Matteo Renzi e il senso di giustizia nel Regno (saudita) della crudeltà

Il leader di Italia Viva insiste nel non voler prendere le distanze dal principe ereditario Bin Salman e si dimentica che in Arabia Saudita c'è stato un processo farsa e nessuno avrebbe potuto condannare Mbs

Renzi e il principe Salman
Renzi e il principe Salman
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

27 Marzo 2021 - 12.04


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L’autocritica non sa dove sia di casa. Quando poi c’è di mezzo l’Arabia saudita e il caro e munifico amico principe, Matteo Renzi prende d’aceto e va all’attacco. Ecco allora che agli inviati de Le Iene che l’hanno intervistato, il senatore di Rignano proclama: “L’omicidio Khashoggi è una vicenda molto triste che io ho condannato” e “i processi vengono fatti per questo” ma “gli esecutori, i responsabili, i mandanti, saranno scelti dalle autorità che non sono io”. 

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Già in precedenza, obtorto collo, era tornato a parlare dei suoi rapporti con l’Arabia Saudita: “Non c’è alcun conflitto d’interesse. L’unico interesse in conflitto è di qualcuno che vorrebbe io smettessi di parlare dell’Italia… L’attività parlamentare è compatibile con quella di uno che va a fare iniziative all’estero, su questi temi è tutto perfettamente in regola e legittimo”. 

Mohammad bin Salman? “È un mio amico, lo conosco da anni. E non c’è nessuna certezza che sia il mandante dell’omicidio Kashoggi. Sul quale peraltro da parte mia c’è una condanna piena evidente. Se voi – ha detto rivolgendosi ai giornalisti – avete certezze sul mandante non è così per l’amministrazione Biden. E io mi fido più di quest’ultima”. Gli risponde il vicesegretario del Pd, Giuseppe Provenzano: “No, Matteo Renzi. Lo dicono Biden e il Dipartimento di Stato Americano. Ma d’altronde uno gli amici se li sceglie” .Ancora. “Io non ho preso 80mila dollari per quell’intervista, è un’affermazione falsa”, dice il leader di Italia viva ai cronisti sull’intervista a bin Salman. Quanto all’affermazione sul Rinascimento arabo, “la ridirei. Sono molto convinto che la questione sul nuovo rinascimento arabo sia un tema molto interessante”.

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E le polemiche non si placano. Il M5S attacca Renzi: “Ha causato una crisi di governo in piena crisi pandemica e adesso va in giro per il mondo stringendo relazioni che intrecciano il suo ruolo da senatore a interessi privati: dall’Arabia Saudita all’Africa, troviamo sconcertante che Matteo Renzi continui imperterrito i suoi viaggi di affari. Per questo invochiamo che il Parlamento approvi quanto prima una seria e severa legge in materia di conflitto d’interessi. Non sono più tollerabili atteggiamenti simili da parte della classe istituzionale del Paese – dichiarano i deputati e le deputate del MoVimento 5 Stelle in commissione Esteri – Oggi Renzi si nasconde dietro un dito perché difende il suo rapporto privilegiato con Bin Salman spiegando come il principe saudita non sia stato sanzionato dall’amministrazione Biden. Significa quindi che rifarebbe quella conferenza? Non gli interessa il fatto che bin Salman sarebbe il mandante dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi? E ancora: quando si dimette da membro del board saudita per incompatibilità con carica da senatore italiano?. Non ci bastano le autointerviste: siamo qui per pretendere che Renzi chiarisca la natura dei suoi viaggi, in Arabia come in Africa, che risponda alle domande in nome della trasparenza e che, soprattutto, chieda scusa agli italiani. Su questo non arretreremo, vogliamo fare luce” concludono. 

“C’è un vuoto normativo su temi relativi a incontri e impegni con i regimi autoritari. Noi abbiamo una posizione diversa rispetto all’Arabia Saudita, siamo vicini alla posizione dell’America di Biden“. Così il segretario del Pd, Enrico Letta, ospite ieri di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, rispondendo a una domanda di Antonio Padellaro sui rapporti di Renzi con il principe saudita Bin Salman e la sua appartenenza al board

Pro memoria per Matteo

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Scriveva Riccardo Radaelli su Avvenire l’8 giugno 2019:  La pena più appropriata è la crocefissione o almeno lo smembramento del cadavere dopo l’esecuzione. Almeno così sembra pensare il procuratore saudita che vuole la condanna a morte di Murtaja Qureiris. Il suo crimine è davvero feroce. A dieci anni – si era ai tempi delle cosiddette Primavere arabe – guidò un piccolo corteo di biciclette per chiedere più libertà, in particolare per la minoranza sciita, sempre trattata duramente dalla Casa reale dell’Arabia Saudita. A tredici anni venne arrestato con la famiglia mentre cercava di raggiungere il vicino Bahrein. Da allora è in un carcere per terroristi e ha confessato – sotto tortura, sembra – di aver partecipato, quando aveva undici anni, a una protesta violenta contro una caserma di polizia, accompagnando il fratello maggiore, rimasto ucciso negli scontri.

Insomma, questa è la giustizia nel mondo di Mohammad bin Salman, per tutti MbS, principe ereditario e reale detentore del potere nel Paese. Una brutalità sconvolgente, ancor più se correlata alla pochezza dei reati contestati, per di più commessi da giovanissimo, sotto l’età minima per essere considerati giuridicamente responsabili. È una violenza repressiva che non sorprende chi va al di là degli specchietti e dei belletti con cui MbS cerca di convincere l’Occidente della modernizzazione in corso in Arabia Saudita. Le donne possono ora guidare, è stato sbandierato; certo: ma la repressione verso chi chiede più diritti è spietata, con arresti e punizioni corporali che mirano a spegnere ogni attivismo civico o femminista. Si fanno riforme cosmetiche a beneficio dell’immagine internazionale, ma si continua a sostenere la versione più dogmatica e intollerante dell’islam, come quella wahhabita e salafita, che tanti guasti ha provocato all’interno e all’esterno del mondo islamico. Sotto l’etichetta della lotta al terrorismo, nel Paese vengono arrestati, condannati e giustiziati oppositori in gran numero: riformisti che chiedono aperture reali, sospetti simpatizzanti dei Fratelli Musulmani – il più importante movimento politico islamista che rappresenta l’incubo di molti sovrani del Golfo –, e soprattutto gli appartenenti alla minoranza sciita. Questi ultimi vivono da decenni in una condizione di oppressione e oggettivo apartheid, peggiorata con l’accentuarsi della lotta geopolitica con l’Iran, dove l’islam sciita è religione di Stato. La pratica della tortura, delle frustate, degli abusi sessuali, delle pene corporali e delle esecuzioni pubbliche è sfortunatamente una pratica quotidiana in Arabia Saudita; ironicamente questa orrenda prassi è una delle poche cose che la accomuna al suo più acerrimo nemico, ossia la Repubblica Islamica dell’Iran, altro Paese uso torturare e condannare a morte dissidenti e oppositori. Ma giustiziare un ragazzo di diciotto anni, colpevole di reati minori (chissà se realmente commessi) quando aveva dieci anni – era solo un bambino insomma – per mandare un segnale di rigore sembra davvero intollerabile. Nonostante il fiume di soldi che il principe Mohammad bin Salman investe per migliorare la propria immagine e quella del Regno, e nonostante i peana dei suoi ben pagati cantori interni e internazionali”.

Il Regno della crudeltà

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Da un rapporto di Amnesty International: L’uccisione del giornalista dissidente saudita, Jamal Khashoggi, è solo l’ultima di una lunga serie di violazioni dei diritti umani che si aggiungono all’incredibile lista di quelle compiute in Arabia Saudita. Ecco dieci cose da sapere sul regno della crudeltà:

1 – Guerra devastante nello Yemen

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha contribuito in modo significativo a una guerra che ha devastato lo Yemen negli ultimi sei anni , uccidendo migliaia di civili, compresi i bambini, bombardando ospedali, scuole e case.

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I nostri ricercatori hanno documentato ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi i crimini di guerra. Nonostante ciò, l’Italia e altri paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia continuano a fare affari lucrosi con i sauditi.

2 – Incessante repressione contro attivisti pacifici, giornalisti e accademici

Da quando il principe ereditario Mohammed bin Salman è salito al potere, molti attivisti sono stati arrestati o condannati a lunghe pene detentive semplicemente per aver esercitato pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione, associazione e assemblea.

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Le autorità hanno preso di mira la piccola ma rumorosa comunità di difensori dei diritti umani, anche usando le leggi anti-terrorismo e contro il cyber-crimine per sopprimere il loro attivismo pacifico come strumento di opposizione alle violazioni dei diritti umani.

3 – Arresti di difensori dei diritti delle donne

All’inizio del 2018, una serie di eminenti difensori dei diritti delle donne sono stati arrestati durante repressione messe in atto dal governo saudita. 

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4 – Esecuzioni

L’Arabia Saudita emette ogni anno moltissime condanne a morte, spesso eseguite con macabre decapitazioni pubbliche. Riteniamo che la pena di morte violi il diritto alla vita e sia crudele, inumana e degradante. Inoltre, nonostante sia dimostrato come la condanna a morte non scoraggi le persone dal commettere reati, l’Arabia Saudita continua a emettere queste sentenze e a eseguirle, a seguito di processi gravemente iniqui.

5 – Punizioni crudeli, inumane o degradanti

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Le corti dell’Arabia Saudita continuano a imporre condanne di flagellazione come punizione per molti reati, spesso a seguito di processi iniqui. Raif Badawi è stato condannato a 1.000 frustate e 10 anni di carcere semplicemente per aver scritto un blog. Amputazioni e amputazioni incrociate, che invariabilmente costituiscono tortura, sono anche eseguite come punizione per alcuni crimini.

6 – Tortura e maltrattamenti

L’uso della tortura come strumento punitivo, e altri maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza rimangono comuni e diffusi, mentre i responsabili non sono mai chiamati a giustificare i propri comportamenti di fronte alla giustizia.

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7 – Discriminazione sistematica delle donne

Le donne e le ragazze sono discriminate e legalmente subordinate agli uomini in relazione al matrimonio, al divorzio, alla custodia dei figli, all’eredità e ad altri aspetti. Sotto il sistema di tutela, una donna non può prendere decisioni per conto proprio, bensì è un parente maschio a decidere tutto a suo nome.

8 – Discriminazione religiosa

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I membri della minoranza sciita del Regno continuano a essere discriminati: limitato il loro accesso ai servizi pubblici e all’occupazione. Decine di attivisti sciiti sono stati condannati a morte o a lunghe pene detentive per la loro presunta partecipazione a proteste antigovernative nel 2011 e nel 2012.

9 – “Ciò che succede nel regno, resta nel Regno”

È noto che le autorità saudite intraprendono azioni punitive, anche attraverso i tribunali, contro attivisti pacifici e familiari di vittime che per chiedere aiuto contattano organizzazioni indipendenti per i diritti umani, come la nostra, o diplomatici e giornalisti stranieri.

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10 – L’omicidio di Jamal Khashoggi

Dopo l’orribile uccisione di Jamal Khashoggi, abbiamo chiesto al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di istituire un’indagine indipendente delle Nazioni Unite sulle circostanze che hanno portato all’esecuzione extragiudiziale di Khashoggi, l’eventuale tortura e altri crimini e violazioni commessi al suo caso.

Una farsa di processo

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8 settembre 2020. È stato definito da mezzo mondo un “processo farsa”, quello andato in scena in un tribunale di Riyadh, per la morte del giornalista Jamal Khashoggi, concluso con cinque condanne a 20 anni di prigione e tre fra i 7 ed i 10 anni. Lo scorso maggio, la famiglia del reporter del “Washington Post” aveva deciso di perdonare i killer evitandogli la pena di morte.
La notizia della condanna, diffusa dall’agenzia di stampa del Regno, ha fatto il giro del mondo accompagnata dallo sdegno unanime: “Il procuratore saudita ha compiuto l’ennesimo atto in un’autentica parodia della giustizia: si tratta di verdetti privi di legittimità giuridica o morale. Sono arrivati alla fine di un processo che non è stato né equo, né giusto, né trasparente – ha commentato su Twitter Agnes Callamard, relatrice speciale per l’Onu – i 5 sicari sono stati condannati a 20 anni di reclusione, ma i funzionari che hanno ordinato l’esecuzione di Jamal Khashoggi continuano ad essere liberi, appena sfiorati dall’indagine e dal processo”. Assai critica anche Hatice Cengiz, fidanzata del reporter, che parla di “Chiusura del processo senza che il mondo conosca la verità sui reali responsabili della morte di Jamal. La comunità internazionale non accetterà mai una simile messa in scena: chi ha pianificato l’omicidio, chi l’ha ordinato, dov’è il suo corpo?”.

L’Occidente ha chiesto un processo e l’Arabia Saudita ha risposto con una farsa, almeno secondo Lynn Maalouf, direttrice della ricerca in Medio Oriente Amnesty International: “Questo verdetto è una copertura che non porta giustizia né verità per Jamal Khashoggi e i suoi cari. Il processo è stato chiuso al pubblico e agli osservatori indipendenti, con nessuna informazione disponibile”. 

L’autista del consolato saudita a Istanbul, Edip Yilmaz, ha ricordato che nel giorno della sparizione del giornalista lui e altri impiegati turchi furono chiusi in una stanza del consolato e lasciati ad aspettare per l’intera giornata.

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“Ebbi l’impressione che qualcosa di anomalo stesse accadendo”, ha ricordato Yilmaz. Un altro testimone ascoltato è stato Hikmet Cetinkaya, che accompagnò il presidente della Turkish-Arab media association Turan Kislakci, grande amico di Khashoggi, presso il consolato saudita il giorno dopo la scomparsa del giornalista.

“L’addetto al parcheggio si avvicinò dicendomi che non potevo sostare. Io gli chiesi che fine avesse fatto Khashoggi, c’erano telecamere dappertutto. Quello mi rispose ‘possono anche averlo fatto a pezzi e fatto sparire’. Rimasi senza parole”, ha ricordato Cetinkaya.

L’addetto alla sicurezza dell’ex console saudita Mohammed al-Otaibi, ha ricordato di aver avuto due giorni liberi, non richiesti, quando il giornalista è stato fatto sparire.

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