"Mamma ho perso il libico": la storia tragicomica di un militare venuto in Italia ad addestrarsi e sparito...

Ventiquattro guardacoste libici hanno preso parte a un corso di addestramento alla base navale della guardia di finanza, a Gaeta. Ma al momento di prendere l'aereo per Tripoli...

Marinai libici e finanzieri

Marinai libici e finanzieri

Umberto De Giovannangeli 31 dicembre 2020

Se vuoi capire davvero cosa sta succedendo in Libia, sviando le veline dei palazzi governativi di Roma e non essere narcotizzato dall’informazione mainstream, ci sono poche “porte” mediatiche a cui bussare. Una di queste è quella di Sergio Scandura,  da Radio Radicale racconta il “caos” libico collezionando scoop a ripetizione. Sergio non ha verità ideologiche da dispensare né padroni politici a cui dar conto. Non fa sconti a nessuno, perché così fa un giornalista libero, indipendente, che scava e porta in superficie verità scomode. Non è l’amicizia, che pure c’è, che mi porta a dire e a scrivere che in una comunicazione dove la percezione è la realtà, Sergio è tra i pochi, non l’unico per fortuna, che ribalta questo schema, con un valore aggiunto: quello di un’ironia pungente, che lascia il segno.


Per questo, mi permetto di condividere con i lettori di Globalist, queste sue considerazioni. 


“Se fosse un film si chiamerebbe Mamma Ho Perso Il Libico. Dal 19 dicembre risulta infatti irreperibile uno dei 24 guardacoste libici che ha preso parte al corso di addestramento appena concluso alla base navale della guardia di finanza, a Gaeta. Di questo ennesimo lotto di training libico in Italia, se fosse un altro film potrebbe essere Natale a Gaeta -  ovviamente le autorità italiane non ne hanno dato notizia, come tradizione vuole il memorandum Italia-Libia che naviga nella più  totale assenza di trasparenza. Ma i libici si sa, sono esibizionisti, e già dal primo dicembre, dalle loro pagine FB avevano pubblicato le fotostory, guastando la festa all'Italia che cerca sempre di non far conoscere questo di eventi al pubblico e tenendo questo tipo di cose come un Segreto di Stato. Il 19 dicembre, ultimo giorno del corso, i libici erano attesi alla base navale di Gaeta per il trasferimento all'aeroporto di Napoli per l'imbarco di ritorno a Tripoli. Peccato che la navetta che li ha prelevati dall'albergo, all'arrivo presso la base navale non si sia accorto che ne mancava uno all'appello. I libici son stati sistemati per la durata del training al Grand hotel Villa Irlanda, albergo a quattro stelle che gli stessi libici non avrebbero hanno lasciato in perfette condizioni e serenità, diciamo, ove non fossero già bastate le passate devastazioni di aule didattiche e camerate della base della Marina di Taranto per i corsi deli anni passati, dove l'Italia fu costretta a dimezzare il numero dei corsisti Libici. Questo Training ha riguardato una seconda guardia costiera Libica che prende il nome di GACS, General Administration For Coastal security: Questo GACS, a differenza della c.d. guardia costiera libica sotto le dipendenze del ministero della Difesa, è invece alle dipendenze del ministro dell'interno Fathi Bashaga. Il GACS a differenza della c.d. Guardia Costiera Libica, è una sorta di sheriffato composto da milizie e miliziani spesso non molto raccomandabili e ha appena ricevuto le prime due motovedette, con un appalto dove sono stati gli stessi libici a sceglierne unilateralmente il Cantiere Navale Vittoria di Adria che le ha costruite con le risorse del memorandum Italia-Libia.


Il guardacoste che ha fatto perdere le sue tracce, secondo fonti interne libiche, appartiene alla tribù Wershfana - Fouad questo sarebbe il nome del miliziano - avrebbe anche una buona autonomia finanziaria personale. Irreperibile e con status irregolare, è ancora ricercato dalla Digos della questura di Latina, ma c'è da immaginare che se ne stiano occupando anche quegli stessi apparati che il presidente del consiglio, appena nominato Conte2 precipitatosi alla festa di Atreju, aveva ringraziato gli apparati italiani e i libici che contengono ("contengono" disse proprio così') i migranti che cercano di fuggire dall'inferno della Libia.


Della vicenda, a parte i microfoni di Radio Radicale e un articolo sul quotidiano locale Latina Oggi a firma di Graziella Di Mambro, non vi è traccia alcuna. Hai visto mai se possa occupare il resto della stampa Italiana, hai visto mai se possa occupare il parlamento con una attività ispettiva che ne chieda conto ai ministri competenti.


Intanto la situazione in Libia resta sempre in bilico come un castello di carte da gioco pronto a venir giù. Dopo le dimissioni a marzo di Ghassam Salame, il bulgaro Nickolaj Mladenov - non appena designato alla vigilia di Natale, ha rinunciato all'incarico di inviato speciale ONU in Libia 'Per motivi personali e familiari'. Fare l'inviato in Libia per le Nazioni unite come il commissario per la sanità in Calabria. Pensavo fosse Catanzaro e invece era Tripoli”.


Libia, una risata(amara) ci sta seppellendo 


La storia così magistralmente raccontata da Scandura, dà conto di quello che è il filo rosso che lega il Conte I al Conte II: l’ossessione, perché tale è, di una (inesistente) “invasione” di migranti come l’unico faro che “illumina” la politica italiana nel Mediterraneo. Una ossessione che ci porta a omaggiare qualsiasi rais, generale, autocrate, sultano che detta legge sulla Sponda Sud del Mediterraneo, basta che si dimostri in grado di presidiare le nostre frontiere esterne. E allora ecco il titolare della Farnesina e l’inquilino di Palazzo Chigi mostrare l’altra guancia ad ogni schiaffo preso dai vari Erdogan, al-Sisi, Haftar... 


Il problema non sono certo la nostra intelligence e la nostra diplomazia, tra le eccellenze a livello europeo. Se in Libia abbiamo contenuti i danni, è grazie ai nostri 007 e diplomatici sul campo. Il problema è nel manico politico. E’ nel dilettantismo di chi è stato messo alla guida del ministero degli Esteri, è nella mancanza di una visione strategica, è nel pensarci più furbi di tutti per finire poi a fare la figura di quelli a cui viene venduta la fontana di Trevi. Caro Sergio, le tue metafore cinematografiche rendono bene questa tragicommedia italiana. Una risata ci sta politicamente seppellendo.