Libia? Erdogan punta al protettorato ottomano in Tripolitania

si prepara a mobilitare l’esercito turco e intanto manda in avanscoperta i miliziani qaedisti già utilizzati in Siria per massacrare i curdi.

Erdogan e Serraj

Erdogan e Serraj

Umberto De Giovannangeli 30 dicembre 2019

Un protettorato “ottomano” in Tripolitania che possa poi estendersi fino alla regione del Fezzan.  E’ questo il vero obiettivo del “Sultano” di Ankara. Un protettorato ricco di pozzi petroliferi e di gas. E per realizzarlo, Recep Tayyp Erdogan si prepara a mobilitare l’esercito turco e intanto manda in avanscoperta i miliziani qaedisti già utilizzati in Siria per massacrare i curdi.


Alla faccia delle missioni Ue, di improbabili “cabine di regia” internazionali, di conferenze itineranti buone per photo opportunity, di piani di pace Onu rimasti sulla carta. Contractor turchi contro contractor russi. I primi a fianco del Governo di Accordo Nazionale (GNA), l’unico riconosciuto internazionalmente, guidato da Fayez al-Sarraj, i secondi a sostegno dell’uomo forte della Cirenaica, il maresciallo Khalifa Haftar, che può contare anche sul sostegno di Egitto, Arabia saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania.


L’esercito dei mercenari


Sono oltre 1.600 i combattenti mercenari siriani trasferiti nei campi di addestramento turchi, in attesa di essere inviati in Libia per combattere a fianco delle forze di Fayez al-Sarraj contro l'offensiva del generale Khalifa Haftar. Lo rende noto l'Osservatorio siriano per i diritti umani. Secondo l'Ong i combattenti fedeli ad Ankara sarebbero giunti da Afrin, l'ex enclave curda nel nord della Siria, conquistata dalla Turchia nel 2018.  Secondo l'ong, circa 300 miliziani sono già stati trasferiti dal territorio siriano controllato dalla Turchia alla Libia: sono uomini - aggiunge l'organizzazione, che ha sede nel Regno Unito, ma una vasta rete di collaboratori sul terreno - che "provengono dal movimento Hazm", una fazione armata siriana che è stata disciolta diverso tempo fa. Ai combattenti, aggiunge l'Osservatorio, viene offerto uno stipendio che oscilla tra i 2.000 e i 2.500 dollari al mese e il loro soggiorno in Libia va dai tre ai sei mesi. Pochi giorni fa, l'Osservatorio aveva denunciato che la Turchia aveva istituito centri di reclutamento per combattenti nella Siria nordoccidentale, in zone sotto il controllo delle fazioni fedeli ad Ankara, per inviarli in Libia.


Stando all'Osservatorio, il numero di uomini che hanno raggiunto i militari turchi nel nord della Siria per ricevere addestramento e trasferirsi in Libia è tra i 900 e i 1.000. Anche Mervan Qamishlo, portavoce della principale alleanza armata che combatte le truppe di Ankara, le forze democratiche siriane, ha confermato che centinaia di combattenti del cosiddetto Fronte al-Nusra (considerato per lungo tempo la filiale siriana di al Qaeda), dello Stato islamico e dell'Esercito libero siriano, una fazione più moderata, si sono trasferiti in Libia.


A dare maggior vigore alle accuse anche alcuni video che, come specifica il sito SpecialeLibia.it, mostrerebbero miliziani siriani filo turchi già arrivati in Libia. In queste immagini, in particolare, si sentirebbero combattenti parlare del contesto libico con un accento arabo non corrispondente agli idiomi più tradizionalmente sentiti nel Paese nordafricano.


Ankara accelera i tempi. Il Parlamento turco anticipa al 2 gennaio la ripresa dei lavori e di conseguenza il voto sulla mozione del governo all'invio di militari in Libia. Lo aveva lasciato intendere il governo del presidente, Erdogan,  e oggi lo ha ufficializzato il leader nazionalista, Devlet Bahceli, confermando il sostegno del proprio partito. La risoluzione di due pagine, presentata oggi,   firmata da Erdogan, chiede "l'autorizzazione al dispiegamento di qualsiasi tipo di truppe, anche da combattimento se necessario, contro i gruppi terroristici ed i gruppi armati illegali".  Nel testo il presidente turco sottolinea apertamente le violazioni portate avanti dalle truppe del generale Khalifa Haftar, che da Aprile scorso guida un'iniziativa militare per la conquista di Tripoli e il rovesciamento del Governo  al-Sarraj riconosciuto dall'Onu.


Il protettorato si consolida


Storia, geopolitica, petrolio, ricostruzione: è il mix di ragioni che spingono Erdogan ha mettere le mani sulla Libia. Durante il regno Ottomano, i turchi colonizzarono e dominarono la vita politica della regione, e la composizione etnica della Libia cambiò sostanzialmente con la migrazione dei turchi dall’Anatolia, con la determinazione di una nuova entità etnica locale, i “Kouloughlis”, una popolazione con sangue misto turco e maghrebino. Nel 2011, anno della caduta di Gheddafi, i cittadini turchi residenti in Libia erano circa 25.000. Fredde in precedenza, le relazioni tra Ankara e Libia si rafforzarono quando, a seguito dell’embargo militare decretato dagli Usa alla Turchia per l’intervento a Cipro nel 1974, fu la Libia a garantire all’aviazione turca i pezzi di ricambio per i caccia di fabbricazione statunitense in dotazione. D’allora, l’incidenza turca in Libia è cresciuta esponenzialmente. Quando l’allora primo ministro e attuale presidente della Turchia, Recep Tayyp Erdoğan, nel settembre 2011 fece visita a Tripoli, ricevette un’accoglienza da star da parte dei libici. Oggi, la Libia è il terzo partner commerciale della Turchia in Africa. Sono innumerevoli i trattati bilaterali tra i due paesi, tra i quali vanno ricordati l’Accordo per il rafforzamento della cooperazione economica e tecnica (1975) e l’Accordo bilaterale per gli investimenti e la protezione (2009). I due Paesi hanno inoltre deciso di dar vita, l’anno prossimo, a un accordo di libero scambio. Non basta. La Turchia è tra i maggiori investitori in Libia. Sono stati firmati accordi per realizzare progetti d’intervento in Libia, in particolare nel settore delle infrastrutture, che superano i venti miliardi di dollari. In termini di quantità di lavoratori impiegati nella realizzazione di opere all’estero da parte della Turchia, la Libia è il secondo mercato dopo la Russia. Non basta.  La crisi siriana ha fortemente indebolito le rotte del petrolio da Arabia Saudita, Iran, Iraq e stati del Golfo. E questo ha portato Ankara a puntare decisamente, nella “battaglia del petrolio”, al sud del Mediterraneo e dunque alla Libia. Mentre altri patteggiavano sotto traccia con milizie o andavano alla ricerca, in terra libica, di improbabili uomini forti a cui affidare il ruolo di gendarme del Mediterraneo, la Turchia ha sviluppato una penetrazione a trecentosessanta gradi, dalla cultura all’alimentazione.  I turchi hanno aperto a pioggia ristoranti e negozi, mentre diciannove miliardi di dollari sono stati investiti nel campo delle costruzioni attraverso la Turkey Contractors’ Association.


La denuncia di Amnesty


“Quella in Libia – dice a Globalist Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – è una guerra dalla quale fuggono profughi di guerra. E’ un conflitto che ci ha costretto a recuperare questo concetto novecentesco di profughi di guerra. E per quanto si sentano rassicurazioni anche da istituzioni italiane sul fatto che si tratta di scontri localizzati e che il cessate-il-fuoco è alla portata, in queste ultime settimane abbiamo assistito a un moltiplicarsi degli attori in campo, sia statali che non statali, e dobbiamo constatare che ormai è la popolazione di Tripoli in quanto tale a non essere più al sicuro. E nessuna sorpresa – rimarca Noury – se poi le navi di soccorso delle Ong iniziano a salvare anche cittadini libici. E’ bene ricordare che dal 2011 vige un embargo sulle armi dirette in Libia e oggi dobbiamo concludere che si tratta di uno degli embarghi più violati al mondo”. Sul ruolo dell’Europa, il portavoce di Amnesty non nutre soverchie illusioni: “L’Europa ha sempre più un ruolo scarsamente rilevante. Il futuro della Libia rischia di essere deciso nel medio periodo ad Ankara, Il Cairo, Dubai e forse nel lungo periodo a Mosca. Quanto all’Italia, può essere una sede negoziale ma al momento, purtroppo, nulla di più. E sul nostro Paese pesa la responsabilità, condivisa con l’Unione europea, di aver lasciato incancrenire la situazione in nome dell’unico obiettivo che interessava all’Italia: trovare interlocutori in Libia per fermare le partenze dei migranti. In sintesi, all’Italia che interessa di più è che i motori delle barche della Guardia costiera libica abbiano sufficiente carburante”.


Sul terreno intanto non si ferma l'offensiva del sedicente Esercito nazionale libico (Lna) di Haftar. La Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc) ha lanciato l'allarme “sulla possibilità di sospendere le operazioni nel terminal di Zawiya”, il principale nell'ovest del Paese, con una perdita di almeno 300 mila barili al giorno. A rischio ci sarebbe anche la produzione nel campo di Al Sharara. Secondo Tripoli, altri raid di Haftar hanno colpito anche Abu Slim, a sud della capitale, provocando il ferimento di almeno 6 civili. Una situazione sempre più allarmante dal punto di vista umanitario, con l'Unhcr che “rinnova il suo appello a proteggere le vite dei civili, inclusi i rifugiati e i migranti detenuti”.


Di Maio insiste


 Il rischio crescente di un'escalation militare in Libia "richiede da parte di tutti gli attori internazionali e libici la massima moderazione". E' la posizione condivisa dal presidente francese, Emmanuel Macron con il suo omologo egiziano Abdel Fattah al Sisi in una telefonata, secondo quanto riferito dall'Eliseo in una nota. I due "hanno convenuto di agire in stretto coordinamento in vista della conferenza di Berlino e di facilitare un decisivo rilancio dei negoziati inter-libici". Ma la diplomazia del telefono deve fare i conti con la ”diplomazia delle armi”. Ed è uno scontro ìmpari.  Quanto a l’Italia, il ministro degli Esteri Luigi di Maio ha telefonato al suo omologo egiziano Sameh Shoukry. Durante la conversazione telefonica stamattina sarebbe stato espressa la necessità di intensificare gli sforzi per ripristinare la sicurezza e la stabilità della Libia.“ I due ministri”, recita una nota della Farnesina, “hanno respinto, nel contempo gli interventi militari stranieri nel territorio libico che ostacolerebbero il percorso verso un accordo politico inclusivo che affronti tutti gli aspetti della crisi libica nell’ambito del processo politico di Berlino”. Peccato che questo interventi “militari stranieri” sono già  in atto. Ma a Roma non se ne sono accorti. O fanno finta di non saperlo, nonostante le sempre più allarmate informative dei nostri 007 presenti sul campo, a Tripoli, a Bengasi, a Misurata.