Il capo neonazi informatore della polizia e la strategia della tensione made in Usa

Il leader del gruppo di estrema destra Proud Boys, Henry Tarrio lavorava sotto copertura come informatore e ha collaborato con gli investigatori dopo essere stato accusato di frode nel 2012

Il gruppo di estrema destra Proud Boys, Henry Tarrio detto ‘Enrique’,
Il gruppo di estrema destra Proud Boys, Henry Tarrio detto ‘Enrique’,
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Gennaio 2021 - 17.08


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Informatore della polizia. Assaltatore del Campidoglio. E poi c’è chi nega ancora la commistione tra l’estrema destra suprematista americana e gli apparati di polizia.  

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Una storia emblematica

Il leader del gruppo di estrema destra Proud Boys, Henry Tarrio detto ‘Enrique’, arrestato a Washington due giorni prima dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, precedentemente lavorava sotto copertura come informatore delle forze dell’ordine e ha collaborato con gli investigatori dopo essere stato accusato di frode nel 2012. È quanto risulta da documenti giudiziari, in particolare dalla trascrizione di un’udienza del 2014 presso una Corte federale in Florida. Il gruppo Proud Boys è stato fra i principali ‘agitatori’ durante l’assalto al Congresso e si scaglia contro il cosiddetto “Deep State” e contro l’attuale sistema di governo, per cui le rivelazioni su Tarrio come informatore federale colgono di sorpresa.

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Tuttavia, in un’intervista rilasciata a Reuters, che è stata la prima a riportare la notizia, Tarrio ha negato di avere mai collaborato con le autorità. “Non so nulla di questo, non ricordo nulla”, ha assicurato.

Tarrio è stato arrestato a Washington il 4 gennaio, due giorni prima dell’assalto al Campidoglio nel tentativo di ribaltare la vittoria di Joe Biden alla presidenza. Era accusato di aver vandalizzato un cartello di Black Lives Matter in una storica chiesa, la Asbury United Methodist Church, a dicembre, durante una precedente protesta nella capitale. Tarrio (36 anni, di origini cubane a capo anche del movimento Latinos for Trump) al momento dell’arresto aveva con sé due caricatori da arma da fuoco ad alta capacità “Avevano messo fuori la bandiera di Black Lives Matter, il gruppo che aveva accoltellato quattro nostri uomini”, ha dichiarato Tarrio al Corriere della Sera. “Quelli di Black Lives Matter sono terroristi e io sono orgoglioso di ciò che ho fatto”. Tarrio si dice pronto a pagare se così sarà, ma “non penso che siano così stupidi da incriminarmi”. Il presidente Trump, durante il primo dibattito televisivo con Joe Biden, incalzato – neanche troppo – dal moderatore Chris Wallace di Fox News riguardo la sua stretta relazione con il mondo dell’Alt Right, aveva invitato gli estremisti a “mantenere la calma e tenersi pronti”. Tradotto da Tarrio: ‘Rilassatevi, aspettate fino a dopo le elezioni e restate al mio fianco. E l’abbiamo fatto dal primo giorno’”.  

I documenti scoperti da Reuters sono sorprendenti perché dimostrano che un leader di un gruppo di estrema destra ora sottoposto a intense indagini da parte delle forze dell’ordine era in precedenza un collaboratore attivo degli investigatori.

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I “patrioti” di Trump

Proud Boys sono quelli che ad ogni occasione Trump chiama “patrioti”, ma che i rapporti dell’intelligence Usa definiscono da tempo come “un pericoloso gruppo della supremazia bianca”, un’organizzazione di stampo neofascista attiva non solo negli Stati Uniti ma anche in Canada.

Il gruppo, molto attivo sui social, è stato bandito di recente da Facebook, Instagram, Twitter e YouTube con l’accusa di incitamento all’odio e alla violenza. 

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Scrive Martino Mazzonis, che la realtà americana conosce molto bene, in un interessante e ben documentato report su Treccani.it: “L’esempio perfetto di tutte queste ambiguità, di questo giocare con le parole, andare oltre il lecito per poi sorridere e spiegare che ‘si stava scherzando’ sono però i Proud Boys. Non a caso il fondatore del gruppo è Gavin McInnes, uno che di subculture se ne intende: tra i fondatori di Vice News, barba, taglio di capelli, tatuaggi e occhiali hipster, sembra il barista alla moda di un locale di Brooklyn. Il cinquantenne nativo del Canada è capace di svicolare dall’essere di estrema destra con grande abilità e presentando il suo come un club di bravi ragazzoni. L’idea di vestire la maglietta Fred Perry gialla e nera da portare alle marce deve essere di McInnes, una divisa di gruppo, un segno di riconoscimento che fa identità (la Fred Perry è un simbolo della subcultura skinhead). Essere un Proud Boy in un mondo che cambia è, insomma, non sentirsi marginalizzati perché la propria scala di valori è quella di un maschio bianco anni Cinquanta.

‘Siamo maschi cui piace essere maschi, veneriamo le casalinghe, glorifichiamo l’impresa, siamo convinti che l’Occidente sia il meglio, amiamo la libertà di espressione e il secondo emendamento, siamo contro la guerra alla droga e per i confini chiusi. La razza per noi non è un tema’, spiega in una lunga intervista radiofonica a una talk radio conservatrice.

Essendo uomo di mondo, probabilmente McInnes non è un suprematista bianco in senso stretto: ‘Non siamo razzisti perché neri e ispanici sono incoraggiati a essere mascolini, e quindi molti di loro ci avvicinano’. Ma il fascino della banda di maschi che bevono birra e parlano di cose da maschi richiama, ovviamente, anche i suprematisti che pensano che nell’America contemporanea e nel mondo globalizzato il maschio bianco sia costretto da una dittatura della cultura multietnica e del politicamente corretto a rinunciare alla propria identità. E così tra armi, servizio d’ordine volontario ai comizi di Trump, bevute di birra, difesa delle città dalla violenza antifa, divise e segni di riconoscimento (l’OK con tre dita, un simbolo innocuo cui attribuire significati diversi come O. KKK), i Proud Boys sono divenuti visibili e sono arrivati fino al dibattito tra  Biden e il presidente. Il massimo della visibilità, che del resto era il primo obbiettivo delle marce su Portland. In fondo i media amano le storie controverse e regalano visibilità ai fenomeni nuovi – quattro anni fa era la Alt-right, oggi i Boys..”.

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Testimone dall’interno

David Kuriakose, figlio di immigrati indiani, ha raccontato la Fabrizio Rostelli di fanpage.it “la composizione e i valori del gruppo, dipingendo un quadro che tende a normalizzare l’organizzazione: ‘I Proud Boys erano una specie di scherzo, uno dei nostri amici non aveva una bella vita sentimentale. Quindi fondamentalmente abbiamo detto, invece di stare a casa e su Internet tutto il tempo, devi uscire, devi andare al bar, dove ci sono altre persone, giusto per incontrarle. È così che abbiamo iniziato. Ci incontriamo una volta al mese, beviamo birra, raccontiamo barzellette, poi torniamo a casa. A molte persone nei Proud Boys non piace Trump perché pensano che non abbia mantenuto nessuna delle sue promesse elettorali. Ci chiamano suprematisti bianchi sui media ma come puoi vedere, non sono bianco, e molti dei nostri membri non lo sono. Se ci attaccano ci difendiamo ma diventiamo i mostri che i media ci fanno sembrare’.

In realtà lo stesso Kuriakose è stato coinvolto in un processo nel 2018 in seguito a uno scontro tra i Proud Boys e un gruppo di Antifa, due suoi compagni sono ancora in carcere dopo quel violento episodio. Abbiamo mostrato l’intervista e chiesto un commento a Frank Meeink, l’ex leader neo-nazista che ispirò il film American History X di Tony Kaye. A distanza di anni, Meeink è riuscito a stravolgere la sua vita e ora è impegnato nella lotta alle discriminazioni razziali e contro la brutalità della polizia. ‘Non possiamo lasciare che questi gruppi mentano e dicano che non sono dei suprematisti bianchi o dei neonazisti, quando lo sono senza dubbio anche se hanno un paio di neri e alcune persone di colore nel loro gruppo – ha dichiarato Meeink – Hanno trasformato il white power in supremazia maschile occidentale, in suprematismo della civiltà occidentale, ma idolatrano le stesse persone del Ku Klux Klan. Ho fatto parte di questi gruppi di estrema destra, conosco come ragionano e credo stiano preparando degli attacchi terroristici’”.

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Il punto è ne hanno non solo la volontà, ma gli “strumenti” per realizzarli. E, forse, anche le coperture necessarie nelle agenzie federali, e nelle polizie locali, che avrebbero il compito di combatterli. E’ la “strategia della tensione” made in USA. 

Noi qui in Italia ne sappiamo qualcosa.

 

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