Armi all'Egitto, Di Maio fa l'equilibrista, il Pd si spacca e al-Sisi ringrazia

Vendere le armi al Faraone e nello stesso tempo dire di voler chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni e la libertà di Zaki. Ma chi ci crede?

Al Sisi, Di Maio e Conte

Al Sisi, Di Maio e Conte

Umberto De Giovannangeli 11 giugno 2020

Ieri a Montecitorio è andato in scena uno spettacolo avvilente. Protagonista assoluto: il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. “Giggino l’equilibrista” si è cimentato in una missione impossibile anche per il più navigato tra i diplomatici, e certo lui è fuori classifica. In un improvvido esercizio dialettico, il titolare della Farnesina ha provato, con pietosi risultati, di tenere assieme ciò che assieme non può stare: vendere armi all’Egitto e al tempo stesso ripetere, senza arrossire di vergogna, che l’Italia insisterà nel chiedere giustizia per Giulio Regeni.


Insomma: tranquillizzare Fincantieri e Paola e Claudio Regeni, i genitori del giovane ricercatore friulano vittima di un brutale assassinio di Stato. “Resta ferma la nostra incessante richiesta di progressi significativi nelle indagini sul caso del barbaro omicidio di Giulio Regeni”, afferma  il ministro per gli Affari Esteri e la cooperazione internazionale,  in risposta all’interrogazione parlamentare di Liberi e uguali nel corso del question time alla Camera sulla vicenda legata ai rapporti con l’Egitto in seguito alla morte di Giulio Regeni e all’arresto di Patrick Zaki. “Là verità per Giulio è un’aspettativa fortemente radicata nella nostra opinione pubblica e il governo reitera ogni contatto con le autorità egiziane”. E ancora: “I nostri sforzi proseguiranno per favorire un incontro tra le Procure di Roma e Il Cairo. Resta alta la preoccupazione per il caso Zaki per il quale la nostra ambasciata monitora l’evolversi delle udienze. Abbiamo inoltre chiesto l’inserimento del caso all’interno del monitoraggio processuale dell’Ue. L’Italia continuerà a seguire il caso”.


Di Maio dice anche di più: “La vendita delle fregate all’Egitto è ancora da autorizzare”


L’equilibrista senza rete


In realtà è un maldestro equilibrismo lessicale. È sicuramente vero che manca l’ultima firma dell’organismo tecnico, la Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento, che è presieduto da un ambasciatore, ma il via libera politico è stato rilasciato dal premier durante la telefonata del 7 giugno con il presidente al- Sisi. Se ne era parlato al consiglio dei ministri del 5 giugno, su impulso di Di Maio, che si trova a dover gestire l’ultimo passaggio di un dossier finora gestito da palazzo Chigi. In quell’occasione, però, i ministri Roberto Speranza (LeU) e Dario Franceschini (Pd) hanno sollevato problemi di opportunità e quindi la discussione era stata aggiornata. Di Maio vi ha dedicato un criptico accenno quando ha parlato di “una valutazione politica che è in corso a livello di delegazioni di governo, sotto la guida del presidente del consiglio”.


Ministro bifronte


Più volte l’esecutivo ha rassicurato la famiglia Regeni di voler fare luce sull’omicidio di Giulio. A ottobre è stata costituita una commissione parlamentare d’inchiesta, mentre il ministro degli Esteri  dichiarava: “È arrivato il momento di cambiare passo e atteggiamento nei rapporti conl’Egitto. Lo stallo con l’Egitto non è più  tollerabile. Per noi la verità sull’omicidio di Giulio è una priorità che non può  subire alcuna deroga”. “E invece ora questo governo ci ha traditi“, dicono Paola e Claudio Regeni, i familiari del giovane originario di Fiumicello insieme alla loro legale. L’avvocata Ballerini è sempre stata in prima linea nelle tutela dei diritti umani nel Paese africano. Uno dei suoi consulenti, Mohammed Abdallah, è stato arrestato e tenuto in carcere per diversi mesi in Egitto. Lo stesso Paese che continua a trattenere in carcere, ormai da quasi 4 mesi e senza un regolare processo, lo studente egiziano dell’università di Bologna, Patrick George Zaki. “Lo abbiamo detto dal principio – dicono i genitori e l’avvocata di Regeni – la nostra battaglia non è soltanto per Giulio ma per tutti i Giulio di Egitto. Ora però, è stato raggiunto il limite. Non ci presteremo mai più a nessuna presa in giro da parte degli esponenti di questo governo”.


Il fatto è che Di Maio non è pregiudizialmente contrario alla vendita. Lui, confidano fonti della Farnesina, è dell’opinione che buoni rapporti con il regime del Cairo aiuterebbero le indagini, e non il contrario. Né sottovaluta gli aspetti geopolitici: nell’area sono in corso grandi manovre, e per questo ha sottolineato come l’Egitto “resti uno degli interlocutori fondamentali nel quadrante mediterraneo nell’ambito di importanti dossier come il conflitto in Libia, la lotta al terrorismo e ai traffici illeciti, nonché la gestione dei flussi migratori e la cooperazione in campo energetico”.


 


La vendita di armamenti è un grosso business, insomma, ma non solo. Le due fregate valgono 1,2 miliardi di euro. All’orizzonte ci sono opzioni per altre quattro fregate, venti pattugliatori, 24 caccia Eurofighter e altrettanti addestratori M-346. Una partita da oltre 10 miliardi di euro. E poi c’è il gas, trovato dall’Eni nel mare egiziano.


 


Pd spaccato


Lo sblocco delle commesse militari, però, riapre vecchie ferite dolenti. È partita sui social la campagna StopArmiEgitto, su iniziativa di Rete italiana per il disarmo, Amnesty International e Rete della pace. E non ci sono soltanto i mal di pancia grillini o la sofferenza di Roberto Speranza. Si è spaccato anche il Pd.


La deputata dem Barbara Pollastrini esprime “profonda amarezza” e considera la cessione delle due imbarcazioni come “una ferita”: “Patrick Zaki – ricorda – è ancora detenuto nelle carceri e così tanti oppositori al dittatore. Da quattro anni al Sisi boicotta le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni. Promesse e impegni delle istituzioni sembrano scritte sulla sabbia. Non possiamo tacere”.


Lia Quartapelle, capogruppo del Pd in commissione Esteri alla Camera da sempre avversaria all’operazione, ha avvisato: “La vendita delle due fregate porta con sè grossi rischi. Non solo gli sforzi internazionali dovrebbero andare verso la de-escalation militare nella regione, ma l’Egitto non è un nostro alleato: nel Mediterraneo abbiamo interessi diversi, con gli egiziani che fanno parte di un’asse regionale reazionaria e che in Libia sostengono il governo di Haftar, mentre l’Italia quello internazionalmente riconosciuto di Sarraj”.


A questo quadro, afferma ancora, “si aggiunge la mancanza di collaborazione da parte egiziana sia sulla vicenda di Giulio Regeni che quella di Patrick Zaki, a testimonianza di una scarsa attenzione verso le richieste italiane. E’ quindi sia una questione di interesse nazionale che di prestigio della nostra nazione: per farci rispettare ed avere giustizia, avremmo dovuto dire di no”.


“Voglio esprimere la mia profonda contrarietà alla vendita di armi da guerra all’Egitto, un Paese retto da un governo che ostacola la ricerca della verità sull’omicidio Regeni e che da quattro mesi trattiene in prigione Patrick Zaki“, le fa eco  Laura Boldrini, già presidente della Camera e oggi deputata del Partito democratico. E sulla stessa lunghezza d’onda sono Gianni Cuperlo e Matteo Orfini. Di contro il capogruppo in commissione Difesa al Senato, Vito Vattuone, ha detto che non “può venir meno la cooperazione con un Paese importante in un’area strategica tra nord Africa e Vicino Oriente”.


Diversa l’opinione di Alberto Pagani, deputato del Pd e membro della Commissione Difesa, e di Carmelo Miceli, deputato Pd e responsabile della Sicurezza nella segreteria nazionale: “La decisione del governo italiano di autorizzare (come prevede la normativa vigente) la cessione all’Egitto delle due fregate Fremm richieste, che erano destinate alla Marina Militare Italiana, è ragionevole e politicamente opportuna – scrivono in un intervento – Legare le decisioni su un tema di questa portata solamente alla giusta insoddisfazione per l’inconcludenza delle indagini sul caso Regeni sarebbe l’espressione di una visione politica angusta, che non offrirebbe certo più opportunità alla ricerca della verità e della giustizia a cui tutti miriamo”.


Nella compagine governativa dem, decisamente a favore della vendita, a quanto consta a Globalist, si sono mostrati il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e il titolare della Difesa, Lorenzo Guerini.


Pentaspaccati


Sul fronte dei 5 Stelle, la deputata Yana Ehm scrive su facebook un lungo post, in cui spiega di non essere d’accordo con l’accordo Roma-Cairo, tra le altre cose “perché stiamo parlando di un regime autoritario con sistematiche violazioni dei diritti umani, incarcerazioni arbitrarie, repressione del dissenso e persecuzione degli oppositori politici, giornalisti, sindacalisti, e difensori dei diritti umani. L’affidabilità ed il rispetto dei diritti umani si conquistano con azioni concrete, non con accordi commerciali”. Di segno opposto la posizione di Crimi intervistato da Peter Gomez a Sono le Venti: “Vorrei sottolineare che non stiamo regalando le navi ma le stiamo vendendo. L’Egitto le ha chieste a vari Paesi e noi abbiamo la possibilità di fornirle, di fatto è una manovra di tipo economica. Sono invece convinto che grazie agli sforzi della diplomazia e al lavoro del presidente Conte forse qualche risultato lo otterremo”.


E se lo dice lui, al-Sisi sta già tremando.