Caso Regeni, la genuflessione al "faraone" del governo, una vergogna di Stato

Al di là delle chiacchiere ufficiali l'Italia continua a fare affari con un regime che si è macchiato di un omicidio di Stato che riguarda un cittadino italiano. 
Le prove dei depistaggi

Verità per Giulio Regeni

Verità per Giulio Regeni

Umberto De Giovannangeli 18 dicembre 2019

Se c’è un magistrato a “Berlino”, cioè a Roma, non si può dire lo stesso di un Governo che si inginocchia, al di là delle chiacchiere ufficiali, ai piedi del “faraone” al-Sisi 1°, continuando a fare affari con un regime che si è macchiato di un omicidio di Stato che riguarda un cittadino italiano. 



Giulio Regeni.
Sono almeno quattro i depistaggi messi in atto dagli apparati egiziani in relazione alla morte del giovane ricercatore friulano. . E' quanto è emerso dalle audizioni svolte in commissione parlamentare d'inchiesta in cui sono stati ascoltati il procuratore di Roma, Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco. 



Depistaggi
"Nell'immediatezza dei fatti sono stati fabbricati dei falsi per depistare le indagini - ha spiegato Colaiocco -. In primis l'autopsia svolta al Cairo che fa ritenere il decesso legato a traumi compatibili con un incidente stradale. Altro depistaggio è stato collegare la morte di Giulio ad un movente sessuale: Regeni viene fatto ritrovare nudo". Il pm ha poi aggiunto che "esistono altri due rilevanti tentativi di sviare le indagini.  Uno (il terzo episodio) alla vigilia della nostra trasferta del 14 marzo del 2016. Due giorni prima un ingegnere parla alla tv egiziana raccontando di avere visto Regeni litigare con una persona straniera non lontano dal consolato italiano e fissa alle 17 del 24 gennaio l'evento. E' tuttavia emerso che il racconto è falso e ciò è dimostrato dal traffico telefonico dell'ingegnere che lo colloca a chilometri di distanza dal nostro consolato sia dal fatto che Giulio a quell'ora stava guardando un film su internet a casa".
Successivamente "il soggetto che ha messo in atto il tentativo di depistaggio ha ammesso di avere ricevuto quelle istruzioni da un ufficiale della Sicurezza nazionale che faceva parte, tra l'altro, del team investigativo congiunto italo-egiziano.
Un depistaggio voluto per tutelare l'immagine dell'Egitto e incolpare stranieri per la morte di Regeni. Su questo episodio non ci risulta che la Procura del Cairo abbia mai incriminato nessuno. 
Il quarto tentativo di depistaggio è legato all'uccisione di cinque soggetti appartenenti ad una banda criminale morti nel corso di uno scontro a fuoco. Per gli inquirenti egiziani erano stati loro gli autori dell'omicidio".


E' stato torturato in più fasi Giulio Regeni.
"L'esame autoptico svolto in Italia ha dimostrato che le torture sono avvenute a più riprese, tra il 25 gennaio e  il 31 gennaio. L'esame della salma - ha spiegato Colaiocco - depone per una violenta azione su varie parti del corpo. I medici legali hanno riscontrato varie fratture e ferite compatibili con colpi sferrati con calci, pugni, bastoni e mazze. Giulio è morto presumibilmente il 1febbraio, per la rottura dell'osso del collo".



I genitori grati ai magistrati



"Siamo grati ai nostri procuratori e alle squadre investigative per il lavoro instancabile svolto in questi quattro anni in sinergia con noi e la nostra legale. Se oggi abbiamo i nomi di alcuni dei responsabili del sequestro, delle torture e dell'uccisione di Giulio e se alcuni di quei nomi sono iscritti nel registro degli indagati lo dobbiamo a loro".
Cosi Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, dopo l'audizione davanti alla neocommissione di inchiesta sulla morte del ricercatore friulano del procuratore facente funzioni, Michele Prestipino, e del sostituto procuratore, Sergio Colaiocco. "In questi anni di dolori, fatiche e amarezze in cui abbiamo dovuto lottare contro violenze, depistaggi, omertà, prese in giro e tradimenti abbiamo imparato quanto è preziosa la fiducia. Oggi per la prima volta i nostri procuratori hanno potuto rendere pubblici gli sforzi e i risultati del loro lavoro e da oggi chiunque in Egitto e in Italia sa che la nostra fiducia in loro è ben riposta. Il loro e il nostro lavoro di indagine va sostenuto con decisione e onestà dalla nostra politica e da qualsiasi istituzione europea che si professi democratica. L'intangibilità dei corpi e della vita umana, la tutela dei diritti inviolabili e tra questi il diritto dei cittadini ad avere verità e ottenere giustizia, la dignità di persone e governi sono valori irrinunciabili che devono prevalere su qualsiasi opportunismo politico o personale. Pretendere, senza ulteriori dilazioni né distrazioni, verità per Giulio e per tutti noi è un dovere e un diritto inderogabile. Confidiamo che la commissione d'inchiesta sappia sostenere con umiltà, rispetto e intelligenza il lavoro della nostra magistratura e della nostra legale", concludono. 
 Il che significa, per il premier Conte e il ministro Di Maio, cambiare decisamente registro, sia sul piano diplomatico che su quello degli affari. Mostrarsi “disponibili” non solo non paga, nella ricerca di verità e giustizia per Giulio, ma tale atteggiamento è stato interpretato dalle autorità egiziane come prova di debolezza da parte del Governo italiano. “C’è stato un unico intervallo – ricorda Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera - nel quale l’autorità giudiziaria del Cairo ha fornito elementi utili, e coincide con l’anno e mezzo in cui l’Italia (dopo la rottura di aprile 2016) richiamò il suo ambasciatore; in quel periodo inquirenti e investigatori hanno individuato ‘la ragnatela in cui è caduto Giulio’, per dirla con il pubblico ministero Sergio Colaiocco. Ma dall’agosto 2017, quando il governo annunciò il ritorno a normali relazioni diplomatiche, tutto s’è fermato di nuovo. E ancora adesso l’Egitto continua a negare informazioni; da ultimo i dati per le notifiche ai cinque funzionari della Sicurezza indagati dalla Procura di Roma. Richiesta inviata il 30 aprile scorso, nessuna risposta”.

Gli smemorati di Palazzo Chigi
Vademecum per gli smemorati di Palazzo Chigi o della Farnesina. diritti umani ai tempi del presidente-faraone Abdel Fattah al-Sisi. L’Egitto dove l’emergenza è normalità, e lo stato di diritto un non senso. Amnesty International ha denunciato il tentativo delle autorità egiziane di normalizzare le violazioni dei diritti umani attraverso una serie di norme che servono a "legalizzare" la crescente repressione della libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. 




La denuncia di Amnesty International



In occasione del sesto anniversario della salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi, Amnesty International ha pubblicato un'analisi della situazione dei diritti umani dal 2013 a oggi, già sottoposta al Consiglio Onu dei diritti umani in vista dell'Esame periodico universale cui l'Egitto sarà sottoposto a novembre. "Da quando il presidente al-Sisi ha preso il potere, la situazione dei diritti umani in Egitto ha conosciuto un deterioramento catastrofico e senza precedenti.


Attraverso una serie di leggi draconiane e di tattiche repressive delle sue forze di sicurezza, il governo del presidente al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l'indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d'informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti", ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord.  Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente - centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente - ed è proseguita l'impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l'uso eccessivo della forza. 
Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite.  La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.  La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d’informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive.
Secondo l'Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, dal maggio 2017 le autorità egiziane hanno bloccato almeno 513 siti web, tra cui portali informativi e di organizzazioni per i diritti umani.  Dal 2013 migliaia di persone sono state trattenute in detenzione preventiva per lunghi periodi di tempo, a volte anche per cinque anni, spesso in condizioni inumane e crudeli, senza cure mediche adeguate e con scarso accesso alle visite familiari. In alcuni casi, la polizia ha trattenuto per mesi persone di cui i tribunali avevano ordinato il rilascio. Per limitare arbitrariamente la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica, in questi sei anni le autorità egiziane si sono costantemente basate su una legge relativa alle manifestazioni di epoca coloniale, adottata nel 1914, sulla draconiana legge sulle proteste del 2013 e sulla legge antiterrorismo del 2015. Durante una fase particolarmente acuta della repressione, tra dicembre 2017 e gennaio 2019, almeno 156 persone sono state arrestate per aver criticato in modo pacifico le autorità, aver preso parte a riunioni o aver partecipato a manifestazioni.
Più di recente, nel maggio e nel giugno 2019, sono stati arrestati almeno 10 oppositori pacifici, tra cui un ex parlamentare, leader dell'opposizione, giornalisti e attivisti. Le autorità hanno anche approvato leggi che rafforzano le limitazioni ai sindacati indipendenti e l'impunità per le alte cariche delle forze armate per reati commessi dal 2013 al 2016, un periodo nel quale centinaia di manifestanti sono stati vittime di uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza.
 Gli emendamenti costituzionali adottati nel 2019 hanno indebolito il primato della legge, compromesso l'indipendenza del potere giudiziario, aumentato i processi in corte marziale per i civili, eroso ulteriormente le garanzie di un processo equo e cristallizzato l'impunità per i membri delle forze armate. 
Gli emendamenti consentiranno anche al presidente al-Sisi di controllare dall'inizio alla fine l'applicazione delle norme che "legalizzano" la repressione, attraverso il potere di nomina delle alte cariche giudiziarie e la supervisione in materia giudiziaria. 
"Sotto il presidente al-Sisi le leggi e il sistema giudiziario, che dovrebbero servire a garantire lo stato di diritto e a proteggere i diritti delle persone, sono stati trasformati in strumenti repressivi da utilizzare per processare chiunque critichi pacificamente le autorità. Questo accade proprio mentre le forze di sicurezza ricorrono sistematicamente alla tortura per estorcere confessioni che determineranno condanne al termine di processi irregolari", ha commentato Mughrabi.
 "La comunità internazionale deve cessare di rimanere in silenzio di fronte alla decimazione della società civile egiziana, allo sbriciolamento di ogni forma di dissenso e all'apertura delle porte del carcere per le voci critiche e gli oppositori pacifici che vanno così incontro alla tortura, alle sparizioni forzate e a condizioni inumane di prigionia. Gli stati, soprattutto quelli che nel 2014 rivolsero le raccomandazioni all'Egitto, hanno il dovere di prendere posizione per fermare questo catastrofico declino dei diritti umani", ha concluso Mughrabi.
Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l’Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre 60mila i detenuti politici (un numero pari all’intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati...Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Della stagione della speranza, delle istanze di libertà che mossero la “rivoluzione di Piazza Tahir”, non sembrano restare traccia. Di quei protagonisti, molti sono in carcere e in tanti altri a dominare sono la delusione e la paura.


I desaparecidos egiziani


Nell’Egitto di al-Sisi i “desaparecidos” si contano ormai a migliaia. E più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Le epurazioni messe in atto in questi anni hanno riguardato anche i livelli medio-alti dell’esercito.
 Amnesty International chiede a tutti gli stati di assumere misure concrete per sospendere i trasferimenti di equipaggiamento di polizia e di tecnologia di sorveglianza che l'Egitto usa per reprimere gli oppositori politici. C’è da scommettere che nessuno ascolterà questa richiesta. Perché porre il tema del rispetto degli standard minimi in materia di diritti umani vorrebbe dire inimicarsi al-Sisi, il presidente-padrone di un Paese che svolge un ruolo chiave in Libia (a sostegno del generale Haftar) e nel Medio Oriente. E poi c’è la “diplomazia degli affari” (leggi petrolio, vendita di armi, mega infrastrutture da realizzare) che annienta quella dei diritti umani. E’ l’amara realtà che si consuma all’ombra delle Piramidi.