Può l'Italia essere alleata in Libia con i tagliagola filo-turchi che hanno sterminato i curdi?

La decisione di Erdogan di inviare a sostegno di Serraj anche le milizie jihadiste usate per invadere il Rojava e Afrin rende sempre più insostenibile le posizione pro-Tripoli del governo

Miliziani jihadisti filo-turchi
Miliziani jihadisti filo-turchi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

27 Dicembre 2019 - 16.08


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Dopo averli utilizzati per schiacciare la resistenza dei curdi siriani nel Rojava, affidando loro i lavori più sporchi – razzie, pulizia etnica, esecuzioni sommarie – ora il “sultano” di Ankara ha deciso di replicare in Libia, in quella che è ormai una guerra di tutti. Non appena il Parlamento riaprirà, ha detto Erdogan, il decreto sull’invio di uomini in Libia verrà messo in agenda: ottenuta l’autorizzazione, l’8 o il 9 gennaio si potrebbe già aprire la strada al dispiegamento. E tra le forze che Ankara intende dispiegare sul suolo libico ci sono battaglioni del cosiddetto Esercito nazionale siriano, un insieme di milizie, anche di origine qaedista, supportate e finanziate dalla Turchia.

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Stando a una fonte dell’opposizione siriana, Ankara sarebbe già in contatto con diversi gruppi di ribelli siriani per il dispiegamento e le Brigate Suqour al-Sham avrebbero già accettato ‘l’invito’ tanto che alcune unità avrebbero raggiunto la Turchia in attesa del dispiegamento in Libia. A queste indiscrezioni si aggiungono quelle di una fonte turca, secondo cui la Divisione Sultan Murat, gruppo armato di turcomanni siriani, arriverà in Libia  insieme ad altre forze. Stando alle rivelazioni di Middle East Eye, il gruppo ribelle Faylaq al-Sham dovrebbe essere al comando. “Le forze di Tripoli hanno inviato armi e munizioni per aiutare i ribelli siriani nel 2011. Hanno persino inviato loro comandanti ad aiutarli – ha detto la fonte siriana – Faylaq al-Sham ha ricambiato il favore nel 2013 con l’invio di ufficiali con compiti di consulenza a favore delle forze di Tripoli contro le forze di Bengasi”.
Ieri in dichiarazioni al sito di notizie Erm News, il direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani – ong con sede in Gran Bretagna legata agli attivisti delle opposizioni siriane – già accusava la Turchia di aver “inviato combattenti dalla Siria alla Libia  a sostegno alle forze di Fayez al-Sarraj” “Non è la prima volta, ma questa volta i combattenti sono di nazionalità siriana”, diceva Rami Abdel Rahman, aggiungendo che si tratta di ribelli che hanno “partecipato all’offensiva contro i curdi” nel nord della Siria. A ottobre, sottolineava ancora ieri il direttore dell’Osservatorio a Erm News, la Turchia ha invece inviato “jihadisti stranieri” dalla Siria in Libia.

Le Forze armate turche sono pronte a un possibile impegno in Libia a sostegno del governo di Tripoli contro le forze del generale Khalifa Haftar, come richiesto dal presidente Erdogan. L’esercito è “pronto a svolgere qualsiasi compito in patria e all’estero”, ha dichiarato la sua portavoce Nadide Sebnem Aktop, durante la conferenza stampa di fine anno. Anche gruppi di ribelli siriani filo-turchi saranno impiegati in Libia a sostegno del Governo di accordo nazionale (Gna) di al-Sarraj contro le forze del generale Haftar. Lo ha detto un alto funzionario del governo di Tripoli.
Gli smemorati di Roma
Per essere ancora più chiari: si sta parlando di miliziani che hanno postato il video di una giovane combattente curda stuprata e vilipes, il tutto mostrato sui social. Sarebbero costoro i nuovi alleati di un Governo, quello guidato da Fayez al-Sarraj, che l’Italia continua a sostenere, sia pure non come Sarraj vorrebbe?

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Di fronte a questo scenario, il Governo italiano, e le forze politiche che lo sostengono, non possono cavarsela con il solito mantra “non esistono soluzioni militari” alla crisi libica. Il punto ora è un altro: è giustificabile continuare a sostenere un Governo libico che pur di non essere schiacciato dalle forze pro-Haftar si affida a carnefici, stupratori, miliziani qaedisti e dell’Isis?

“La Turchia di Erdogan completa il suo disegno egemonico provando a mettere il cappello sul governo riconosciuto dall’Onu di Sarraj – dice a Globalist Arturo Scotto, coordinatore nazionale di Artico1-Mdp -. Lo fa senza mostrare alcuno scrupolo, inviando ex miliziani e tagliagole a difesa di Tripoli. E’ sempre più evidente che si consuma a Tripoli una guerra per procura tra potenze regionali che – schierate su fronti opposti – provano a spartirsi le spoglie di uno Stato fallito. Non è più rinviabile – rimarca ancora Scotto – un’iniziativa dell’Italia e dell’Unione europea per stabilizzare la Libia ed evitare che altro sangue si sparga. Ormai siamo ai doppi e tripli giochi promossi anche da chi negli ultimi anni è stato supportato militarmente ed economicamente dall’Italia”.
Da giorni il confronto tra i due schieramenti in cui è spaccata la Libia – alimentati da combattenti forniti dai rispettivi alleati – non fa che avvicinarsi pericolosamente al punto di non ritorno. E ora le date di cui parla Erdogan diventano come un ultimatum per la diplomazia, che deve accelerare i tempi.
La Turchia è pronta a sostenere Sarraj, che ha anche chiesto aiuto militare all’Europa – Italia compresa -, vincolata all’embargo. E anche il Qatar è un altro alleato del governo di Tripoli.

Dall’altra parte, Haftar può contare sull’appoggio dei mercenari russi della Wagner (giù impiegati in Siria e nel Donbass), oltre ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti. In più, nei giorni scorsi, il Guardian ha anche scritto di miliziani sudanesi in arrivo per combattere al suo fianco, per recuperare risorse e denaro (anche col traffico di esseri umani) e tornare poi a combattere nel loro Paese. “Mi chiedo cosa facciano in Libia e a quale titolo questi 5mila sudanesi e 2mila altri della compagnia russa Wagner vi si trovino”, aveva detto Erdogan mercoledì, dando così ulteriore credito a informazioni di stampa sulla presenza di mercenari russi in Libia, smentita da Mosca.
La diplomazia del telefono 

Per questo nel pomeriggio di giovedì il presidente Vladimir Putin ha sentito per telefono il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, impegnato nell’estremo tentativo dell’Unione Europea di ricondurre le parti al negoziato. La situazione in Libia, hanno concordato Putin e Conte, deve essere risolta in modo pacifico. I due leader si sono ripromessi di tenersi in costante aggiornamento: questa crisi rischia di rimettere di nuovo in rotta di collisione Putin ed Erdogan, un legame già messo seriamente alla prova in Siria. Conte ha parlato anche con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, altro alleato di Haftar nella parte orientale della Libia: in una nota la presidenza egiziana, denunciando interferenze straniere negli affari interni libici, ha sottolineato che l’Egitto sostiene la stabilità e la sicurezza della Libia, e sostiene l’esercito libico nella lotta al terrorismo.
Tripoli ha scelto
 Il ministro dell’Interno del Governo di accordo nazionale (Gna), Fathi Bashagha, ha ribadito che la Libia ha un governo legittimo riconosciuto a livello internazionale ed è l’unico organo autorizzato a rappresentare il Paese nella comunità internazionale. In una conferenza stampa, Bashagha ha dichiarato che la Libia, la Tunisia, la Turchia e l’Algeria si impegneranno in enormi sforzi di cooperazione nei prossimi giorni, precisando che sarà un’alleanza che mira a servire e proteggere persone e Paesi. “Ci sono alcune parti oppressive che hanno cercato di impadronirsi del potere con la forza in Libia. La posizione della comunità internazionale nei confronti della Libia non è chiara riguardo a tali violazioni”, ha detto Bashagha. Vi sono alcune parti regionali, ha detto ancora il ministro dell’Interno di Tripoli, che cercano di manipolare la comunità internazionale, mentre altri stanno cercano di distogliere lo sguardo dai Paesi che sostengono il comando generale delle forze di Khalifa Haftar. “Se Tripoli cadrà, Tunisi cadrà e così anche Algeri”, ha detto ancora Bashaga. “Haftar ha aperto i confini della Libia ai mercenari senza alcuna richiesta ufficiale dello stato. Ha portato ufficiali degli Emirati Arabi Uniti, mercenari del Gruppo Wagner russo, combattenti Janjaweed e mercenari dei gruppi ribelli sudanesi e ciadiani”.
Orrore senza fine
“Una donna somala ha dato alla luce un bambino e un libico ha preso il neonato e lo ha gettato ad un cane che lo ha mangiato”. È l’ultima, terribile testimonianza sugli orrori nei campi di detenzione per migranti in Libia. A raccontarlo sono due sopravvissuti ad un naufragio accaduto in novembre nel Mediterraneo centrale. I due giovani sono stati salvati dalla nave Alan Kurdi dell’Ong tedesca Sea-Eye. Due giorni fa, l’organizzazione umanitaria ha diffuso un video in cui i due ragazzi, con il volto oscurato per proteggere la loro identità, rivelano come una delle guardie del centro abbia commesso il gesto disumano. “Sì, il cane ha mangiato il bambino”, conferma uno dei due davanti all’incredula volontaria a bordo della Alan Kurdi. Le esperienze dei migranti nei campi di detenzione in Libia sono terribili e ricordano, ancora una volta, la violenza vissuta da quanti cercano di raggiungere l’Europa. Un altro dei sopravvissuti ha raccontato di essere stato torturato e costretto a chiamare i parenti perché inviassero denaro ai suoi aguzzini. Abbiamo considerato a lungo se diffondere o meno questo rapporto – si legge in una nota dell’Ong tedesca – dopo un’attenta riflessione abbiamo deciso che queste storie devono essere ascoltate”. “I rapporti su commercio di schiavi, gravi torture, violenze sessuali – prosegue Sea-Eye – ma anche condizioni mediche e alimentari totalmente inadeguate non hanno portato a nessun cambiamento della politica europea sulle migrazioni”. “Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare questa relazione, perché la situazione nei campi libici è parte della brutale realtà della sicurezza delle frontiere europee”. E Sea-Eye lancia un appello al governo tedesco e a tutti i Paesi dell’Unione europea: “Chiediamo di porre fine all’inumana politica di rimandare in Libia chi viene salvato in mare e di adottare misure orientate al rispetto dei diritti umani”. “Le persone particolarmente vulnerabili come famiglie, donne in gravidanza e bambini – conclude l’organizzazione umanitaria – devono essere evacuate e non consegnate ai criminali”.
Come può essere la Libia considerata un luogo sicuro se gli stessi libici mettono le loro famiglie in mare a rischio della vita in modo da lasciare il Paese così in fretta?”, afferma Gorden Isler, presidente di Sea-Eye. E le cose sono destinate a peggiorare con l’arrivo dei tagliagole di Erdogan.

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