Milano allagata: che strano, il Bosco Verticale non assorbe la pioggia

Le immagini dell’Isola, quartiere di Milano, sott’acqua ci fa pensare sulla speculazione in tempi di spettacolarizzazione mediatica a favore dei ricchi. [Antonio Cipriani]

Antonio Cipriani

Antonio Cipriani

Antonio Cipriani 18 novembre 2014

di Antonio Cipriani


Un intero quartiere di Milano, l’Isola, è finito sott’acqua con tutta la stazione Garibaldi e con le sue metro. Fenomeni metereologici estremi, certo. Tutta la zona Nord di Milano cementificata, sacrificata alla speculazione, anche. Ma qualcuno comincia a pensare allo stravolgimento del quartiere sotto i colpi dei palazzinari che hanno disegnato nei loro progetti affascinanti scenari, grattacieli di archistar e boschi verticali che si impennano verdi ed ecologici verso il cielo, distruggendo idrogeologicamente, culturalmente e socialmente l’Isola. Mettendo grattacieli dove prima c’era un parco con alberi veri e prato vero.


Perché anche i più babbei tra i cittadini si rendono conto che col cavolo che il bosco verticale di Boeri serve al territorio come un bravo bosco orizzontale senza cemento, acciaio e senza specchi. Col cavolo la cartolina con il nuovo skyline stile Manhattan alla milanese serve agli abitanti per vivere meglio. Serve ai ricchi, serve alla multinazionale immobiliare, serve all’intreccio tra politica, affari e finanza che ha dotato la città di una nuova Madonnina delle banche, quella dell’Unicredit che vigila sulla perversione del tempo. Sull’impoverimento del tessuto sociale, sulla gentrificazione e sulla follia di chi ha permesso una distruzione culturale e civile del genere.


E anche il più scioccone non potrà che cogliere l’effetto lago laddove c’era un’Isola felice. Perché il problema è sempre lo stesso: prima distruggono il bene comune per i loro interessi privati, poi mollano sul groppone della collettività gli effetti indesiderati, gli scarti. Oltre che la povertà crescente, sia sociale che culturale. Ma non solo, mentre i cittadini devono vedersela con l’imbarbarimento e il dissesto idrogeologico, gli artefici dell’intervento più invasivo su Milano, nella zona Garibaldi-Porta Nuova, sono di nuovo all’attacco sull’ultimo aspetto della colonizzazione: la narrazione dell’importanza culturale di questa speculazione senza avversari politici e senza media attenti a denunciarne le falle.


Che poi ha una sua logica: ormai conta solo il passaggio mediatico dell’informazione, mica la realtà: Expo 2015 servirà a rilanciare l’economia e l’occupazione... i volontari faranno un sacco di esperienza gratis... il bosco verticale è il grattacielo più bello d’Europa eccetera. Vero? Falso? Non importa, il Capitale ha capito che funziona la sua faccia sorridente e democratica; funziona la fregnaccia edulcorata di buoni propositi. La risposta automatica contenuta dal linguaggio stesso. Così la guerra diventa umanitaria, il grattacielo un bosco, la speculazione una riqualificazione e via dicendo.


L’ultimo esempio l’ha raccontato Marco Biraghi: “...«La struttura urbana di Milano dall'inizio del secolo scorso a oggi rivela particolari capacità di adattarsi a quei cambiamenti che di volta in volta diverse condizioni di abitabilità e istanze di innovazione sollecitano». Così si apre il saggio di Giuseppe Marinoni che fa parte del catalogo della mostra Grattanuvole. Un secolo di grattacieli a Milano, promossa dal Politecnico di Milano e dalla Fondazione Riccardo Catella e curata da Alessandra Coppa. Un incipit su cui vale la pena soffermarsi per cercare di comprenderne le implicazioni. Affermando che i "cambiamenti" all'interno del tessuto urbano milanese nel corso degli ultimi cent'anni sono stati "sollecitati" dal mutare delle "condizioni di abitabilità" e da non ben precisate "istanze di innovazione", esso infatti suggerisce che tali cambiamenti, se non il prodotto diretto, siano quantomeno il riflesso di una richiesta sociale allargata e in qualche modo condivisa. E se ciò può essere vero per alcune tipologie, in particolar modo residenziali, rischia di non esserlo affatto per quanto riguarda i grattacieli”.


E ancora: “...Era l'ultima cosa che ancora mancava ai nuovi rampolli del Manhattanismo "alla milanese": dopo essersi imposti de facto nello skyline della metropoli lombarda, introdursi de jure nel Gotha del suo patrimonio storico e culturale attraverso l'autorevole certificazione di un'istituzione universitaria prestigiosa come il Politecnico. Va ribadito che la responsabilità di questa ambigua operazione non può essere ricondotta a quest'ultimo. Anzi, a chi ha curato la mostra e alle persone coinvolte nel catalogo va riconosciuto il notevole sforzo di approfondimento del tema del grattacielo milanese, con affondi interessanti e originali (valga per tutti quello sulla Torre Galfa di Melchiorre Bega, analizzata sotto diversi punti di vista). Ma rimane ciò nondimeno l'impressione di un uso strumentale della questione del grattacielo da parte di chi ha tutto l'interesse ad affermarne la validità in un luogo come Milano che pure non presenta i problemi di scarsità di spazio, e di costo del suolo, di una città come, ad esempio, Manhattan.
La prospettiva nella quale sono osservati i grattacieli milanesi, forse non a caso, evita di soffermarsi sui loro aspetti economici e punta invece a presentarli come espressione di uno "stile di vita" moderno e affascinante, molto up-to-date. Più che ogni altra cosa, un modo di guardare e di vivere Milano dall'alto, ovvero da un punto di vista che le è storicamente estraneo, e che per questa ragione risulta - o dovrebbe risultare - "simpaticamente" originale. Una riproposizione del grattacielo in chiave ludica, come il prodotto più alto e raffinato di una società appagata di sé, se non addirittura come un grande gioco sociale”.


Per chi vuol leggere tutto il testo: [url"Il grande gioco dei grattacieli milanesi "]http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=65069&typeb=0&Il-grande-gioco-dei-grattacieli-milanesi[/url]


Insomma, dopo la devastazione (e i risultati si vedono) la glorificazione. Facendo passare per meravigliosamente innovativo e culturale ogni aspetto della speculazione, ogni spettacolarizzazione ad uso delle élite dei luoghi belli dove vive la gente. Ma è anche il tempo di fermarsi e smontare queste sciocchezze narrative e mediatiche ad uso del Capitale finanziario e dei politici che ne cavalcano i vantaggi privati. E qualcosa di buono si comincia a leggere. Per esempio anche il vicesindaco di Milano Ada De Cesaris mette sotto accusa i palazzi dell’area Garibaldi. Dice: «Le nuove costruzioni hanno alterato il drenaggio dell’area».