Dopo la caduta di Baghouz resta un mistero: dove sono i prigionieri dell'Isis?

Molti si ritiene siano finiti nelle numerose fosse comuni che emergono dai luoghi controllati dal califfato dell’orrore. Ma gli ultimi sembrano essersi volatilizzati e nessuno indaga

Jihadisti dell'Isis a Baghouz

Jihadisti dell'Isis a Baghouz

Riccardo Cristiano 31 marzo 2019

C’è una domanda che, molto stranamente, nessuno pone: ora che l’Isis non avrebbe più controllo di alcun territorio dove sono 20mila siriani che ha catturato nel corso del tempo?


Le stime più attendibili indicano proprio in questo non inverosimile numero il totale di colore che dal 2013 ad oggi sono stati catturati, arrestati, sequestrati dall’Isis. Di tutti costoro molti saranno finiti nelle numerose fosse comuni che emergono dai luoghi controllati dal califfato dell’orrore, ma altri erano notoriamente trattenuti a Baghouz. E ora?


Ora non risulta aperta nessuna seria indagine sulle tante fosse comuni scoperte nei territori che sono stati controllati dall’Isis e molti parenti di detenuti o sequestrati dall’Isis affermano di aver visto i loro cari uscire da Baghouz, in quell’esodo di massa che ha preceduto l’attacco finale, quando si disse che i prigionieri dell’Isis vennero fatti uscire insieme ai familiari dei miliziani: ma di loro si sono perse le tracce.


Nessuna famiglia è riuscita fino ad oggi a riabbracciare un sequestrato dell’Isis: di loro non si sa neanche se siano vivi. Un’ipotesi è che siano stati portati nel campo profughi di al Hawl.


Ma perché? I curdi e le forze americane non possono investigare su di loro e nel caso procedere al loro rilascio e alla riconsegna alla famiglia. E le fosse comuni? Possibile che da quando è stata liberata Raqqa, ormai tanto tempo fa, nessuna indagine sia stata possibile per dare una notizia certa sulle vittime?


Certo, tra i morti ci saranno combattenti della stessa Isis e vittime civili dei bombardamenti curdo-alleati, ma questo non dovrebbe impedire un’inchiesta seria su quei corpi, gettati come avanzi in una fossa comune e ancora senza un nome. Sono migliaia di persone.


Solo in una fossa comune recentemente scoperta si sospettano 3500 corpi. E dunque? Eppure la Croce Rossa Internazionale prevede che i gruppi armati e gli stati hanno il dovere di condurre queste indagini, non è consentito lasciare tante persone senza un’onesta sepoltura, senza un accertamento di morte e possibile una certezza della causa.


In assenza di un’indagine legale sui corpi riesumati da queste fosse dell’orrore si porrà termine alla ricerca della verità per migliaia e migliaia di persone? E perché? Un timore molto fondato, purtroppo, è che ognuno deve esibire i propri martiri, ma non deve fare altrettanto con quelli degli altri. I martiri arabi della lotta all’Isis non interessano a nessuno? Non interessano ai curdi, non interessano agli americani?


Ma non ci sono soltanto i martiri, ci sono anche i vivi. Da quando all’inizio di febbraio il piccolo villaggio di Baghouz ha cominciato ad aprire le sue viscere migliaia di persone ne sono uscite. Infinite testimonianze hanno riconosciuto, con nome e cognome, persone catturate dall’Isis, tra i disperati che negli ultimi mesi hanno lasciato Baghouz. Possibile che fino ad oggi non sia stato possibile essere certi che almeno uno di loro fosse un prigioniero e non un combattente. Esistono tanti nomi, tante fotografie, messe su internet dai familiari, che spiegano quando e perché il loro caro è stato catturato dall’Isis. Possibile che neanche un caso abbia potuto essere accertato e il detenuto liberato?
Qualcuno sospetta i martiri vivi facciano più paura dei martiri morti. Ma questo sarebbe terribile, un destino inammissibile. Così ad oggi la domanda più concreta è questa: dei 90 milioni di dollari stanziati per stabilizzare il nord est della Siria dagli Stati Uniti, quanti ne sono stati spesi per trovare gli scomparsi, le prime vittime dell’Isis?


La risposta non la sappiamo, sappiamo però che mentre i morti e i detenuti dell’Isis non escono, escono molti ex miliziani, magari con importanti coperture tribali, come Abdul Rahman Faysal Abu Faysal, ex emiro di Raqqa, capo del versante orientale della città negli anni dell’Isis, ora comodamente a casa sua, dopo un breve arresto tempo fa.
Forse in un sistema diverso le famiglie delle vittime dell’Isis avrebbero meritato un aiuto dai liberatori, un aiuto morale, un aiuto umano, un aiuto finanziario. Non è andata così, ma che dovessero finire in un incubo del tutto simile a quello precedente sarebbe troppo. Dove sono i detenuti e le vittime dell’Isis? Come mai di loro non si parla? Perché il loro destino non interessa a nessuno?