Renzi d'Arabia: una legge da sostenere perché non accada mai più

Francesco Berti, deputato del M5s, ha presentato una proposta di legge: “Disposizioni in materia di conflitto di interesse per i titolari di incarichi politici nei confronti di influenze straniere”. Ossia sarà vietato

Matteo Renzi in Arabia Saudita
Matteo Renzi in Arabia Saudita
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

7 Marzo 2021 - 16.59


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Globalist non ha mai risparmiato critiche, argomentate, ai 5Stelle e, in particolare, al ministro degli Esteri pentastellato Luigi Di Maio. Stavolta, però, va fatto un plauso a Francesco Berti.

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Chi è costui, direte voi. Ebbene , Francesco Berti è  un deputato del Movimento 5 Stelle che in questi giorni ha presentato una proposta di legge chiara: “Disposizioni in materia di conflitto di interesse per i titolari di incarichi politici nei confronti di influenze straniere”.

E’ quanto Globalist ha chiesto a più riprese nei giorni scorsi, con articoli e interviste. 

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Quella legge da sostenere

Il disegno di compone di un solo articolo, secondo il quale “il Presidente del Consiglio dei ministri, i ministri, vice-ministri, sottosegretari, deputati e senatori della Repubblica che durante il proprio mandato e nell’anno successivo alla cessazione del proprio incarico ricevono contributi, prestazioni o altre forme di sostegno provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri e da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia superiori a 5mila euro euro annui decadono con effetto immediato dalle proprie funzioni”.

Se invece non sono in carica la proposta prevede che “non possono essere eletti o nominati nelle cariche summenzionate per 5 anni a parte dalla cessazione dell’incarico politico”. Una proposta forte, dunque. Che potrebbe evitare nuovi casi “alla Renzi”. Perché se è verissimo che ognuno è libero di fare ciò che vuole e prendere soldi da chi ritiene opportuno, è altrettanto vero che la proposta di legge quantomeno servirebbe ad evitare qualsiasi tipo di polemiche e dubbi se dovessero esserci casi simili nei prossimi anni. Renzi o meno che sia. Ora staremo a vedere se la maggioranza di governo (che tiene dentro pure Iv) ha le spalle larghe per sposare un’iniziativa non solo lodevole, ma anche di buon senso.

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Conflitto d’interessi

Rimarca, opportunamente, Giulio Gambino su Tpi.it:Chi è Matteo Renzi oggi? Il leader di un importante partito italiano che tiene in bilico la politica italiana e riempie le prime pagine dei giornali (così come legittimo che sia per un politico di razza) oppure un uomo d’affari che mina la credibilità e l’autorità di un esecutivo per poi volare, in quelle stesse ore, nel pieno di una crisi, in un altro paese a spese di un principe saudita per dire la sua sul mondo? La contemporaneità e il parallelismo in cui avvengono le due cose indica un clamoroso conflitto d’interessi che dovrebbe preoccupare tutti.

Come possiamo essere certi che Renzi agisca in piena autonomia quando verrà chiamato a occuparsi dei rapporti fra l’Italia e l’Arabia Saudita? E questo senza voler fare cattivi pensieri, come ad esempio chi oggi – alla luce di quanto emerso – sospetti che ci fosse qualcosa dietro quella sua crociata per il controllo sui servizi. Se così non fosse, che Renzi chiarisca tutto al più presto”.

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Un altro per il quale non stravediamo è Alessandro Di Battista. Stavolta, però, siamo in sintonia. Strano ma vero. “Matteo Renzi riceve soldi da un fondo saudita e adesso deve dimettersi, punto”. Per l’ex deputato M5S, recentemente uscito ufficialmente dal Movimento, non c’è alternativa. “Non è un politico, è un lobbista di se stesso”. Secondo Di Battista, “in qualsiasi paese del mondo, Renzi si sarebbe dovuto già dimettere, perché c’è di mezzo la sicurezza nazionale. Il rapporto della Cia conferma ciò che tutti già sapevano e che era già noto quando il senatore si recava in Arabia Saudita”. 

Il caso, prosegue ancora Dibba, “dimostra che è assolutamente prioritaria una legge sul conflitto di interessi che impedisca ai politici in carica di prendere soldi da enti esteri e che eviti la commistione tra banche e mondi finanziari in una fase così delicata, che si presta alla speculazione. E poi c’è il tema delle porte girevoli tra la politica e le aziende. Due ex ministri del Governo Gentiloni, prima Padoan e ora Minniti, sono passati dall’essere deputati a incarichi per imprese attive nei settori di cui si occupavano da ministri. È tutto a norma di legge, ma in un paese normale non dovrebbe accadere”. 

  • Gli amici illustri e remunerati di MbS

Illuminante in proposito è l’inchiesta a firma Roberto Vivaldelli per InsideOver: “Fra gli ‘amici’  del regno saudita c’è anche un altro ex illustre Primo ministro: Tony Blair. Nel 2018, come riporta il Financial Times, il Tony Blair Institute, un’organizzazione senza scopo di lucro fondata dall’ex primo ministro britannico, ha confermato di aver ricevuto donazioni dall’Arabia Saudita. La donazione da 9 milioni di sterline proveniva un’organizzazione chiamata Media Investment Limited (MIL), una sussidiaria di Saudi Research & Marketing Group, registrata a Guernsey. Blair ha assunto numerosi incarichi da quando ha abbandonato la carica di primo ministro nel 2007, incluso quello di inviato per il Medio Oriente per le Nazioni Unite, per otto anni. Ha anche istituito il Tony Blair Associates per fornire “consulenza strategica” a una serie di clienti, tra cui compagnie petrolifere e i governi di Kuwait, Kazakistan e Mongolia. Ha annunciato alla fine del 2016 che avrebbe chiuso quella società di consulenza, per concentrarsi invece su “attività filantropiche”. A quanto pare ben supportare dal denaro saudita.

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Sul fronte del soft power, Riyadh  ha puntato molto anche sul finanziamento di think-tank. Uno dei più importanti, con sede nella capitale saudita, è l’Arabian Gul Center for Iranian Studies (AGCIS), centro che fornisce ‘studi strategici e rapporti sugli affari interni ed esterni legati all’Iran’. Teheran, infatti, è uno dei principali obiettivi della propaganda saudita. I lobbisti del regime di Riyadh, hanno promosso negli anni una propaganda feroce contro la Repubblica Islamica. Ad orchestrare questa campagna mediatica contro Teheran è stato, tra gli altri, il MslGroup, acquistato dai sauditi per sei milioni di dollari. L’agenzia di comunicazione e public relations, che ha oltre 110 uffici nel mondo e più di 3 mila dipendenti, ha organizzato delle vere e proprie campagne mediatiche inerenti ‘l’aggressione iraniana nello Yemen’, dipingendo l’Iran come ‘il più grande sponsor del terrorismo del mondo’.  – frase spesso pronunciata dal presidente Trump e dall’ex Segretario di Stato, Mike Pompeo. Naturalmente, non era l’unica agenzia a svolgere questo compito: c’erano anche il Glover Park Group, con sede a Washington D.C, e Hogan Lovells.

Nel 2016, la lobby saudita corteggiato entrambi i candidati alle elezioni presidenziali – Donald Trump e Hillary Clinton – donando alla Clinton Foundation una cifra che oscilla tra i 10 e i 25 milioni di dollari.  Dal presidente Trump, la lobby vicina a Riad ha ottenuto il pieno sostegno nella guerra nello Yemen e nella crisi diplomatica contro il Qatar. Come riportato dal New York Times  l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno utilizzato i think tank per tentare di influenzare la politica Usa a loro vantaggio. Due figure chiave in questo sforzo sono state George Nader, consigliere del sovrano degli Emirati Arabi Uniti ed Elliott Broidy, uno dei principali donatori repubblicani ed ex vicepresidente del Comitato nazionale repubblicano.

Secondo i dati compilati dal Center for International Policy, il governo saudita ha speso 10 milioni di dollari per attività di lobby nel 2016. Nel 2017 questo numero era quasi triplicato, aumentando fino a quasi 27 milioni di dollari. “I sauditi hanno avuto una relazione piuttosto tesa con Obama”, ha spiegato Freeman, presidente del Center for International Policy, sottolineando che i sauditi non erano felici dell’accordo sul nucleare con l’Iran. “Ma con Trump penso che abbiano visto l’opportunità di un ripristino piuttosto importante nelle relazioni Usa-Arabia Saudita”. Ora, però, con Joe Biden e il caso Kashoggi sembra che le relazioni Riyadh-Washington non siano più così idilliache e si siano raffreddate. Per il principe ereditario tentare di rifarsi un’immagine dopo il caso Kashoggi appare come un’impresa quasi impossibile. E forse questa volta nemmeno i petrodollari basteranno”.

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Intanto, nell’udienza di ieri del processo per l’assassinio del giornalista e dissidente saudita, sono stati ascoltati tre testimoni, mentre i 26 imputati vengono giudicati in contumacia. L’autista del consolato, Edip Yilmaz, ha ricordato che nel giorno della sparizione del giornalista lui e altri impiegati turchi furono chiusi in una stanza del consolato e lasciati ad aspettare per l’intera giornata.

“Ebbi l’impressione che qualcosa di anomalo stesse accadendo”, ha ricordato Yilmaz. Un altro testimone ascoltato è stato Hikmet Cetinkaya, che accompagnò il presidente della Turkish-Arab media association Turan Kislakci, grande amico di Khashoggi, presso il consolato saudita il giorno dopo la scomparsa del giornalista.

“L’addetto al parcheggio si avvicinò dicendomi che non potevo sostare. Io gli chiesi che fine avesse fatto Khashoggi, c’erano telecamere dappertutto. Quello mi rispose ‘possono anche averlo fatto a pezzi e fatto sparire’. Rimasi senza parole”, ha ricordato Cetinkaya.

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L’addetto alla sicurezza dell’ex console saudita Mohammed al-Otaibi, ha ricordato di aver avuto due giorni liberi, non richiesti, quando il giornalista è stato fatto sparire.

Lo scorso luglio era iniziato a Istanbul un processo in contumacia contro 20 persone, tutte accusate di far parte del team di sicari che fece sparire nel nulla il giornalista e dissidente, nemico del principe Mohamed bin Salman.

Tra gli imputati, anche l’ex consigliere di MbS, Saud al-Qahtani e l’ex numero 2 dell’intelligence Ahmed al-Assiri. A fine settembre la procura della metropoli sul Bosforo ha presentato dei capi di imputazione nei confronti di altri 6 sospetti.

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Tra i nomi spicca quello dell’ex vice console del Regno, per cui si chiede l’ergastolo con l’accusa di “omicidio premeditato commesso con modalità crudeli”. Nella lista degli imputati altri 4 dipendenti della rappresentanza saudita in Turchia con l’accusa di occultamento delle prove.

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