Perché il Sahel è la polveriera del deserto

Un deserto infestato di trafficanti di esseri umani, di miliziani jihadisti, di tribù in armi. Un luogo di disperazione e di morte.

Miliziani nel Sahel

Miliziani nel Sahel

Umberto De Giovannangeli 18 ottobre 2020

Sahel, polveriera nel deserto. Un deserto infestato di trafficanti di esseri umani, di miliziani jihadisti, di tribù in armi. Un deserto di disperazione e di morte.


L’Unhcr, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, avverte delle disastrose conseguenze che potrebbero colpire la regione africana del Sahel, se non sarà garantito con urgenza supporto agli interventi umanitari necessari per rispondere a quella che è divenuta la crisi col più rapido ritmo di crescita su scala mondiale in relazione a numero di persone in fuga ed esigenze di protezione. Gli impegni che dovrebbero essere assunti in occasione della tavola rotonda ministeriale per il Sahel centrale, il 20 ottobre a Copenaghen potranno contribuire a far avvertire nuovamente la necessità di agire con urgenza in una regione alle prese con una miriade di criticità che si sovrappongono.


Polveriera Sahel


Nel Sahel convergono il conflitto armato, l’estrema povertà, l’insicurezza alimentare, il cambiamento climatico e la pandemia di Covid-19. Nell’intera regione, sono oltre 2,7 milioni le persone che sono state costrette a fuggire dalle proprie case. L’esigenza di accedere ad alloggi, acqua, servizi igienico-sanitari, cure mediche e ad altre forme di assistenza di base è ora enorme.


I Paesi del Sahel centrale – Burkina Faso, Mali e Niger – rappresentano l’epicentro della crisi che ha determinato l’esodo in corso. Più di 1,5 milioni di sfollati interni e 365.000 rifugiati sono fuggiti dalle violenze, oltre 600.000 solo quest’anno. Il numero di sfollati all’interno del Burkina Faso è raddoppiato arrivando a più di un milione nell’arco dell’ultimo anno. Il Burkina Faso, tra i Paesi più poveri al mondo e tra quelli più esposti ai rischi derivanti dai cambiamenti climatici, è alle prese con una grave crisi interna sul piano della sicurezza, situazione che comporta che la quasi totalità del territorio non sia sicura.  


Il livello di brutalità perpetrate ai danni dei civili è terrificante e sistematico. Con frequenza allarmante si registrano casi di gruppi armati che giustiziano genitori in presenza dei propri figli. Meno di due settimane fa – il 4 ottobre, nel Burkina Faso settentrionale – aggressori armati hanno ucciso 25 uomini di fronte alle loro famiglie nel corso di un’imboscata al convoglio su cui viaggiavano per fare ritorno alle proprie terre, nella speranza che le condizioni di sicurezza fossero migliorate. 


in tutta la regione, migliaia di donne e bambine sono cadute vittime di violenza sessuale e di genere.


Gli attacchi ai danni delle scuole rappresentano una tetra realtà in costante aumento in tutto il Sahel – ricorda l’Unhcr-.  In anni recenti, oltre 3.600 scuole sono state distrutte o hanno dovuto chiudere, danneggiando i percorsi educativi di decine di migliaia di giovani alunni.


Disastri ambientali


Nel Sahel si registrano inoltre crescenti rischi climatici, dal momento che l’aumento delle temperature sta modificando l’andamento delle precipitazioni, incrementando la frequenza e l’intensità di inondazioni, siccità e tempeste di sabbia. Le recenti devastanti inondazioni verificatesi nella regione hanno provocato la morte di decine di persone lasciandone centinaia di migliaia – sia tra gli sfollati sia tra i membri delle comunità di accoglienza – nell’urgente necessità di riparo, acqua potabile e servizi sanitari.


I governi dei Paesi di accoglienza e le comunità locali, i primi chiamati a rispondere, hanno mostrato una solidarietà rimarchevole. Tuttavia, le loro capacità di risposta sono allo stremo e necessitano di risorse immediate.


“È necessario trovare con urgenza soluzioni alle cause alla radice dell’esodo in corso e supportare gli sforzi umanitari – avverte l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati -.  Gli Stati colpiti devono essere sostenuti per poter assicurare assistenza. L’approvazione delle riforme governative deve accelerare con la stessa urgenza, dato che l’implementazione di interventi salvavita e la disponibilità di risorse adeguate sono entrambe essenziali. È in particolar modo necessario investire all’interno delle aree urbane, dove numerosi sfollati hanno cercato riparo. Gli attori umanitari stanno faticando a rispondere all’impennata delle esigenze delle comunità sfollate e di quelle di accoglienza.


L’Unhcr ha intensificato decisamente i propri interventi nel Sahel centrale quest’anno: ha assicurato alloggi di emergenza a 81.144 sfollati; assistito persone sopravvissute a violenza sessuale e di genere mediante unità mediche mobili; nel mezzo della pandemia di Covid-19, ha permesso l’erogazione di assistenza sanitaria di base a 338.411 persone; e, infine, in seguito alla chiusura delle scuole, ha assicurato che circa 12.000 bambini membri delle comunità di sfollati  e di quelle di accoglienza abbiano potuto continuare a ricevere un’istruzione grazie ai programmi di didattica a distanza. 


Nell’intera regione, i governi di Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger hanno assunto l’impegno di mettere al centro dei propri piani di risposta le attività di protezione delle persone in fuga e delle comunità che le accolgono. All’inizio di questa settimana, questi stessi governi hanno lanciato il ‘Processo di Bamako’, una piattaforma intergovernativa per l’implementazione di azioni rapide e concrete volte a rafforzare il coordinamento tra gli attori umanitari e quelli incaricati della sicurezza e ad assicurare l’accesso degli aiuti umanitari, protezione e assistenza alle popolazioni colpite.


Nel Sahel centrale, l’Unhcr chiede supporto finanziario continuativo e duraturo. È necessario assicurare risorse per un periodo che superi la fine dell’anno in corso affinché l’Agenzia e i partner possano continuare a intensificare le operazioni di assistenza. La conferenza che si terrà il 20 ottobre, per i donatori rappresenta un’opportunità di dimostrare il proprio impegno a scongiurare il verificarsi degli effetti più devastanti nella regione. Il momento di agire nel Sahel è questo”.


Le sabbie roventi del Sahel: separatisti Tuareg, jihadisti, milizie popolari armate, contrabbandieri…


Il Sahel è un’area di più di 2.500.000 km² che copre porzioni più o meno vaste di almeno 11 paesi: Burkina Faso, Cameroon, Ciad, Etiopia, Eritrea, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal e Sudan (alcuni includono anche Kenya e Somalia). Nel corso degli anni l’intera area è stata inghiottita da una confusa guerriglia combattuta da almeno una dozzina di gruppi islamisti. Oltre a compiere attentati e combattere gli eserciti nazionali, si affrontano spesso fra di loro. Si frammentano, si scompongono, si fondono in fragili alleanze che si sfaldano e si riformano con componenti diversi in un caleidoscopico movimento difficile da seguire. Il Sahel in generale ed il Mali in particolare, sono attraversati da un vasto contrabbando di oro, droga, armi ed esseri umani.


Annota su Internazionale Pierre Haski, direttore di France Inter: “In tutte le guerre contro il terrorismo o la guerriglia, a favorire il reclutamento dei ribelli sono soprattutto le atrocità commesse dalle forze di sicurezza dello stato. È ciò che sta accadendo ancora una volta nel Sahel, una regione dell’Africa occidentale destabilizzata ormai da anni dall’azione dei gruppi jihadisti.  Da questo punto di vista l’inchiesta pubblicata l’8 giugno dall’organizzazione Human Rights Watch  è incontrovertibile. Secondo il rapporto, nel nord del Burkina Faso sono state rinvenute fosse comuni contenenti fino a 180 corpi. Le vittime sono state uccise sommariamente tra il novembre del 2019 e il giugno del 2020.  Secondo l’organizzazione che difende i diritti umani “le prove disponibili suggeriscono il coinvolgimento delle forze di sicurezza governative in queste esecuzioni extragiudiziali di massa. Circostanza aggravante, la maggior parte delle vittime è composta da maschi di etnia peul, segno che la lotta contro i gruppi jihadisti si combina almeno parzialmente con una pulizia etnica di cui emergono diversi segnali nei paesi della regione”. 


A rendere la zona ancora più pericolosa ha contribuito infatti la crisi dei tradizionali punti di transito del flusso di narcotici lunga la direttrice Asia-Europa e America Latina-Europa a causa “dell’inasprimento dei controlli di frontiera e l’efficacia delle politiche di contrasto nazionali e internazionali”. La conseguenza di questa ‘crisi’ nel trasporto è arrivata nel Sahel, dove la criminalità organizzata ha trovato il modo di sfruttare le vulnerabilità sistemiche.


Due milioni e mezzo di sfollati interni.


 “Tra siccità, desertificazione, conflitti e, ora, Covid-19 - dice Simone Garroni, direttore generale di Azione contro la Fame - temiamo non solo un collasso delle strutture sanitarie ma anche conseguenze nefaste sui livelli di malnutrizione. Va ricordato - ha aggiunto - che il sistema sanitario, in Sahel, è già sotto pressione dieci mesi su dodici e che in poche settimane, con l'arrivo della stagione delle piogge, potrebbero cominciare ad aumentare i casi di malnutrizione tra i bambini di età inferiore ai cinque anni”. La pandemia, alla luce di quanto sta già accadendo nel Sahel sul versante della desertificazione e della siccità, rappresenta solo una ulteriore emergenza, che aggraverà le criticità pregresse. I pastori, del resto, a causa dei provvedimenti di lockdown, non saranno in grado di effettuare la transumanza stagionale. I sistemi sanitari, inoltre, saranno ulteriormente “sotto scacco” (0,5 medici ogni 1.000 abitanti nella regione), in un’area in cui sono presenti 2,5 milioni di sfollati interni e rifugiati.


“La pandemia ha aggiunto ulteriori pressioni a una situazione già insostenibile - si legge ancora nel documento di Azione contro la Fame - questo periodo è sempre stato estremamente difficile le popolazioni del Sahel. Allo stato attuale, quando arriveranno le piogge e aumenteranno i casi di malaria e colera, la regione potrebbe diventare una bomba a orologeria”.


Solo per il 2020, secondo l’Ocha (l’Agenzia delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) , sono necessari 2,8 miliardi di dollari per fornire un aiuto concreto a 24 milioni di persone. Metà sono bambini.


L'aumento della violenza nella regione del Sahel è il risultato di un accesso iniquo alla ricchezza, più che di scontri di carattere religioso. È quanto emerge dal rapporto presentato nei giorni scorsi dal Catholic Relief Services (Crs), l’organismo caritativo dei vescovi degli Stati Uniti per gli aiuti ai Paesi più in difficoltà. Lo conferma a Vatican News monsignor Laurent Birfuoré Dabiré vescovo di Dori e presidente della Conferenza episcopale del Burkina Faso e del Niger, nel corso della presentazione del documento, che spiega come negli ultimi anni il Sahel sia stato teatro di un’escalation di violenza a causa della nascita di numerosi gruppi terroristici. Si tratta di movimenti armati, che spesso sfruttano la motivazione religiosa per creare caos e instabilità nella regione. Ma la religione – sostiene monsignor Dabiré citando il rapporto del Catholic Relief Services – è solo il modo per questi gruppi per creare divisioni sociali, ma di fatto non esiste una guerra di religione.


Emergenza politica, sociale, economica e umanitaria


Burkina Faso, Niger e Mali sono i Paesi più colpiti dall’avanzata terroristica che da almeno cinque anni sta creando seri problemi a livello politico, sociale ed economico. I rispettivi governi si sono trovati impreparati a far fronte al terrorismo, che si è sviluppato in modo esponenziale in pochissimo tempo. Grave la ricaduta umanitaria di questa situazione – afferma monsignor Debiré –. Oltre un milione gli sfollati che, non potendo più lavorare per sostenere se stessi e le proprie famiglie, vanno avanti solo grazie alla solidarietà e alle iniziative caritatevoli. All’origine di tutto c’è l’insicurezza sociale causata dalle violente scorrerie di gruppi terroristici in continuo aumento, che si sono installati stabilmente in buona parte della regione sub-sahariana, cercando anche di coinvolgere nelle loro azioni gruppi sociali, etnici e religiosi.


Intanto il Sahel brucia. Brucia vite umane. Brucia speranze.