Camporini: "In Libia stiamo lasciando il campo a chi è più spregiudicato di noi"

Intervista al generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, e prim’ancora dell’Aeronautica militare.

Vincenzo Camporini

Vincenzo Camporini

Umberto De Giovannangeli 31 dicembre 2019

“In Libia, di fatto, stiamo lasciando il campo a chi è più spregiudicato di noi”. A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa a Globalist, è il generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, e prim’ancora dell’Aeronautica militare, tra i più autorevoli analisti militari europei. Quanto all’ipotesi di una no-fly zone in Libia, Camporini avverte: “Non è propriamente un’azione diplomatica. E’ un uso della forza militare che comporta rischi di ulteriori escalation. Inoltre, una no-fly zone normalmente si impone nei confronti di una delle parti in causa. Vorrebbe dire che ci schieriamo da qualche parte”.


Generale Camporini, in Libia siamo ormai ad una guerra per procura?


”Sì, perché ci sono due contendenti i quali possono contendere soltanto perché sono appoggiati da potenze esterne alla Libia. Non è una situazione nuova perché anche quello che è accaduto in Siria può ricondursi a una guerra tra potenze esterne condotta sulla pelle delle popolazioni locali”.


Tra queste potenze esterne nella partita libica, c’è anche, e con un ruolo sempre più attivo, la Turchia di Erdogan.


”C’è la Turchia di Erdogan, c’è la Russia di Putin, c’è l’Egitto di al-Sisi, c’è il Qatar, ci sono gli Emirati Arabi Uniti, e c’è anche qualche potenza occidentale quale la Francia, ma forse non solo”.


Il 2 gennaio, il Parlamento turco si appresta a votare, e con assoluta certezza ad approvare, l’invio di un contingente militare in Libia a sostegno del Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato dal primo ministro Fayez al-Sarraj. Cosa può significare la presenza turca, del suo esercito e di milizie siriane filo-Ankara, nello scenario libico?


”Significa che il livello dei combattimenti che finora era poco più di una scaramuccia, è destinato ad innalzarsi. E’ chiaro che un intervento turco può mettere in seria difficoltà Haftar, che peraltro finora non ha combinato molto, ma questo potrebbe indurre i sostenitori del generale della Cirenaica a fare un salto di qualità, il che rischia il coinvolgimento diretto di queste potenze esterne. E questa è una prospettiva estremamente pericolosa”.


A fianco di al-Sarraj c’è anche l’Italia...


”L’Italia finora ha condotto una politica per tenere l’anima immacolata.  Non c’è nulla di più ortodosso del sostenere un Governo voluto dalle Nazioni Unite. E’ stato, però, un sostegno, e lo è tuttora, quasi puramente verbale. Al di là dell’addestramento della Guardia costiera libica, che peraltro risponde direttamente ad una esigenza nazionale italiana, possiamo vantare lo schieramento di un ospedale da campo a Misurata in una ottica sempre di aiuti umanitari. Di fatto, stiamo lasciando il campo a chi è più spregiudicato di noi”.


Il 7 gennaio prossimo una missione di ministri degli Esteri di Paesi Ue, tra cui il titolare della Farnesina Luigi Di Maio, ha in previsione una missione diplomatica in Libia. Con quali prospettive?


”Io mi domando, e come me lo fanno in molti, che cosa andranno a fare questi ministri a Tripoli?”.


Generale Camporini, negli ultimi giorni sta prendendo corpo l’ipotesi di una no-fly zone in Libia. Che ne pensa?


”Chi avanza questa ipotesi deve essere ben consapevole che una no-fly zone consiste nell’abbattimento di chi la sta violando e nella distruzione degli aeroporti da cui partono. Non è propriamente un’azione diplomatica. E’ un uso della forza militare che comporta rischi di ulteriori escalation. Inoltre, una no-fly zone normalmente si impone nei confronti di una delle parti in causa. Vorrebbe dire che ci schieriamo da qualche parte”.


A quasi nove anni dall’abbattimento del regime di Muammar Gheddafi e dall’eliminazione del Colonnello, la Libia si può definire uno Stato fallito?


”A parte le parentesi degli ultimi anni della colonizzazione italiana, del regno di Idris e della dittatura di Gheddafi, la Libia non è mai stata uno Stato unitario: Gli antagonismi storici latenti non hanno fatto che riemergere. A questo punto, non è irragionevole domandarsi se una soluzione sostenibile non sia quella di una federazione o addirittura di una divisione tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan”.


La Libia è stata considerata un Paese di transito di migranti, provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana. C’è il rischio di una fuga di massa di libici a fronte di un inasprimento della guerra per procura?


”No, io non lo credo. Certo, qualcuno cercherà si sfuggire il clima di violenza ma non ritengo che siano numeri che debbano preoccupare. Non dimentichiamo che sotto la dittatura di Gheddafi, la Libia era un Paese che richiamava masse di migranti che trovavano lavoro e occupazione grazie ai cospicui introiti della rendita petrolifera. Possiamo pertanto immaginare un futuro con un territorio libico pacificato che possa assorbire cospicue masse di migranti”.


Dalla Libia alla Siria, dallo Yemen all’Iraq, dove manifestanti hanno preso d’assalto l’ambasciata americana a Baghdad, al Libano da tempo senza governo. Che quadro del Medio Oriente ci lascia l’anno che sta per finire?


”Il Medio Oriente è squassato da una serie di crisi che non hanno prospettive di soluzione nel medio termine. Si tratta di una instabilità generalizzata che non si potrà comporre finché le tre-quattro potenze che si contendono l’egemonia regionale non troveranno un equilibrio. Occorre che i governanti di Riyadh, di Ankara, di Teheran e del Cairo raggiungano un accordo che oggi non sembra alle viste”.


Ci sarebbe bisogno di una sorta di “Jalta mediorientale”...


”Sì. Ma c’è bisogno di un’America che non fugga, di una Russia che veda appagata la sua volontà di apparire come essenziale agli equilibri, occorrerebbe, ma non c’è una Europa che si occupi di quello che è il suo ‘giardino di casa’. E in tutto questo non dimentichiamoci che c’è anche Israele”.