Libia, la "nuova Siria" alle porte di casa. Ed Erdogan "protegge" i 300 militari italiani a Misurata

Il nuovo capitolo della storia libica non si scrive a Tripoli né a Bengasi. A decidere le sorti della nazione sono Ankara e Mosca, spinte dal proprio interesse di completare l'egemonia sul Mediterraneo

Truppe turche

Truppe turche

Umberto De Giovannangeli 28 maggio 2020

“Il nuovo capitolo della storia libica non si scrive a Tripoli né a Bengasi. A decidere le sorti della nazione sono ancora una volta Ankara e Mosca, ognuno spinto dal proprio interesse di completare l'egemonia sul Mediterraneo e agguantarsi qualche fetta in più delle preziose risorse che offrono sia il deserto che il mare. I due comandanti in capo, il turco Recep Tayyip Erdogan, e il russo Vladimir Putin, non hanno timore di sporcarsi le mani. In Libia si scontrano, seppur non direttamente e mai ufficialmente, e a Mosca e Ankara (o Istanbul) si ricevono cordialmente per decidere la nuova via d'uscita, win-win per entrambi”.


Il report di Brahim Maraad per l’Agi, coglie l’essenza di ciò che sta diventando la Libia: una “nuova Siria”


La “nuova Siria”


Mentre le forze armate di Tripoli prendevano il controllo della base aerea di Haftar ad Al Watiya, a 140 km a sud-ovest della capitale, infliggendo uno dei colpi più duri al generale e distruggendo l'antiaerea russa, grazie al decisivo sostegno dei mercenari e dei droni forniti dalla Turchia, il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, si intratteneva al telefono con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Ufficialmente per evidenziare "l'importanza di un immediato cessate il fuoco e della ripresa del processo politico sotto l'egida delle Nazioni Unite", secondo quanto già discusso a Berlino. Nei fatti, però, ore dopo si diffonde la notizia di un ingente rinforzo aereo russo che dalla base russa di Khmeimim della Siria si dirige verso la Libia per cercare di riequilibrare la battaglia. 


"Haftar sta affrontando la sua peggiore crisi degli ultimi sei anni", spiega al Washington Post Anas El Gomati, analista della Libia che dirige il Sadeq Institute, un think tank con sede a Tripoli. E la Russia, fedele sponsor, non ha alcuna intenzione di lasciarlo affondare. Il rischio non è solo di vedere svanire il sogno di conquistare Tripoli ma è di perdere anche Bengasi e lasciare l'intero Paese nelle mani dei turchi. 


L'Onu, che ormai si limita al ruolo di spettatore insieme all'Ue, che ancora non riesce a far rispettare l'embargo sulle armi con la nuova missione Irini, mette nero su bianco che si rischia una nuova guerra per procura tra la Turchia e la Russia e di trasformare la Libia in un campo di battaglia simile alla Siria. L'inviata speciale della Nazioni Unite, Stephanie Williams, come documentato da Globalist, ha avvertito di un allarmante corsa agli armamenti. 


Gli interessi in campo sono tanti così come gli attori. Nella prima fase dell'offensiva Haftar poteva fare pieno affidamento sugli alleati arabi: Emirati, Egitto, Arabia Saudita e Giordania, disposti a tutto pur di non cedere l'influenza dell'area al sultano turco e al suo alleato qatarino. Ma ora si è indebolito agli occhi di tanti. Gli europei restano divisi, nonostante i proclami di unità che si rinnovano a ogni conferenza o bilaterale. Francia e Grecia (molto preoccupata dalla Turchia per il controllo sul Mediterraneo) stanno con Haftar. L'Italia invece ha sempre considerato interlocutore Sarraj in quanto riconosciuto dall'Onu, ma ha comunque tenuto aperta la porta al dialogo con l'uomo forte della Cirenaica. Gli Stati Uniti ufficialmente sostengono Tripoli ma hanno inviato segnali contrastanti mantenendo aperti i canali con Haftar, che per anni è stato preziosa risorsa della Cia contro Gheddafi.


Nessuno però è impegnato sul terreno come russi e turchi. E alla fine della battaglia – rimarca ancora Maarad - saranno loro a sedersi al tavolo dei negoziati, ben saldi sulle macerie. Mosca, oltre agli equipaggiamenti, ha fornito anche l'expertise dei mercenari della Compagnia Wagner. A questi si sono aggiunti poi combattenti siriani che avevano già lottato al fianco dell'esercito di Assad. Ankara è invece intervenuta ufficialmente, con tanto di approvazione parlamentare, con i propri militari esperti per l'addestramento, con i contractor della compagnia Sadat e con diverse migliaia di jihadisti siriani che ad Aleppo e Homs combattevano contro Assad e contro i russi. 


La Russia sta chiaramente cercando di ribaltare la situazione a suo favore in Libia. Proprio come in Siria, i russi stanno espandendo la loro influenza militare in Africa usando mercenari supportati dal governo come il Gruppo Wagner”, ha affermato il generale dell’esercito americano Stephen Townsend, alla testa di Africom. “Per troppo tempo la Russia ha negato la piena portata del suo coinvolgimento nel conflitto libico in corso. Bene, non si può negarlo ora. Abbiamo visto come la Russia ha condotto i cacciabombardieri di quarta generazione in Libia. Né Lna né le compagnie militari private possono armare, gestire e sostenere questi aerei senza il sostegno statale che stanno ottenendo dalla Russia “.


“Il mondo ha sentito il signor Haftar dichiarare che stava per scatenare una nuova campagna aerea. Saranno piloti mercenari russi che volano su aerei forniti dalla Russia per bombardare i libici”, ha aggiunto Townsend.


“Se la Russia si impadronisce della base libica, il prossimo passo logico è che dispiegheranno capacità permanenti di negazione delle aree anti-accesso (A2AD) a lungo raggio”, ha dichiarato il generale dell’Usaf Jeff Harrigian, comandante delle forze aeree statunitensi in Europa e in Africa riferendosi al possibile dispiegamento di batterie missilistiche da difesa aerea a lungo raggio S-400 come quelle schierate da Mosca in Siria.


Se la Russia consolida la sua presenza in Libia, gli Stati Uniti potrebbero dispiegare “sistemi di interdizione aerea ad ampio raggio”, aggiungendo che “se questo momento arriverà, creerà preoccupazioni relative alla sicurezza molto concrete per la zona meridionale dell’Europa”.


La diplomazia delle armi


La Libia è ormai diventata la nuova Siria, un terreno di scontro per le potenze in cerca d’influenza – rimarca su Internazionale Pierre Haski, direttore di France Inter -. L’esperienza siriana ha fatto capire a Vladimir Putin che avrebbe potuto senza tanti sforzi occupare il vuoto strategico lasciato dagli Stati Uniti. Il Cremlino sta ripetendo la stessa manovra in Libia, schierandosi dalla stessa parte rispetto agli Emirati Arabi Uniti, all’Egitto e (con una presenza più discreta) alla Francia.  L’altro paese che ha alzato la posta in Libia è la Turchia, intervenuta in difesa del primo ministro del Gna, Fayez al -Sarraj. L’armata turca si è precipitata in soccorso del governo assediato di Tripoli, sia direttamente sia inviando migliaia di mercenari islamisti siriani. 


Recentemente i droni turchi hanno fatto parlare di sé, distruggendo i sistemi antiaerei russi Pantisir che difendevano una base del maresciallo Haftar nell’ovest della Libia, conquistata dall’esercito di Tripoli. Per Haftar, convinto di avere la capitale a portata di mano, si tratta di un capovolgimento inaspettato.  Dove arriverà l’escalation? Finora a ogni mossa di uno schieramento ne è seguita una del fronte opposto, in un equilibrio del terrore che non permette a nessuno dei contendenti di prevalere. Tutti ripetono che non esiste una soluzione militare, ma nel frattempo continuano ad alimentare la guerra civile. L’escalation proseguirà finché ognuno dei due schieramenti sarà convinto che basti spingersi un po’ più oltre per vincere, e finché il prezzo da pagare per le potenze straniere resterà contenuto.  Tutto questo finirà soltanto quando qualcuno sarà nelle condizioni di mettere fine ai combattimenti. Il problema è che per il momento né le Nazioni Unite né l’Europa, pur avendo tentato di fermare le forniture d’armi, sembrano in grado di riuscirci. Restano gli Stati Uniti, il cui intervento del 26 maggio avrà conseguenze ancora difficili da prevedere. Intanto il calvario dei libici continua, e sembra ancora lontano dalla fine”.


Cronaca di guerra


Le forze di Sarraj hanno lanciato un attacco in massa contro l’Lna presso l’aeroporto internazionale di Tripoli. I soldati del Gna prima hanno assunto il controllo della Wadi Al Rabia Road. Poi, una volta assicurato un flusso diretto di rinforzi e rifornimenti, hanno preso di mira gli uomini di Khalifa Haftar all’interno dello scalo. L’offensiva, peraltro, è supportata dalla componente aerea (i droni turchi) e dall’artiglieria, schierata sull’asse di Al Khaleetat. Non a caso si registrano nell’area violenti scontri. Non sembra, però, al momento che le truppe di Bengasi riusciranno a resistere a lungo. Soprattutto in quanto sono a corto di risorse. Una volta bonificata la struttura, il prossimo obiettivo del governo riconosciuto sarà Qasr Ben Ghashir, quartier generale avanzato della prima linea del Generale. “Liberarlo” è propedeutico per prendere Tarhuna, l’ultima roccaforte dell’uomo forte della Cirenaica nell’ovest della Libia. 


Secondo le indiscrezioni diffuse dalla versione araba dell’agenzia di stampa russa Sputnik e rilanciate in Libia dal sito web d’informazione Libya Akhbar la “nuova strategia” di Haftar prevede di attaccare direttamente Misurata “entro due giorni” partendo dalle posizioni che si trovano ad est, cioè Abu Grein. L’obiettivo sarebbe quello di allentare la pressione su Tarhuna, roccaforte dell’Lna  65 chilometri a sud di Tripoli e caposaldo per continuare a minacciare Tripoli.


Proprio a Misurata sarebbero arrivati negli ultimi giorni a bordo di 6 velivoli militari da trasporto turchi mille degli oltre 10 mila mercenari siriani arruolati dalla Tirchia che ha recentemente posizionato a difesa dell’aeroporto di misurata proprie batterie missilistiche Hawk XXI.


Non è chiaro se i mercenari siriani dovranno difendere Misurata o partecipare all’offensiva tesa a riconquistare Sirte ma è certo che la difesa aerea a medio raggio turca intorno all’aeroporto (oltre 40 chilometri la portata dei missili turchi) offre protezione anche ai 300 militari italiani dell’operazione sanitaria nella città libica e basati a ridosso dell’aeroporto.


E così il Sultano torna a farsi garante della protezione di italiani (dopo la vicenda della liberazione di Silvia Romano). Non sarà un aiuto senza contropartite.


 


Alle molte notizie e indiscrezioni giunte negli ultimi giorni dalla Libia si aggiungono fonti tunisine le quali sostengono che una squadra di forze speciali turche ha lanciato in tutta la Libia un’operazione di ricerca di Saif al Islam, il figlio di Moammar Gheddafi, con l’ordine di ucciderlo o catturarlo per estradarlo alla corte penale dell’Aja. Le stesse fonti riferiscono che forze speciali di Erdogan sarebbero anche penetrate a Zintan, la città le cui milizie si dice ospitino Saif al Islam, con l’aiuto dei jihadisti di Abdelakim Belhaj, ex detenuto della Cia, ex capo del consiglio militare di Tripoli e oggi leader del partito islamico al-Watan e considerato “l’uomo del Qatar” (alleato di ferro di Ankara e della Fratellanza Musulmana) in Libia.