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Usa 2016: ecco come gli hackers russi hanno colpito i Democratici

Il New York Times spiega come è partito l'attacco hacker alla campagna che ha spinto Hillary Clinton verso la sconfitta.

Hillary Clinton
Hillary Clinton

globalist

14 Dicembre 2016 - 19.15


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“Lecita” invece di “illecita”. Un minuscolo errore di scrittura, insieme a una enorme sottovalutazione di quanto stava per accadere e alla leggerezza del Fbi, è stato il punto da cui e’ partito l’attacco hacker alla campagna dei Democratici e ha spinto Hillary Clinton verso la sconfitta.
Tutto ebbe inzio il 19 marzo scorso, quando una serie di pishing mail (il ‘pishing’ consiste nell’ingannare il destinatario sollecitandolo a fornire informazioni personali) cominciò ad affluire all’indirizzo di John Podesta, il capo della campagna dell’ex segretario di Stato americano. Alcuni tra gli assistenti di Podesta, tra l’altro autore di un rapporto sulla cyberprivacy messo a punto in passato per Barack Obama, avevano accesso al suo pc, e al suo account. Charles Delavan era uno di loro. Fu lui ad accorgersi di una strana mail, e a girarla ai tecnici ma scrivendo per errore (come egli stesso ha spiegato): “Questa è una mail lecita. John deve cambiare la password immediatamente…imperativo”. A quel punto circa 60.000 mail dall’account Gmail di Podesta diventarono il pasto gustoso degli hacker russi, scrive il New York Times, che poi passarono tutto il pacchetto a Wikileaks. Il sito di Julian Assange le diffuse in ottobre.

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Un mese prima l’Fbi aveva scoperto l’infiltrazione di hacker russi nella campagna dei Democratici.
L’agenzia federale, però, non mise in piedi un apparato investigativo in grado di reggere l’impatto di un nuovo Watergate questa volta telematico, ma assegnò al caso un solo agente: Adrian Hawkins, che chiamò al telefono un consulente tecnico della campagna, Yared Tamene. Gli disse che era in corso un hackeraggio sui pc democratici messo in atto dal gruppo “the Dukes”. Tutto ciò che Tamene fece fu andare su Google e vedere chi o cosa rispondesse a quel nome, e poi velocemente verificare se vi fosse stata una intrusione nei pc. Non trovando nulla di rilevante, cominciò a pensare che quella telefonata del Fbi fosse “uno scherzo”.

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Lo “scherzo” potrebbe passare alla Storia come il primo, forse riuscito, golpe telematico negli Stati Uniti da parte di un paese straniero.
Hawkins continuò a chiamare per diverse settimane, ma Tamene non rispondeva, né lo richiamava. “Perché avrei dovuto? Non avevo nulla da riferire”, ha spiegato Tamene agli investigatori in un memo ottenuto dal quotidiano. E, d’altronde, in questo clima di leggerezza il consulente si trovava in buona compagnia: la stessa amministrazione Obama è stata lentissima a reagire anche quando un secondo attacco hacker colpì, ancora nel marzo scorso, i Democratici con mail pishing del tipo: “Qualcuno ha utilizzato la tua password per entrare nel tuo account Google”. Ci cascò Billy Rinehart, ex coordinatore regionale della campagna elettorale, che clicco’ sul link per modificare le credenziali.
Solo ad hackeraggio compiuto, e mail rubate, i Democratici incaricarono Crowdstrike, azienda per la sicurezza cibernetica, per fermare le azioni dei pirati e scoprire che il colpo era partito dalla Russia, dai gruppi cybercriminali ‘Cozy bear’ e ‘Fancy bear’.

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