Afghanistan: i piagnoni del giorno dopo e quel video che ci inchioda

Se una “conferenza” volete farla, fatela a Norimberga. Una conferenza-processo e sul banco degli accusati andrebbero in tanti. Il pubblico ministero c’è già. E’ la ragazza afghan

La ragazza afghana piange per l'arrivo dei talebani

La ragazza afghana piange per l'arrivo dei talebani

Umberto De Giovannangeli 16 agosto 2021

Ai “piagnoni del giorno dopo” consigliamo caldamente di guardare e riguardare un video che sta spopolando in queste ore drammatiche per l’Afghanistan, sui social.
"Noi non contiamo perché siamo nati in Afghanistan, scompariremo lentamente dalla storia. A nessuno importa di noi".
Sono le parole pronunciate a fatica, tra le lacrime, da una ragazza afghana dopo il ritorno dei 
talebani nel Paese. Il video, diventato virale, è stato diffuso via Twitter dalla giornalista iraniana Masih Alinej.

 

“A nessuno importante di noi”. In cinque parole, quella ragazza afghana ha detto tutto. Quelle parole rotte dal pianto valgono mille discorsi, mille erudite dissertazioni degli strateghi da salotto che in questi giorni, forse anche perché la politica italiana è in vacanza, hanno occupato i salotti mediatici inventandosi strateghi militari, descrittori di scenari, sentenziatori della domenica.

Lasciamo perdere, ma forse no, che la stragrande maggioranza di questi improvvidi soloni, l’Afghanistan l’hanno visto in cartolina o cliccando su un motore di ricerca. Questo è un italico vizietto che ha molto attecchito nella nostra categoria, quella dei giornalisti. Vale per l’Afghanistan, come per l’Iraq, la Palestina, la Siria, il Libano e via elencando. Tralasciamo pure questo fattarello, resta la verità della ragazza afghana. Una verità che fa male per quanto è chirurgica. Perché svela le ipocrisie dell’Occidente, del cosiddetto mondo libero. Perché mette in croce i teorici dell’esportazione della democrazia, una ideologia, perché tale era e resta, che ha poi giustificato guerre sciagurate e destabilizzanti come le due in Iraq, o quella in Libia, solo per citarne alcune. Certo, la Cina e la Russia non sono migliori, e il loro approccio ”pragmatico” alla costituzione dell’”Emirato Islamico” proclamato dai Taliban ne è una riprova.

Almeno, però, ne Mosca né Pechino provano a mascherare i propri interessi geopolitici con la vomitevole melassa dell’”umanitarismo” con la quale l’Occidente ha condito guerre che con l’umanitarismo non hanno mai avuto niente a che fare.

Ma ciò che rende ancora più insopportabile la retorica piagnona di queste ore è l’aver scoperto l’acqua calda. Che i talebani fossero da tempo padroni del territorio afghano, o comunque di una sua gran parte, era noto alle cancellerie europee come agli inquilini della Casa Bianca (non solo Trump, ma prima di lui Obama e dopo Biden). E questo era noto anche ad una informazione mainstream che però non aveva tempo e spazi per raccontare una tragedia in atto, presa com’era a riempire  pagine e pagine di retroscenismi di palazzo, o a dare conto delle idiozie pseudo scientifiche o “libertarie” dei nostrani no vax.

Che i talebani avrebbero riconquistato l’Afghanistan non era una questione di se ma di quando e di come. Così come fa incazzare, scusate il francesismo, leggere articolesse pretenziose e supponenti di chi dice, il giorno dopo, con il ditino alzato “lo avevo detto che quello afghano era una ridicola parvenza di esercito” che al primo colpo sparato dai “studenti coranici” si è sciolto come neve al sole. Ma questi improvvisati generali da salotto, una domanda: scusate, ma questo esercito di franceschiello chi lo ha addestrato? Quanti soldi – miliardi  sono stati buttati per inventarsi una polizia afghana, forze armate afghane, al servizio di signor nessuno spacciati per presidenti o primi ministri!
Rileggetevi le cronache del viaggio del nostro ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, in Afghanistan per l’ammaina bandiera a Herat. Un susseguirsi di affermazioni grondanti di retorica sul contributo essenziale che l’Italia, l’Europa, la Nato, l’America, avevano dato per la stabilizzazione e la democratizzazione dell’Afghanistan!! La missione si può dire conclusa. Conclusa con successo. Ora possiamo tornare a casa. Che lo possa dire il ministro della Difesa italiano, puoi anche chiudere un occhio per carità di patria, ma che questo concetto venga affermato dal presidente degli Stati Uniti d’America e dal capo della diplomazia statunitense, questo no, è insopportabile nella sua vigliacca falsità.

“Noi non contiamo niente”, ci ricorda la ragazza afghana.

E prima di lei, lo avevano fatto le sue coetanee curde massacrate, stuprate, dai criminali jihadisti nel Rojava; criminali al servizio del Sultano di Ankara, Recep Tayyp Erdogan. L’Occidente ha avuto una perdita di memoria, dimenticando allora il contributo decisivo sul campo dato dalle milizie curde siriane e curde irachene nella lotta contro i nazi-islamisti dell’Isis. Quelle ragazze sono state tradite. Così come lo sono le loro coetanee afghane. Siamo fuggiti. Potete rigirare la frittata come volete, parlare di missione conclusa, di ritiro e cos’altro. Potete addolcirvi la pillola, ma la realtà è che non vi siete chiesto: E dopo?
Dopo il nostro ritiro, che fine farà l’Afghanistan. E, soprattutto; a quale destino stiamo consegnando donne, ragazze e bambine, dai 12 anni in su, che i talebani considerano “bottino di guerra”. Qualcuno lo portiamo via con noi: interpreti, cuochi, autisti che hanno lavorato per le forze della coalizione. Ma sono una goccia d’acqua in un mare di disperazione e di sconfinato terrore. Ora che la bandiera bianca è issata su Kabul, ora leggiamo di riunioni straordinarie del Consiglio di Sicurezza, di vertici d’emergenza della Nato, di missioni che restano solo nella testa di chi vuole rubare un titolo o un take di agenzie. E poi, ecco la madre di tutte le prese in giro: la Conferenza internazionale. Una conferenza non la si nega a nessuno. Incontri, sorrisi, strette di mano, photo opportunity, dichiarazioni finali piene di buoni propositi. Poi si spengono i riflettori, e tutto ricomincia come prima. E’ avvenuto per la Palestina, per l’Iraq, per la Siria, per la Libia e prim’ancora per l’ex Jugoslavia. Risultati? Lasciamo perdere. Quella della “conferenza” è la pillola salva coscienza. E’ la falsa assunzione di responsabilità. E’ il nulla codificato. Chi scrive, per ragioni di età anagrafica, e non solo professionale, di queste conferenze del nulla ne ha seguite tante in giro per l’Europa e oltre: Madrid, Londra, Berlino, Parigi, Bruxelles, Istanbul, Il Cairo... Il più delle volte ne uscivi convinto che la sintesi giornalistica migliore era nelle parole del grande Robert Niro nella parte di Al Capone: “Tutto chiacchiere e distintivo”.

Quella afghana è una storia dove non esiste un happy end. Farlo credere è pura disonestà intellettuale. L’Occidente ha tradito due volte l’Afghanistan: iniziando la guerra vent’anni fa e oggi fuggendo lasciandosi dietro le spalle macerie, dolore, terrore. E non si dica: non lo sapevamo. Tutto era scritto in rapporti di intelligence. O bastava parlare con chi in Afghanistan operava per la vita, Emergency, Intersos..., e anche, naturalmente off record, con un nostro diplomatico. Bastava e avanzava per capire che l’Afghanistan era tutt’altro che stabilizzato e ancor meno democratizzato. Che a farla da padroni, quando non i talebani o quelli dell’Isis, erano i signori della guerra, quelli dell’oppio e del traffico di armi, erano gli inamovibili capi tribali. Era tutto chiaro, ma hanno fatto finta di non vedere.

 

“A nessuno importa di noi”. Questa è l’unica, tragica, verità. E se una “conferenza” volete farla, fatela a Norimberga. Una conferenza-processo e sul banco degli accusati andrebbero in tanti. Il pubblico ministero c’è già. E’ la ragazza afghana.