stretta sulla stampa operata dagli studenti coranici al potere. Video e fotografie mostrano la barbarie delle esecuzioni plateali. In questo caso è toccato a quattro persone accusate di rapimento.  La ricostruzione ufficiale dei Talebani cerca di “ammorbidire” l’orrore: i quattro sarebbero stati feriti mortalmente nel corso di un conflitto a fuoco. Da morti sono stati issati su una forca issata su quattro autogru. Un monito. Un esercizio di forza. E uno “spettacolo” offerto alla cittadinanza. L’altra faccia dell’orrore è nella folla, non si sa se convogliata a forza o affluita spontaneamente in quella piazza di Herat, per assistere al macabro  spettacolo. Come fossero in ino stadio.

Nei giorni scorsi erano iniziate in tutto il Paese le punizioni per i furti lievi, la gogna con pubblica esposizione dei ladruncoli con il viso pitturato di nero, le mani ammanettate dietro la schiena, ciocche di capelli tagliate e il maltolto appeso al collo. I talebani avevano spiegato che così vuole la sharia a cui si richiamano, rivendicandone i benefici per tenere sotto controllo la criminalità. Ma avevano anche spiegato a Repubblica che sarebbero presto state eseguite in pubblico anche le pene più importanti, come il taglio della mano per i furti più gravi.  Non si è dovuto attendere a lungo. Herat, che per anni ha ospitato la base italiana e ha visto rifiorire libertà e modernità dopo l’oscurantismo misogino e retrivo del primo governo talebano, è la prima città a ripiombare nelle tenebre con queste esecuzioni in piazza.

 

Mancano solo i video di rivendicazione, quelli messi in rete dallo Stato islamico per fare proseliti e mostrare la loro barbara ferocia. I Talebani non hanno bisogno di una video propaganda, loro governano. Si sono fatti Stato. Lo Stato del terrore. Lo Stato dell’oscurantismo. Lo Stato della dittatura della Sharia. 

Orrore senza limiti.

Racconta Lorenzo Cremonesi, inviato a Kabul del Corriere della Sera:Ci risiamo.

  Il nuovo regime talebano  sta seriamente considerando di tornare alle forme estreme di punizione del passato come il taglio delle mani per i ladri e le esecuzioni capitali per i reati più gravi Ancora non parlano di lapidazione per le donne adultere, però il tema è nell’aria. 
A dichiararlo è un pezzo grosso del vecchio Emirato che dominò a Kabul tra il 1996 e il 2001. Si tratta del mullah Nooruddin Turabiex ministro della Giustizia e del famigerato Ministero per la Protezione della Virtù e la Persecuzione del Vizio (appena riaperto al posto di quello per i Diritti delle Donne) e attualmente responsabile del sistema carcerario. 
«Le amputazioni punitive sono necessarie per garantire la nostra sicurezza interna», ribadisce in alcune interviste ampiamente riprese dalla stampa internazionale e dai media afghani. 
A suo dire, tali forme punitive potrebbero non svolgersi in pubblico, come invece avveniva a scopo «deterrente» due decenni fa. 
Gli abitanti di Kabul hanno ancora la memoria delle lapidazioni di fronte alla folla nello stadio municipale e nel piazzale della grande moschea Ein Gah. Ma praticamente ogni città e villaggio del Paese aveva i luoghi preposti a quei macabri spettacoli, che spesso avvenivano dopo le funzioni nelle moschee ogni venerdì a metà giornata. 
Il Mullah Turabi ne era un convinto sostenitore. Lui stesso aveva perso un occhio e una gamba combattendo da giovane contro l’esercito sovietico. Negli ultimi giorni si è espresso a favore dell’umiliazione pubblica dei ladruncoli di strada. 
Le pattuglie talebane hanno la facoltà di picchiarli, tingere i loro volti di nero e mostrarli alla gente nei cassoni dei loro gipponi con le scarpe infilate in bocca. Turabi ribadisce adesso che sono scelte che vengono fatte esclusivamente dai dirigenti talebani. «Nessun altro ha il diritto di dettare quali saranno le nostre leggi», afferma, rifiutando le proteste delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani..”.

La giustizia secondo i Talebani

Nel primo regime talebano, il mondo ha denunciato il sistema delle punizioni, che hanno avuto luogo nello stadio sportivo di Kabul o sul terreno della moschea di Eid Gah, spesso frequentata da centinaia di uomini afgani.

Le esecuzioni di assassini condannati erano di solito con un singolo colpo alla testa, eseguito dalla famiglia della vittima, che aveva la possibilità di accettare «soldi insanguinati» e permettere al colpevole di vivere.

Per i ladri condannati, la punizione era l’amputazione di una mano. Ai condannati per rapina in autostrada potevano essere tagliati una mano e un piede.

I processi e le condanne erano raramente pubblici e la magistratura era orientata a favore dei religiosi islamici, la cui conoscenza della legge era limitata alle ingiunzioni religiose.

Ritorniamo sulla macabra esposizione dei quattro cadaveri. La ferocia dei Talebani è nota. Ma quello che dovrebbe far riflettere è la folla plaudente. Perché quella folla racconta di un consenso verso la pratica dei Talebani che esiste in una parte della società afghana. Come una parte, minoritaria certo ma reale, della popolazione sunnita in Siria e Iraq, a Raqqa come a Mosul, almeno all’inizio aveva visto nel “califfo” al-Baghdadi una sorta di Saladino del Terzo Millennio, sceso in campo per difendere i sunniti di Siria e Iraq vessati dagli odiati sciiti. 

Vent’anni dopo l’inizio di una guerra che avrebbe dovuto portare stabilità, democrazia, “civiltà” in Afghanistan, quella piazza plaudente racconta di un fallimento culturale, politico, prim’ancora che militare, dell’Occidente.