Sulla Libia Conte 'piange al telefono' mentre si riaffaccia lo spettro del ricatto dei barconi

L’Italia parla di pace in Libia con il presidente egiziano al-Sisi, sostenitore di Haftar, ma il suo alleato, al-Sarraj, sostenuto dalla Turchia, adesso vuole "riconquistare tutto l’est del Paese”.

Conte con Haftar e Serraj
Conte con Haftar e Serraj
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

8 Giugno 2020 - 15.28


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La domanda a questo punto sorge spontanea. Ma Giuseppe Conte è informato di cosa stia accadendo in Libia? Se non fosse così, sarebbe un fatto gravissimo: i servizi e la Farnesina non rendono adotto il presidente del Consiglio degli accadimenti che investono un Paese nevralgico per gli interessi, economici e di sicurezza, dell’Italia. Ma visto che le cose non stanno così, perché il monitoraggio dell’intelligence italiana, l’Aisi in particolare, e della nostra bersagliata ambasciata a Tripoli, è costante e approfondito, allora l’unica risposta che sa di verità, sia pur amara, è che “Giuseppi” faccia finta di non vedere e di non capire.

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Fuori dalla realtà

L’Italia parla di pace in Libia con il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, sostenitore del generale Khalifa Haftar, ma il suo principale alleato, Fayez al-Sarraj, da settimane rifiuta la tregua richiesta dall’uomo forte della Cirenaica e, sostenuto dalla Turchia, porta avanti una campagna militare che, dicono dal Governo di Accordo Nazionale, (Gna) ha come obiettivo quello di “riconquistare tutto l’est del Paese”.

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“Il presidente del Consiglio ha avuto oggi (ieri, ndr) una lunga conversazione telefonica con il presidente della Repubblica Araba d’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi”, hanno fatto sapere da Palazzo Chigi. Al centro del colloquio, continuano, “la stabilità regionale, con particolare riferimento alla necessità di un rapido cessate il fuoco e ritorno al tavolo negoziale in Libia, e la collaborazione bilaterale, da quella industriale a quella giudiziaria, con particolare riferimento al caso Giulio Regeni”.

Quest’ultimo riferimento suona davvero come un oltraggio alla memoria del giovane ricercatore friulano vittima di un assassinio di Stato: l’Italia chiede collaborazione, mai data dalle autorità governative egiziane, e intanto fa affari d’pro con il regime di al-Sisi, vendendogli armi di ogni tipo.

Anche dalla Farnesina fanno sapere che “l’Italia ha accolto con attenzione l’accordo annunciato sabato dal Presidente al-Sisi (la richiesta di un cessate il fuoco duraturo tra le parti respinto però da Tripoli, ndr). L’Italia ha sempre sostenuto ogni iniziativa che, se accettata dalle parti e collocata nel quadro del processo di Berlino, possa favorire una soluzione politica della crisi libica. A questo fine, auspica che tutte le parti si impegnino in buona fede e con spirito costruttivo nella ripresa dei negoziati 5+5 per la definizione, sotto la guida delle Nazioni Unite, di un cessate il fuoco duraturo”.

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Domenica, il presidente-generale egiziano il ha proposto un cessate il fuoco da lunedì in cambio di un ritiro delle milizie straniere dalla Libia, un riferimento implicito ai combattenti inviati dalla Turchia a sostegno delle forze tripoline.

Ma dal Gna è arrivato l’ennesimo rifiuto della tregua. Situazione che si è riproposta, come nelle ultime settimane, perché, come hanno più volte spiegato i vertici di Tripoli, non si fidano più del criminale di guerra Haftar e delle sue promesse di pace: il governo, ha detto il portavoce delle forze militari, Mohammed Gununu, secondo quanto riferito dal Libya Observer, “non ha tempo per guardare le assurdità di Haftar in tv. Non abbiamo iniziato questa guerra, ma ne vedremo la data e il luogo della fine”.

Anche il presidente dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khalid Al-Mishri, ha respinto l’iniziativa di al-Sisi, affermando che la Libia è uno stato sovrano e che l’intervento dell’Egitto è inaccettabile. Al-Mishri ha aggiunto che Haftar ora vuole tornare al dialogo politico dopo aver subito umilianti sconfitte nel corso della sua campagna per la conquista della capitale, sottolineando che “il Consiglio di Stato rifiuta la presenza di Haftar nei prossimi negoziati politici e che dovrebbe arrendersi ed essere processato da un tribunale militare“.

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Parola alle armi

A Sirte le forze del Governo di accordo nazionale (di Tripoli, sostenute dai turchi, stanno fronteggiando a colpi d’artiglieria le milizie del generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, che controllano la città libica dal 2016. La battaglia è al suo terzo giorno. Otto civili tra cui tre donne e due bambini sono rimasti uccisi in un bombardamento con razzi alla periferia della città. Lo ha riferito Libya Review sulla sua pagina Facebook, attribuendo l’attacco alle forze sotto il comando del Gna. Ieri il governo di Tripoli ha assicurato che riprenderà il controllo di Sirte in mano alle forze del generale Haftar. “Quanto a Sirte – ha dichiarato il ministro dell’Interno Fathi Bashagha – tornerà nelle mani del paese e sotto l’ombrello della legittimità”.

La Russia si augura che il governo libico guidato da Fayez Al-Sarraj “risponderà in modo costruttivo” alle proposte dell’Egitto e del suo presidente Abdel Fattah al-Sisi per risolvere il conflitto e che prevedono, tra le altre cose, un cessate il fuoco: lo riferisce il ministero degli Esteri di Mosca precisando che le proposte egiziane “accettate dai leader della fazione orientale della Libia potrebbero essere una solida base per i colloqui da tempo attesi tra le parti opposte per lo sviluppo della Libia dopo la guerra”.  “Speriamo – si legge su un comunicato pubblicato sul sito web ufficiale del ministero degli Esteri russo – che le autorità di Tripoli prenderanno nota prontamente e con la dovuta attenzione della proposta pacifica del Cairo e risponderanno a essa in modo costruttivo”.

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Ma nulla fa sperare in una risposta positiva da parte di Sarraj e del suo più influente sostenitore: Erdogan.

Il ricatto dei barconi

E in questo senario di guerra totale, s’innesta anche il ricatto dei barconi. Secondo il dossier dei Servizi segreti italiani si tratterebbe di almeno 20mila immigrati pronti ad arrivare sulle nostre coste. Numeri confermati dalla Nazioni Unite che parlano di 650mila migranti in Libia. Dietro il timore di sbarchi incontrollati c’è anche il fantasma di un possibile ricatto del governo libico. Il Corriere della Sera ha ricostruito l’ipotesi del governo di al-Sarraj di allentare i controlli per “battere cassa” al governo Conte. Non solo un business (con fondi e forniture) ma l’interesse di Tripoli a chiedere all’Italia maggiore appoggio politico e supporto militare.

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“Il fatto che il governo di Tripoli abbia riconquistato le coste davanti all’Italia è una pessima notizia per noi – argomenta  Gianandrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa -.  È un fatto che Haftar non le abbia mai utilizzate per spedirci migliaia di immigrati clandestini. Salvo rare eccezioni, non ha mai sfruttato il traffico di esseri umani. La stessa cosa non si può dire della Turchia, che ha sempre ricattato l’Europa con i migranti. L’ha fatto recentemente con la Grecia e d’ora in avanti potrebbe ricattare anche noi, visto il peso diplomatico e militare che si è guadagnato nel governo di Tripoli”.

La “guerra dei barconi” con il ricatto all’Italia, è condotta da coloro che si contendono il territorio, Sarraj e Haftar, ma non solo. Perché nella “guerra dei barconi” sono attivi anche altri soggetti in armi: milizie, tribù, bande criminali, jihadisti, spesso in affari con i trafficanti di esseri umani.

L’Italia è nel mirino. D’altro canto, per contrastare gli scafisti e affrontare la “guerra dei barconi” scatenata da milizie vicine ai due contendenti libici, al-Sarraj e Haftar, occorrerebbe implementare un blocco navale, dentro o fuori le acque costiere libiche.

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Ebbene, per implementare il blocco navale – rileva un report del GeopoliticalCenter – dovrebbero  essere impiegati almeno 5000 uomini sul terreno, a difesa delle struttura strategiche, 4/6 droni da media e bassa quota per la sorveglianza delle coste, una nave con funzioni di comando e capacità di appoggio aereo per la quale immaginiamo la portaerei Cavour, due cacciatorpediniere per la protezione aerea nel caso in cui un Mig libico volesse compiere un attacco contro la nostra portaerei, una decina di unità minori, corvette e pattugliatori per imporre fisicamente il blocco navale e chiare regole di ingaggio, onde evitare che i nostri uomini diventino bersagli impotenti di terroristi e scafisti.

Se si vuole stabilizzare per davvero la Libia, dice a Globalist il generale Fabio Mini, ex comandante Nato, ora brillante saggista, servirebbero”come minino 50 mila uomini per controllare il territorio, fermare le auto, sorvegliare gli spostamenti, schedare le persone. E occorrerebbe mettere in conto almeno 50 morti a settimana”.

“In Libia ci sono ancora uomini, donne e bambini che rischiano la vita ogni giorno – rimarca Riccardo Gatti, presidente di Open Arms – . In Libia il Coronavirus non è l’unico problema, la loro vita è violata. Tutti i giorni”. Ma questo popolo invisibile fa notizia solo quando produce allarme, quando viene vissuto come una minaccia, con un governo che insegue la destra sul terreno ad essa più congeniale: la demonizzazione dei migranti. Con l’aggravante che ora si usa la pandemia per giustificare l’ingiustificabile: la mattanza dei dannati della terra. E del mare.

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Una mattanza della quale l’Europa è complice. Mentre Conte si attacca al telefono.

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