Nelli Feroci: "I pescatori di Mazara ostaggi di Haftar e dell'Italia che annaspa"

Parla l’ambasciatore presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai). "Nel Mediterraneo si è assistito ad una ridistribuzione di presenze strategiche"

Mercenari turchi in Libia
Mercenari turchi in Libia
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19 Settembre 2020 - 14.43


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Ostaggi di Haftar. Dipendenti da Turchia e Russia. L’Italia annaspa nel Mediterraneo, ed ora deve fare i conti con il sequestro dei pescatori italiani da parte delle milizie fedeli all’uomo forte della Cirenaica.

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Di tutto ciò Globalist ne parla con l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai). Diplomatico di carriera dal 1972 al 2013, è stato Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione europea a Bruxelles (2008-2013), capo di gabinetto (2006-2008) e direttore generale per l’integrazione europea (2004-2006) presso il Ministero degli Esteri. 

L’ambasciatore Nelli Feroci ha anche ricoperto l’incarico di Commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria nella Commissione Barroso II nel 2014.

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Dal l’1 settembre diciotto marittimi di due pescherecci di Mazara del Vallo  sono nelle mani delle autorità militari del generale Khalifa Haftar. I due motopesca Antartide e Medinea sono tuttora sotto sequestri nel porto di Bengasi. Mentre i pescatori sono stati trasferiti nel carcere di El Kuefia, in stato d’arresto. L’Italia torna ad essere sotto ricatto. Che riflessione porta una situazione del genere?

Partirei da una considerazione generale dentro cui si colloca questa specifica vicenda. Da qualche tempo, e con una accelerazione in questo ultimo anno, anno e mezzo, nel Mediterraneo si è assistito ad una ridistribuzione di presenze strategiche, con l’ingresso nella regione, molto ingombrante e molto temibile, di due potenze che  a seconda delle situazioni riescono a trovare intese parziali o altrimenti sono in competizione e in conflitto tra loro…

A chi si riferisce?

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Alla Turchia e alla Russia. Finora, a parte qualche episodio marginale in cui però sono addirittura arrivati a degli scontri nei cieli della Siria, Ankara e Mosca sono riuscite a gestire questa specie di condominio non ancora esplicitato ma abbastanza evidente. Questo è il dato più pregnante nella situazione nel Mediterraneo: una visibile e significativa presenza della Russia, l’abbiamo visto in Siria e in Libia, ed una presenza altrettanto massiccia e significativa della Turchia, sia in Siria che in Libia. Accanto a questo fenomeno, quello dell’arrivo di queste due potenze, ce ne è un altro, altrettanto significativo: la ritirata strategica degli Stati Uniti d’America. Una tendenza che era già iniziata con Obama, che Trump ha ulteriormente accentuato, e verosimilmente anche se Biden dovesse vincere le elezioni del 3 novembre non credo che questo quadro si modificherà. Questa situazione mette in enorme difficoltà l’Europa e ancor più l’Italia che ha degli interessi molto concreti e molto importanti nel Mediterraneo. L’episodio dei pescatori sequestrati dalle milizie di Haftar e anche la nostra palese difficoltà nel gestire questa vicenda, è parte di questa difficoltà più complessiva per noi di  ricollocarci nello scacchiere mediterraneo in una situazione in cui rischiamo seriamente di essere estromessi, ed estromessi anche per un lungo periodo con delle conseguenze pesantissime, perché questi Paesi della Sponda Sud del Mediterraneo sono nostri partner naturali e rischiano di cadere in sfere di influenza di potenze che certamente non si possono definire amiche, per quanto la Turchia sia, sulla carta, nostro alleato nella Nato. L’episodio dei pescatori è diventato così complicato da gestire perché non hanno certo giovato varie oscillazioni della nostra politica libica, tra Sarraj  e Haftar. Prima avevamo dato molto credito, all’inizio dell’esperimento, al Governo di accordo nazionale di Sarraj, lo abbiamo sostenuto apertamente, è  vero che era anche  l’unica autorità riconosciuta dalle Nazioni Unite, poi ad un certo punto abbiamo dato l’impressione di mollare Sarraj per avvicinarci ad Haftar e in questo momento in cui quest’ultimo ha delle enormi difficoltà sul terreno e anche nei confronti della sua constituency in Cirenaica, avere sequestrato dei pescatori italiani gli dà un asset da utilizzare per ricattare l’Italia. Noi in questa fase, proprio perché ci siamo di nuovo spostati su Sarraj, e abbiamo dato l’impressione di abbandonare Haftar, in evidenti difficoltà politiche, abbiamo avuto meno possibilità di negoziare con lui una soluzione per la liberazione dei nostri pescatori.

Lei ha fatto riferimento a Turchia e Russia, ma potremmo aggiungere gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto, il Qatar. C’è un dato che unifica questi attori esterni che hanno trasformato il conflitto in Libia in una guerra per procura: lo strumento militare.

Certamente la capacità di queste due potenze, Russia e Turchia, di posizionarsi sullo scenario mediterraneo e mediorientale, è anche legato, e non poco, alle loro capacità e disponibilità a dispiegare forze sul terreno. Questo lo abbiamo visto in Siria, lo abbiamo rivisto in Libia anche se la Russia di Putin sostiene che le milizie della Wagner sono assolutamente private, lo saranno pure formalmente ma è fuori di dubbio che esse si muovono su direttive del Cremlino. Quanto alla Turchia, non ha mai nascosto di essere presente con mezzi, forse con uomini, sicuramente con equipaggiamenti e armamenti. Noi sotto questo punto di vista abbiamo dei limiti costituzionali molto chiari: l’Italia non può impiegare forze militari se non in operazioni di peacekeeping, di mantenimento della pace. Sotto questo profilo, è evidente che noi abbiamo dei limiti che non solo la Costituzione ma anche la nostra cultura politica pone alla nostra politica estera. Va anche detto che le difficoltà che abbiamo riscontrato a muoverci in modo autorevole, derivano anche dal fatto che c’è la consapevolezza, secondo me giusta, corretta, che o riesci a portarti dietro l’Europa su delle iniziative politico-diplomatiche, oppure è molto difficile che l’Italia da sola possa fare la differenza, per le limitazioni di cui abbiamo parlato in precedenza, e perché l’Europa continua a mostrare enormi difficoltà a trovare una linea comune, condivisa. In Libia, sappiamo che per anni l’iniziativa dell’Europa è stata condizionata dalle rivalità franco-italiane; in Siria, a parte una presenza comune degli europei nelle operazioni di contrasto del Daesh, non è emersa in Europa una sensazione che quella fosse un’area di prioritario interesse. Quindi per una media potenza come la nostra c’è anche la difficoltà di mobilitare l’Europa, incapace di proporsi come soggetto attivo e unitario su scenari strategicamente rilevanti come sono quello del Mediterraneo e del Medio Oriente.

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Resta l’impressione che, in generale, il nostro Paese stia perdendo sempre più peso sullo scenario internazionale, a cominciare da quell’area mediterranea che è sempre stata un punto forte della nostra vocazione in politica estera. Non c’è soltanto la vicenda libica a testimoniarlo, ma per altri aspetti anche quella libanese.

Purtroppo è così. E aggiungerei un’altra cosa: tra i meriti dell’attuale governo, soprattutto rispetto a quello precedente, che io considero tra i più importanti, c’è quello di avere ricostruito un rapporto con l’Europa e con i partner europei. Se pensiamo ai danni che aveva provocato il governo gialloverde nel rapporto con l’Europa, la differenza è clamorosa. I risultati politici si sono visti: penso alle decisioni prese sul Recovery fund, il riconoscimento del ruolo dell’Italia, ad esempio nell’affrontare la crisi pandemica, nel contesto europeo, sono anche il risultato di una politica europea più accorta, più saggio. Il contrasto sta nel fatto che sullo scacchiere mediterraneo, che oggettivamente è molto più complicato del rapporto con l’Europa, l’Italia stenta a darsi un profilo e una identità riconoscibili. Non ci sono iniziative diplomatiche italiane nella regione che meritano in qualche modo di essere ricordate. Il confronto è impietoso: è vero che non tutto quello che fa Macron va preso per oro colato, però la differenza tra il protagonismo del presidente francese nella regione e la nostra di visibilità, di iniziativa, di protagonismo, è clamorosamente evidente. Insisto nel sottolineare che abbiamo a che fare con contesti regionali veramente complicati. Spesso siamo stretti nel dilemma di avere a che fare con dei regimi autoritari, che non brillano di certo per il rispetto dei basilari diritti umani ma che garantiscono stabilità. In questa chiave, l’Egitto è un caso clamoroso: noi siamo in mezzo a un guado, dobbiamo trattare con al-Sisi nonostante una vicenda tragica come quella Regeni. Non potendo disporre dello strumento militare per marcare una nostra presenza politica, quelli a cui ho accennato prima sono handicap molto pesanti.

Per restare su quest’ultima considerazione. E’ vero, l’Italia è limitata nell’uso dello strumento militare, ma il fatto che pescherecci con a bordo cittadini italiani vengano intercettati in acque contese, senza poter avere il supporto della nostra marina militare, non è un messaggio di debolezza che l’Italia a coloro che vorrebbero ricattarti?

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Non conosco i dettagli di questo sequestro. Se ben ricordo, però, nel corso degli anni sequestri di pescherecci e di pescatori siciliani nelle acque libiche, erano episodi abbastanza frequenti. Molto spesso questi pescatori, questi pescherecci sconfinavano nelle acque territoriali libiche, altre volte la cattura avveniva in zone poche chiare. Dopo qualche giorno si avviavano delle trattative, all’epoca c’era una autorità libica con cui negoziare. Non voglio dire che quei sequestri fossero una “routine”, ma non erano episodi eccezionalissimi, così come succede in altre zone del mondo. Questa volta, la vicenda è resa più complicata dal fatto che i pescatori italiani sono in mano di Haftar e non delle autorità di Tripoli, con le quali probabilmente avremmo potuto negoziare sul rilascio. Haftar in questo momento ha bisogno di riguadagnare una posizione indebolita anche all’interno della sua constituency  anche a Tobruk; probabilmente tutto questo rende molto più difficile le cose. A questo va aggiunto che evidentemente Haftar in questo momento non ci considera un Paese amico, e per di più le sue difficoltà sono accresciute dal fatto che è stato, più o meno, abbandonato, da quasi tutte le potenze che lo sostenevano, in particolare la Russia e gli Emirati Arabi Uniti che non lo considerano più una carta da giocare, tutto questo rende la trattativa per il rilascio dei pescatori italiana molto più difficile e complicata. In un certo, senso quei pescatori sono “ostaggio” delle nostre oscillazioni.

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