Dopo la drammatica lettera dal carcere di Zaki che aspetta Di Maio per intervenire?

Il prolungamento della detenzione di Zaki continua a non essere commentato ufficialmente  dalla Farnesina. Un silenzio imbarazzato e imbarazzante

Zaki

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Umberto De Giovannangeli 12 dicembre 2020

Patrick Zaki sta male. Chiuso in quel carcere di massima sicurezza, esposto al coronavirus. In condizioni di detenzione inumane. Le recenti decisioni sono deludenti come al solito, senza una ragione comprensibile. Ho ancora problemi alla schiena e ho bisogno di forti antidolorifici e di qualcosa per dormire meglio", "il mio stato mentale non è un granché dall'ultima udienza".


Sono parole di Patrick Zaki, dal carcere di Tora, in una lettera datata oggi 12 dicembre 2020 che la famiglia ha ricevuto e gli attivisti hanno pubblicato sulla pagina Facebook "Patrick Libero" esprimendo la loro "grave preoccupazione per la salute mentale e fisica di Patrick". L'ultima udienza meno di una settimana fa con la decisione di altri 45 giorni di carcere per lo studente."Continuo a pensare all'Università, all'anno che ho perso senza che nessuno ne abbia capito la ragione. Voglio mandare il mio amore ai miei compagni di classe e agli amici a Bologna. Mi mancano molto la mia casa lì, le strade e l'università. Speravo di trascorrere le feste con la mia famiglia ma questo non accadrà per la seconda volta a causa della mia detenzione", continua Zaki.


L’appello di Amnesty


"Amnesty International è veramente allarmata per le condizioni fisiche e mentali di Patrick Zaki che sembrano in via di deterioramento". Così all'Ansa il portavoce della ong in Italia, Riccardo Noury, commenta le lettere dello studente arrivate oggi alla famiglia. "Che queste parole dolorose di Patrick - aggiunge Noury - giungano al Governo italiano che faccia veramente qualcosa di più, di meglio e di veloce di quanto ha fatto finora, per assicurare che Patrick possa tornare presto in libertà".


"Noi, famiglia e amici di Patrick", scrivono gli attivisti su Facebook, "ne chiediamo l'immediato rilascio per via dell'assenza di giustificazioni legittime per i rinnovi di detenzione e per l'impatto del carcere su di lui sempre più negativo". Oggi la famiglia dello studente di 29 anni, che a Bologna frequentava un master europeo sugli studi di genere, ha ricevuto due lettere di Patrick durante una visita. Una è scritta e datata 22 novembre, l'altra il 12 dicembre. Nella lettera di oggi lo studente rinnova la sua richiesta di aiuto anche per la schiena, dorme per terra da mesi come ha fatto sapere la sua legale alcuni giorni fa, e per il suo stato psicologico. "Nonostante il nostro sollievo di avere sue notizie - scrivono gli attivisti - siamo molto preoccupati della sua salute fisica e mentale che si stanno decisamente deteriorando col tempo. Dal contenuto delle lettere è chiaro che lo stato mentale di Patrick non è buono e che è molto deluso e stanco, soffre di insonnia. Inoltre i suoi dolori di schiena sono preoccupanti perché sembrano peggiorare. Chiediamo l'immediato rilascio di Patrick prima che le sue condizioni peggiorino ancora".


Nella lettera datata 22 novembre Patrick parla dell'udienza a cui aveva assistito il giorno precedente in tribunale al Cairo: "Non c'è niente di nuovo - ha scritto - Le stesse chiacchiere. La mia permanenza qui è stata troppo lunga e diventa più pesante ogni giorno, ma ci sto provando. Ho perso la possibilità di fare gli esami per il secondo semestre di fila e onestamente questa è una delle principali questioni che mi preoccupano costantemente. Mando il mio amore ai miei compagni di classe di Bologna, e voglio ringraziare tutti i miei amici a Granada e Siviglia. Spero di poter tornare alla mia università, agli amici, a casa il prima possibile".


Provocazione continua


“Di recente si sono fatte molte polemiche per l'arresto di tre membri dell'organizzazione Eipr (Iniziativa egiziana per i diritti personali, ndr). Il motivo è stato che si erano registrati come società commerciale, in violazione della legge del 2019 che organizza le attività delle associazioni non a scopo di lucro": così sentenzia il presidente egiziano, Abdelfatah al-Sisi, in un'intervista concessa al quotidiano Le Figaro durante i tre giorni di visita a Parigi. Uno dei tre arrestati di cui parla il presidente egiziano è Patrick Zaki.  Rispondendo a una domanda sul "rimprovero delle Ong all'Egitto di tenere in carcere 60.000 prigionieri politici", al-Sisi risponde: "in totale ci sono 55.000 posti nelle prigioni in Egitto! Mi piacerebbe che spiegassero da dove viene quella cifra".   "In Egitto - continua il presidente - esistono oltre 55.000 Ong. Alcune si adoperano per consolidare il sistema egiziano di protezione dei diritti umani. Noi cerchiamo il necessario equilibrio fra i diritti e i doveri dei cittadini, da una parte, e le sfide alla sicurezza della lotta al terrorismo dall'altra.   Dovete capire - sottolinea - che in Medio Oriente la stabilità e la pace civile appaiono alle popolazioni come il bene più prezioso. Le riforme avviate nel campo dell'educazione, della salute, dell'alloggio sono l'espressione concreta del nostro interesse per i diritti dei cittadini”.


E c’è ancora qualcuno a Palazzo Chigi o alla Farnesina che ha ancora la faccia tosta  di millantare la “disponibilità” di un siffatto presidente-carceriere a liberare Zaki o processare gli esecutori del rapimento e del brutale assassinio di Giulio Regeni?!


Silenzio assordante


Il prolungamento della detenzione di Zaki continua a non essere commentato ufficialmente  dalla Farnesina. Un silenzio imbarazzato e imbarazzante. "Altri 45 giorni di detenzione preventiva per Patrick Zaki. Non ci sono parole per definire questo accanimento del potere giudiziario egiziano. Non ci sono parole per definire l'assenza di un'azione forte da parte del governo italiano", ha scritto in un tweet Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia. "Questi nove mesi e mezzo trascorsi -  ha aggiunto Noury - che diventeranno ormai 11 con questo rinnovo di detenzione preventiva, chiamano in causa l'inerzia dell'Italia, l'assenza di un'azione forte. Mi chiedo cos'altro ci voglia dopo il rinnovo della detenzione di Patrick e tre arresti di fila dei dirigenti della sua organizzazione per i diritti umani (Eipr, ndr) per un'azione diplomatica molto forte nei confronti dell'Egitto".
"Ieri - aggiunge Noury a proposito di Patrick - aveva detto in udienza che il suo Paese dovrebbe essere orgoglioso di aver un'eccellenza così ricca, così bella, all'estero in un master prestigiosissimo come quello dell'università di Bologna.
Evidentemente all'Egitto questo non importa, le eccellenze le lascia in carcere".


Il portavoce di AI Italia invoca un’”azione diplomatica molto forte nei confronti dell’Egitto”. Ma se dipendesse dall’attuale titolare della Farnesina, quelle di Noury, come quelle di Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, resterebbero parole perse nel vento. Il vento della subalternità, oltre che dell’inettitudine. Perché Luigi Di Maio non è solo un ministro degli Esteri inadeguato, cosa chiara da tempo non solo a Bruxelles ma in tutta la comunità internazionale e allo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che sui dossier più caldi non fa toccare palla al “suo” ministro. Inadeguato e pure arrampicatore, maldestro, di specchi, con le sue continue giravolte diplomatiche, che hanno contribuito in misura non piccola a mettere fuorigioco l’Italia nelle partite che contano a livello internazionale. Basta parlare a “microfoni spenti” e con la garanzia dell’anonimato con fonti diplomatiche di primo livello per raccogliere un dossier enciclopedico sulle giravolte, le gaffe, le dichiarazioni improvvisate di cui Di Maio si è reso protagonista.


Ora deve essere chiaro: chi pur potendo agire non fa nulla per porre fine alla detenzione del giovane con il rischio addirittura della vita, è complice di un atto criminoso contro un giovane che ha avuto la cittadinanza onoraria non solo di Bologna, la città in cui ha studiato e vissuto, ma anche di tante altre città italiane.


Una grande tomba di cemento, il simbolo del terrore del regime egiziano guidato dal presidente Abdel Fattah al–Sisi. Basta attraversare l’ingresso sorvegliato da blindati e uomini armati nelle torrette collocate lungo il perimetro del penitenziario di Tora, a soli venti miglia a sud dal Cairo, per capire che la definizione coniata dagli attivisti per i diritti umani rispecchia pienamente l’essenza della famigerata struttura carceraria. Questa immensa prigione divisa in quattro blocchi, tra cui la sezione di massima sicurezza conosciuta come ‘lo scorpione’, rappresenta per uomini e donne, che potrebbero non affrontare mai un processo, un campo di detenzione preventiva senza via di uscita. Ancor più oggi, con il rischio elevato di contrarre il Covid–19”. Così Antonella Napoli descrive su Avvenire il carcere dove è rinchiuso Patrick. Ed ancora: “E’ il blocco 4, quello di massima sicurezza, il luogo dove le condizioni di vita diventano insostenibili e si consuma il dramma, l’orrore, delle torture più atroci: cibo infestato da insetti e distribuito in contenitori sporchi, umiliazioni e sevizie continue – scrive Napoli – ‘I pochi prigionieri sopravvissuti ci hanno raccontato di metodi cruenti sistematici nel carcere di Tora, in particolare nella sezione ‘Scorpion’ – racconta Ahmed Alidaji, ricercatore di Amnesty International al Cairo fino al 2017 – Io stesso ho raccolto la denuncia di un giovane che insieme ad altri 19 compagni di prigionia è stato denudato e frustato con bastoni sulla schiena, sui piedi e sui glutei dopo che i soldati avevano trovato nella cella una radio tascabile e un orologio. Stessa sorte per un gruppo di 80 occupanti di un intero blocco quando uno di loro è stato scoperto in possesso di una penna. A chi si ribella viene riservato un trattamento anche peggiore. Gli agenti penitenziari, dopo avergli affibbiato nomi femminili, li violentano a turno come ‘punizione’ per aver violato le regole della prigione’ conclude l’attivista. Non sorprende che ai prigionieri della ‘Scorpion’ venga negato il permesso di vedere i familiari, anche se le autorità carcerarie affermano che sia una misura necessaria per impedire ai leader di gruppi terroristici di inviare istruzioni per attacchi contro turisti, stranieri e forze di sicurezza. Ma la gran parte dei detenuti accusati di terrorismo non ha mai commesso reati o azioni che giustifichino la grave incriminazione. Come Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna imprigionato nel carcere di Tora da otto mesi e ancora in attesa di giudizio”.


Non ci arrendiamo


Riproponiamo, alla luce della drammatica lettera di Patrick Zaki, la domanda che da giorni Globalist avanza al ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Luigi Di Maio: Signor Ministro, perché non si è sentito in obbligo di convocare l’Ambasciatore di Egitto a Roma dopo le ultime provocatorie prese di posizione delle autorità de Il Cairo sul caso Regeni e su quello Zaki? Cosa attende ancora per richiamare in Italia il nostro Ambasciatore al Cairo come segno del disappunto dell’Italia verso un regime che fa spregio di legalità e che ha fatto di tutto e di più per non rendere verità e giustizia a un giovane cittadino italiano vittima di un delitto di Stato? E ancora: “Signor Ministro ma Lei crede di avere a che fare con una massa di imbecilli che si bevono frasi fatte tipo ‘l’Egitto deve fare uno scatto” sui diritti umani! 


Lei ha il dovere di raccogliere l’appello di Patrick Zaki. Subito. Prima che sia troppo tardi.