Le disavventure di Di Maio "l'africano", ministro piazzista oscurato da Macron e soggiogato da Erdogan

Giggino suscita un po’ di tenerezza. Lui ci prova, ogni tanto, a dimostrare interesse, preparazione è chiedergli troppo, per la politica estera, ma che volete, proprio non gli riesce

Erdogan, Conte e Di Maio

Erdogan, Conte e Di Maio

Umberto De Giovannangeli 2 settembre 2020

Diciamo la verità. Noi di Globalist non gliene facciamo passare una a Luigi Di Maio. A volte, però, nella sua totale insipienza internazionale, Giggino suscita un po’ di tenerezza. Lui ci prova, ogni tanto, a dimostrare interesse, preparazione è chiedergli troppo, per la politica estera, ma che volete, proprio non gli riesce. Ma tant’è. Alla Farnesina è capitato e dunque deve dimostrare di esistere come capo della diplomazia italiana. Solo che gli viene proprio male. E non perché non sa l’inglese, o per le gaffe accumulate in corso d’opera o per le mille giravolte fatte. Questo è folclore, su cui ci si può ridere su e poi passare oltre. Il fatto è che in ogni dove, l’Italia è fuori gioco o nel migliore dei casi in panchina.


Prendiamo la missione di ieri, in Libia. A parte le solite affermazioni, che annoiano pure lui, tipo “non esiste una soluzione militare”, alla crisi libica, ovvero “l’Italia è in campo a sostegno dell’accordo di cessate-il-fuoco”, il meglio di sé , si fa per dire, l’abbronzatissimo ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, lo ha dato quando ha provato a rigiocare la carta del Cavalier Berlusconi: quella autostradale. Nelle stesse ore on cui Di Maio era in Libia, Emmanuel Macron era in Libano, per la sua seconda missione dopo la devastante esplosione di Beirut, lo scorso 4 agosto.


Tra le due missioni non c’è stata partita. Annota spietatamente, ma con ragione, Luigi Mastrodonato su wired.it: “Macron si è preso il Libano ferito, e nel farlo si è garantito il ruolo di attore protagonista in un Medio Oriente in piena fibrillazione. La visita delle scorse ore, l’ennesima, è un nuovo capitolo della strategia francese di affermazione a livello internazionale, ma anche un modo per inserirsi negli spazi vuoti lasciati nell’area da potenze come gli Stati Uniti e la Russia. La Francia vuole contare in politica estera, e per farlo ha dimostrato che d’ora in poi non potrà essere tenuta fuori da alcuna discussione sul Medio Oriente; il suo contributo nella scelta del nuovo premier libanese, ma anche le carte consegnate al governo con le riforme da attuare per ottenere più aiuti internazionali, dimostrano come la Francia si sia già presa il palcoscenico. Dall’altra parte c’è Luigi Di Maio, che finiti i bagni rinfrescanti nel mare cristallino della Sardegna è tornato alla noiosa routine di ministro degli Esteri. La visita in Libia delle scorse ore è stata una sorpresa, sia perché non vi era stato alcun annuncio al riguardo, sia perché in questo suo primo anno alla Farnesina siamo stati più abituati a vederlo in trasferta a casa di Andrea Scanzi piuttosto che in missioni internazionali. Di Maio è andato in Libia per seguire le orme di Macron in Libano: per far valere cioè gli interessi italiani nel territorio e affermarsi come punto di riferimento in un paese sferzato da anni di guerra civile, ma che negli ultimi tempi sembra stia vivendo momenti relativamente più affrontabili grazie anche al cessate il fuoco tra le fazioni in lotta, il governo di Fayez al-Serraj a Tripoli e Agila Saleh, presidente del parlamento di Tobruk. Di Maio ha incontrato entrambi e si è parlato esclusivamente di infrastrutture, in particolare la costruzione dellaeroporto di Tripoli e la realizzazione dell’autostrada litoranea, un modo per garantire commesse alle aziende italiane, che vantano molti crediti per lavori iniziati sul territorio e mai finiti a causa della guerra. Potrebbe sembrare un fattore positivo, ma in realtà è stato solo la prova della pochezza internazionale dell’Italia rispetto ad altri suoi partner europei. Mentre la Francia si garantiva un ruolo politico, economico e diplomatico di primo piano in Medio Oriente con le sue visite libanesi, Di Maio in Libia – quella Libia così importante ieri e oggi nella politica estera italiana – non è riuscito ad andare oltre l’ergersi a portavoce di un pugno di aziende nostrane. Ma i grandi progetti infrastrutturali di cui ha discusso in Africa non sono altro che una riedizione del berlusconismo in terra libica, un fac simile del pacchetto firmato nel 2008 tra il Cavaliere e il dittatore Gheddafi. Di Maio è andato sull’usato sicuro, non si è inventato nulla e non ha preso nuove iniziative, provando a raccogliere un po’ dei rimasugli lasciati sul territorio da Russia e Turchia, le vere potenze protagoniste del dossier libico...”.


Così è.


La “guerra del Gambero”


Come non bastasse, trascorrono neanche 24 ore dalla visita del “piazzista” Di Maio, ed ecco che torna la “guerra del pesce” tra Libia e marineria di Mazara del Vallo. Motopesca di Mazara e Pozzallo sono stati fermati da militari libici fedeli al generale Khakifa Haftar. Ancora una volta scenario le acque nel golfo della Sirte per le quali la Libia rivendica la territorialità.


Sono acque pescose in particolare per il Gambero rosso. Nella serata di ieri due motopesca appartenenti al Compartimento di Mazara del Vallo sono stati fermati da motovedette libiche. Si tratta dell’ “Antartide” e del “Medinea”, rispettivamente con 10 e 6 uomini di equipaggio a bordo. Il sequestro secondo quanto riferito via radio dai comandanti è avvenuto a circa 35 miglia nord da Bengasi, oltre quelle 12 miglia dalla costa e quindi in acque internazionali per le convenzioni marittime.


La Libia invece estendendo la territorialità sino alle 62 miglia dalla costa ha istituito la cosiddetta ZEE cioè Zona Economica Esclusiva.  I due motopesca sono stati costretti a seguire la motovedetta libica sino a giungere stamattina al porto di Bengasi. Sempre ieri sera un altro natante militare libico ha affiancato altri due motopesca, il mazarese l’ “Anna Madre”, e il “Natalino”, appartenente alla marineria di Pozzallo, e i militari a bordo hanno costretto i soli comandanti a trasbordare sul loro natante, e sono stati condotti sulla terraferma libica. Si conosce solo il nome del comandante del peschereccio “Anna Madre”, Giacomo Giacalone. Ovviamente sono al lavoro il Comando Generale delle Capitanerie di Porto e la Capitaneria di Mazara del Vallo, allertate anche le autorità diplomatiche attraverso la Farnesina. “Gli equipaggi stanno bene” ha fatto sapere l’armatore dell’”Antartide” Leonardo Gancitano.  Il caso viene ora gestito dall'Unità di crisi della Farnesina, uno dei punti di forza del ministero degli Esteri.


 


Come è avvenuto in passato, anche questa vicenda avrà, per così dire, un happy end. Ma se dovessero sorgere complicazioni, Di Maio sa che fare: alzare il telefono e chiedere i buoni servigi del Sultano di Ankara, al secolo Recep Tayyp Erdogan. Se chiama il suo uomo a Tripoli, Fayez al-Sarraj, i pescherecci e i loro equipaggi saranno liberati in un batter d’occhio.


Perché lui in Libia conta davvero, mica come noi...