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Strage di Punta Raisi, fu una bomba: un nuovo mistero nella strategia della tensione

Quella di Montagna Longa è una strage dimenticata, come tante, più di tante altre. Senza perchè, archiviata nel faldone degli incidenti.

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Disastro di Punta Raisi

Onofrio Dispenza

27 Marzo 2018


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“Il tempo non può essere una variabile della giustizia. Qui, prima di scoprire chi è stato, bisogna capire cosa è stato. Credo che i giudici non possano e non debbano sottrarsi a questo”. Enrico Bellavia, collega di Repubblica aggiunge a me queste parole alle cose scritte sulla strage di Montagna Longa, il disastro aereo di 46 anni addietro, con 115 vittime, morti sul Dc8 Alitalia precipitato sull’altura rocciosa che sovrasta l’aeroporto di Palermo. Eravamo nel maggio del 1972 ed era la vigilia del voto. “Sull’aereo c’era una bomba” dice oggi, a quasi mezzo secolo dalla strage, una perizia che riapre il giallo frettolosamente archiviato come errore umano. “La perizia mi convince – dice Enrico Bellavia, che questo caso accompagna con le sue inchieste da 19 anni – chi ancora insiste sull’errore umano dovrebbe prendersi la bega di dire perchè la perizia è sbagliata. E spiegare del nastro strappato della scatola nera”. Arriveremo al nastro, alla scatola nera.
Intanto, una premessa: la Sicilia, la Trinacria, non è il Triangolo delle Bermuda, spazio di cose misteriose opera di “magarie”. Qui è storia di misteri e di cose orribili che dietro hanno solo uomini. E “associazioni” e appartenenze di uomini che pascolano nei prati del potere. Sui cieli di Palermo ( da Montagna Longa si vede Ustica, altro scenario di una strage misteriosa ), nelle strade della città, segnate da lapidi che costituiscono le tappe di un calvario, quello della democrazia.
Quella di Montagna Longa è una strage dimenticata, come tante, più di tante altre. Senza perchè, archiviata nel faldone degli incidenti. A dubitare, una perizia del professore Rosario Ardito Marretta, con l’ausilio d strumenti scientifici sconosciuti nei giorni, nei mesi e negli anni successivi alla strage. Non uno smarrimento del pilota, ma un ordigno, grande quanto un pacchetto di sigarette. Una deflagrazione che avrebbe provocato la caduta. Ricordiamo che allora erano lontani i tempi dell’allarme terroristico che oggi viviamo quotidianamente, si partiva in aereo anche con un nome diverso, e senza controlli alle persone e ai bagagli. Più facile salire e scendere dopo aver lasciato qualcosa. E poi, ad agevolare le mani criminali e terroristiche sono sempre pronte complicità e disponibilità. Ieri come oggi. Venerdì 5 maggio 1972, antivigilia delle Politiche. Gente che rientra per il voto. L’aereo è partito da Roma. Una serata calda, senza vento, buona visibilità., ricostruisce Enrico Bellavia su Repubblica. L’aereo comincia la discesa. Ci sono 273 secondi di silenzio. “Un bagliore annuncia che l’aereo è finito su Montagna Longa, a cinque miglia dalla pista. Sono le 22 e 24. Le prime conclusioni? Un incidente, a processo il direttore dell’aeroporto, due dell’Aviazione civile. Più in là nel tempo saranno assolti da ogni responsabilità. Il tempo necessario perchè sull’esigenza di verità e giustizia prevalga l’oblio. Eppure, tre giorni dopo il disastro,, l’agenzia Reuters parla di una bomba a bordo dell’aereo. Non verrà presa in considerazione, non considerato un rapporto di polizia, redatto nel’77 dal vicequestore Giuseppe Peri, che inquadra Montagna Longa nella strategia della tensione. La strategia del silenzio viene infranta dalle famiglie delle vittime. Viene chiesta la riesumazione delle salme, depositata la consulenza dell’ingegnere Marretta. Il legale delle famiglie chiede che la Procura Generale avochi la riapertura delle indagini. Cose troppo strane su Montagna Longa e sul cielo di Palermo, quella sera. I corpi delle vittime non avevano scarpe, i bagagli esplosi, la montagna non è bruciata come avrebbe dovuto se non ci fosse stata una esplosione in cielo. “Qualcosa, la bomba – dice Marretta – ha determinato la fuoruscita del kerosene dell’aereo, il resto lo ha scaricato il pilota, tentando una disperata manovra di atterraggio”. Ricostruzione che coincide con alcune testimonianze ricordate da Enrico Bellavia: chi alzò gli occhi al cielo, quella sera vide l’aereo già in fiamme. Per Marretta, la bomba, grande quanto un pacchetto di sigarette, sarebbe esplosa vicino all’ala destra.
Ma il mistero dei misteri, che fa pensare alla strage come ad un passaggio della strategia della tensione, con ambienti oscuri e potenti, capaci di intervenire sulle stragi per cancellare le prove, è la manomissione della scatola nera. “Aveva smesso di funzionare a 7 ore dall’ultimo intervento di manutenzione, effettuato il 30 aprile. “Secondo gli standard l’aereo in quelle condizioni non avrebbe dovuto volare – ricorda il consulente – Ma a bordo due spie, una rossa e l’altra verde, avrebbero dovuto segnalare il guasto. Invece nei registri dei giorni dell’1 e del 5 non c’è nulla. Qualcuno le manomise? Che la magistratura torni ad indagare.
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