Dopo aver massacrato i curdi duemila tagliagola siriani sono già in Libia al soldo di Erdogan

Si tratta dei gruppi jihadisti che hanno commesso crimini di guerra nel corso dell'invasione del Rojava. Hanno firmato contratti di sei mesi, da 2.000 dollari al mese con il governo di Tripoli ma sono in 'quota' turca

Mercenari jhadisti mandati a combattere in Libia da Erdogan

Mercenari jhadisti mandati a combattere in Libia da Erdogan

Umberto De Giovannangeli 15 gennaio 2020

Per il lavoro sporco in Libia, il “Sultano” ha arruolato gli stessi tagliagole impiegati in Siria, nella pulizia etnica contro i curdi siriani nel Rojava. Miliziani qaedisti resisi autori di uccisioni di massa, stupri, saccheggi. Globalist è stato tra i primi a scriverne. E ora viene una conferma autorevole. E inquietante. Sono circa 2mila i combattenti siriani, a cui è stata promessa la nazionalità turca, già dispiegati o in procinto di arrivare in Libia a sostegno del Governo di accordo nazionale guidato da Fayez al- Sarraj, dopo che Ankara ha accolto il mese scorso la sua richiesta di sostegno militare contro l'offensiva del generale Khalifa Haftar.


Tagliagole in azione


Il Guardian scrive che duemila combattenti siriani sono partiti dalla Turchia o arriveranno a breve per combattere in Libia. Il giornale cita a conferma della notizia fonti di tutti e tre i Paesi. L'impiego dei combattenti siriani fa seguito all'intervento deciso da Ankara a sostegno del premier libico Fayez al -Sarraj, impegnato contro il rivale Khalifa Haftar. Secondo il Guardian, un iniziale contingente di 300 uomini della seconda divisione dell'Esercito nazionale siriano (Sna), un gruppo di ribelli anti Assad finanziato dalla Turchia, ha lasciato la Siria il 24 dicembre, attraverso il confine militare di Hawar Kills, seguito da un gruppo di altri 350 combattenti il 29 dicembre. In seguito, sono stati trasportati in aereo a Tripoli, dove sono stati dislocati sulle linee di difesa a est della capitale libica. Altri 1.350 uomini hanno attraversato il confine con la Turchia il 5 gennaio. Alcuni sono già stati dispiegati in Libia, mentre altri sono ancora impegnati nell'addestramento in una struttura militare nel sud della Turchia. Altri combattenti che fanno parte della Legione islamista Sham, scrive ancora il Guardian, starebbero per essere trasferiti in Libia. Una fonte ha riferito al quotidiano britannico che i siriani potrebbero essere inquadrati in una divisione che porta il nome dell'eroe della resistenza libica Omar al-Mukhtar, giustiziato dagli italiani nel 1931. I combattenti avrebbero firmato un contratto di sei mesi direttamente con il Governo di accordo nazionale (Gna) di al- Sarraj, per un compenso di 2mila dollari al mese. Si tratta di una somma considerevole rispetto alle circa 450-550 lire turche che percepivano in Siria. A tutti è stata promessa la cittadinanza turca, un espediente spesso usato da Ankara per cooptare combattenti. La Turchia si fa invece carico delle spese mediche per i feriti ed è responsabile del rimpatrio delle salme in Siria. Il Guardian conferma che sarebbero almeno quattro i combattenti siriani già caduti sul fronte libico, anche se le loro unità hanno riferito che sarebbero morti nei combattimenti in Siria contro le unità curde. Sia Ankara che Tripoli hanno ripetutamente negato la presenza di combattenti siriani in Libia.


Anche Mervan Qamishlo, portavoce della principale alleanza armata che combatte le truppe di Ankara, le forze democratiche siriane, ha confermato che centinaia di combattenti del cosiddetto Fronte al-Nusra (considerato per lungo tempo la filiale siriana di al Qaeda), dello Stato islamico e dell'Esercito libero siriano, una fazione più moderata, si sono trasferiti in Libia. A dare maggior vigore alle accuse anche alcuni video che, come specifica il sitoSpecialeLibia.it, mostrerebbero miliziani siriani filo turchi già arrivati in Libia. In queste immagini, in particolare, si sentirebbero combattenti parlare del contesto libico con un accento arabo non corrispondente agli idiomi più tradizionalmente sentiti nel Paese nordafricano. Stando a una fonte dell'opposizione siriana, Ankara sarebbe già in contatto con diversi gruppi di ribelli siriani per il dispiegamento e le Brigate Suqour al-Sham avrebbero già accettato 'l'invito' tanto che alcune unità avrebbero raggiunto la Turchia in attesa del dispiegamento in Libia. A queste indiscrezioni si aggiungono quelle di una fonte turca, secondo cui la Divisione Sultan Murat, gruppo armato di turcomanni siriani, arriverà in Libia insieme ad altre forze. Stando alle rivelazioni di Middle East Eye, il gruppo ribelle Faylaq al-Sham dovrebbe essere al comando. "Le forze di Tripoli hanno inviato armi e munizioni per aiutare i ribelli siriani nel 2011. Hanno persino inviato loro comandanti ad aiutarli - ha detto la fonte siriana - Faylaq al-Sham ha ricambiato il favore nel 2013 con l'invio di ufficiali con compiti di consulenza a favore delle forze di Tripoli contro le forze di Bengasi".


Nei giorni scorsi in dichiarazioni al sito di notizie Erm News, il direttore dell'Osservatorio siriano per i diritti umani già accusava la Turchia di aver "inviato combattenti dalla Siria alla Libia a sostegno alle forze di Fayez al-Sarraj" "Non è la prima volta, ma questa volta i combattenti sono di nazionalità siriana", diceva Rami Abdel Rahman, aggiungendo che si tratta di ribelli che hanno "partecipato all'offensiva contro i curdi" nel nord della Siria. A ottobre, sottolineava ancora i il direttore dell'Osservatorio a Erm News, la Turchia ha invece inviato "jihadisti stranieri" dalla Siria in Libia. Globalist lo ha raggiunto telefonicamente nel suo ufficio di Londra: “I nostri referenti sul territorio siriano – dice Rahman – confermano quanto scritto dal Guardian – con l’aggiunta che alcuni capi di queste milizie sono stati inquadrati, a livelli alti, nella catena di comando delle forze fedeli al governo di Sarraj”.


Haftar detta le condizioni


La Turchia non può fare da mediatore nel processo di pace in Libia perché non è un attore neutrale. È questa, secondo la ricostruzione di al-Arabiya, la posizione del generale Khalifa Haftar, sostenuto da Russia, Egitto ed Emirati Arabi, sui futuri colloqui con l’avversario sul campo, il primo ministro del Governo di accordo nazionale, Fayez al-Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni Unite. Haftar riporta la tv panaraba, “rifiuta che la Turchia faccia da mediatore e chiede che gli Stati mediatori siano neutrali ed abbiano come scopo la stabilità della Libia e non quello di rafforzare le milizie armate o dispiegare estremisti”. Sempre secondo l’emittente emiratina, Haftar ha informato la Russia delle condizioni per lui necessarie per un cessate il fuoco: “Un termine tra i 45 e i 90 giorni alle milizie per restituire tutte le armi e un comitato guidato dall’Esercito nazionale libico (Lna) (a lui fedele, ndr) che insieme all’Onu censisca le armi in mano alle milizie”. La Russia però fa sapere che le parti concordano nel proseguire la tregua che resta in vigore a tempo indeterminato, anche se arrivano notizie di nuovi scontri a sud di Tripoli. In più, veicoli militari e cannoni degli Emirati Arabi Uniti sono arrivati nel quartier generale di Haftar per un possibile nuovo assalto alla capitale. Tutte notizie che arrivano dal fronte di Sarraj e dall’agenzia turca Anadolu.


Forza d’interposizione


In vista dell'appuntamento nella capitale tedesca, si fa sempre più strada l'ipotesi di una forza di interposizione Ue sotto l'egida delle Nazioni Unite. Con l'Italia che non alimenterà il conflitto. L'Italia è concentrata da tempo affinché la crisi sia orientata a una soluzione politica, condividiamo un forte impegno congiunto per promuovere una sostenibile soluzione politica sotto l'egida delle nazioni unite". Così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, parlando di Libia al termine del colloquio con il primo ministro  del Regno dei Paesi Bassi, Mark Rutte. "L'approccio dell'Italia verso la crisi libica è uno degli argomenti toccati. Con l'approssimarsi della conferenza di Berlino, la nostra posizione è chiara e coerente: non c'è spazio per una soluzione militare che acuirebbe le sofferenze e l'instabilità della regione" ha aggiunto Conte.  La premessa per una soluzione politica della crisi libica, "che potremo cercare di ottenere già dalla conferenza di Berlino, è che si mantenga la tregua fra le fazioni e che si apra un confronto intralibico in grado di consegnare un futuro di benessere e prosperità e anche di autonomia e indipendenza", rimarca ancora Conte.  Una linea ribadita al Senato dal ministro degli Esteri Kuigi Di Maio..  L’Italia, ribadisce il titolare della Farnesina, non interverrà militarmente nel Paese nordafricano. "La Libia sovrana, unita e in pace resta la priorità assoluta dell'Italia" ha aggiunto Di Maio nell'informativa a Palazzo Madama. "La Ue, su impulso dell'Italia, ha avviato una riflessione per una missione di monitoraggio del cessate il fuoco in Libia, nel quadro della legalità internazionale sancita dall'Onu e su richiesta delle autorità libiche; sarebbe un passo importante per evitare interferenze straniere e dare un ruolo di primo piano alla Ue nella crisi", afferma ancora  Di Maio.


“Sponsor” in Libia.


Sul caos libico interviene anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. È fonte di "estrema preoccupazione - secondo il ministro Guerini - "il perdurare delle ostilità in Libia, dove la situazione sul terreno "è caratterizzata dal continuo supporto degli sponsor internazionali dei due schieramenti contrapposti che contribuisce ad alimentare la convinzione dei rispettivi leader di poter prevalere militarmente sulla controparte". "L'annuncio di Ankara dell'invio di truppe a supporto del Governo di accordo nazionale - ha osservato Guerini - è alla base della recente accelerazione del Lybian national army del generale Haftar che, consapevole delle difficoltà riscontrate per avanzare verso il centro di Tripoli, ha diversificato la propria manovra, sfruttando l'appoggio di forze locali che hanno cambiato sponda di appartenenza". 


"La tenuta a tempo indeterminato del cessate il fuoco - ha proseguito il ministro - rimane l'obiettivo primario per lo sviluppo di un dialogo politico intralibico che conduca finalmente alla cessazione definitiva delle ostilità. In questo senso - ha aggiunto - la presenza di Haftar alla Conferenza di Berlino ha sicuramente un valore positivo". "Non risultano sussistere minacce dirette al nostro contingente" in Libia, puntualizza Guerini  a davanti alle commissioni riunite Difesa a Palazzo Madama. In Libia attualmente, "nell'ambito della missione Miasit, operano 240 militari - ha ricordato il ministro - su una presenza massima autorizzata di 400. E continua il supporto sanitario all'ospedale di Misurata che, dall'inizio dell'intervento, ha garantito 24 mila prestazioni sanitarie".