Alla Cop26, tira sempre una brutta aria per gli emarginati della Terra

La devastazione dell’ambiente, il riscaldamento del pianeta, la deforestazione dell’Amazzonia, lo scioglimento dei ghiacciai artici, hanno tutti un segno di “classe”

Manifestazione contro i cambiamenti climatici
Manifestazione contro i cambiamenti climatici
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

13 Novembre 2021 - 16.34


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Cambiare clima, per rendere giustizia e vita ai più indifesi tra gli indifesi. Perché la devastazione dell’ambiente, il riscaldamento del pianeta, la deforestazione dell’Amazzonia, lo scioglimento dei ghiacciai artici, hanno tutti un segno di “classe”. E’ questo il segno politico, culturale, etico delle riflessioni di Andrew Harper, consulente speciale per l’azione sul clima dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr).  

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“La crisi climatica –annota Harper – è una crisi di tutti gli esseri umani. Le conseguenze sono già qui e riguardano tutti noi, ovunque nel mondo. Tuttavia, i Paesi e le comunità che dispongono di meno risorse e di meno capacità per potersi adattare a un ambiente sempre più inospitale ne stanno subendo gli effetti peggiori. Il cambiamento climatico sta rendendo più intensi i pericoli a cui sono esposte l’incolumità, la sicurezza e la dignità delle persone aggravandone la povertà e l’accesso sostenibile a cibo, acqua e opportunità di sostentamento. Questa settimana, alla COP26, ho messo in evidenza quale sia l’impatto dell’emergenza climatica su rifugiati, sfollati e apolidi. Il 90 per cento dei rifugiati che ricadono sotto il mandato dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, e il 70 per cento degli sfollati interni provengono dai Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Milioni di persone, ogni anno, sono costretti a fuggire dalle proprie case per effetto di catastrofi correlate al clima. La vita ed i mezzi di sostentamento delle comunità di sfollati che vivono in aree fortemente esposte ai cambiamenti climatici sono minacciate. In assenza di sufficienti aiuti che consentano di adattarsi al nuovo contesto, il ciclo che vede alternarsi crisi ed esodi forzati continuerà a ripetersi con risvolti sempre peggiori. Donne, bambini, anziani, persone con disabilità e persone indigene spesso sono colpiti in modo sproporzionato. Il conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e ogni altra misura volta ad assicurare il rispetto dei diritti di questi gruppi sono minati dal disinteresse collettivo di tutti noi a ridurre le emissioni di carbonio e a finanziare le strategie di adattamento. A Glasgow, l’Unhcr ha lanciato un appello ad agire e assicurare maggiore supporto per prevenire, minimizzare e rispondere alle migrazioni forzate e a garantire maggiore sostegno alle strategie di adattamento, in particolare a favore di sfollati e comunità di accoglienza. Accogliamo con favore tutti gli sforzi volti a mitigare le emissioni, incrementare finanziamenti e sostegno alle strategie di adattamento, e far fronte a perdite e danni. Tuttavia, esprimiamo preoccupazione in relazione al fatto che la COP26 non abbia delineato azioni concrete volte a realizzare gli impegni assunti in queste aree, azioni che saranno essenziali per proteggere le comunità vulnerabili di tutto il mondo ed evitare conseguenze devastanti a milioni di rifugiati, sfollati e apolidi.
I leader mondiali – prosegue Harper – devono assolutamente impegnarsi a erigere difese a protezione di coloro che sono più duramente colpiti dalla crisi climatica. A tal fine, sarà necessario assicurare supporto in termini finanziari, tecnologici e di competenze a quanti stanno già lavorando sul campo per rafforzare e proteggere le proprie comunità. Gli Stati devono onorare l’impegno a limitare l’innalzamento delle temperature a 1.5°C  e ad assicurare l’azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050. È necessario assicurare opportunità significative di partecipazione e leadership alle comunità di sfollati nell’ambito delle attività di ricerca, adattamento e mitigazione legate all’emergenza climatica. Per finanziare l’azione per il clima, è necessario onorare gli impegni elargendo ogni anno 100 miliardi di dollari. La metà di questi finanziamenti dovranno essere usati per implementare i piani di adattamento. Se gli impegni saranno disattesi, milioni di rifugiati, sfollati e apolidi ne pagheranno seriamente le conseguenze. L’Unhcr lavora da tempo per proteggere le persone esposte in prima linea agli effetti dell’emergenza climatica rafforzando le capacità di resilienza delle comunità sfollate in contesti segnati da crescenti rischi. Per far fronte a quest’emergenza, l’Agenzia sta facendo la propria parte, ma sono urgentemente necessari sforzi collettivi per ridurre drasticamente le emissioni e assicurare sostegno affinché possano essere implementate strategie di adattamento”, conclude Harper.

Migranti climatici 

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Di grande interesse è un recente articolo su Avvenire:Essere obbligati a lasciare tutto e partire perché la propria terra non è più abitabile. I fenomeni che la crisi climatica porta con sé – desertificazione (e quindi mancanza di acqua e carestie), innalzamento del livello dell’acqua (e quindi inondazioni), temperature estreme (e quindi incendi) – cambiano già concretamente la vita delle persone. Per dare l’ampiezza del fenomeno, oggi Legambiente ha comunicato un dato: i migranti climatici potrebbero essere 1 miliardo entro il 2050.

Il dato si trova nel dossier “I migranti ambientali, l’altra faccia della crisi climatica”. Lì si racconta che stabilire con certezza il numero di persone che saranno obbligate a spostarsi per le alterazioni ambientali non è un’operazione semplice, anche perché non esiste ancora nell’ordinamento internazionale un riconoscimento giuridico della definizione di “rifugiato ambientale”. Ma il dato di Legambiente è concorde con un report pubblicato lo scorso anno Iep – Institute for Economic and Peace, secondo cui 1,2 miliardi di persone residenti in 31 Paesi non riusciranno ad essere resilienti ai cambiamenti climatici e rischieranno quindi lo sfollamento entro 30 anni.

L’Iep riporta anche che 19 tra i Paesi che affrontano le principali minacce in termini di carenze di acqua, cibo ed esposizione a disastri naturali, sono anche tra i 40 Paesi meno pacifici del mondo. Legambiente sottolinea più volte nel suo report questa connessione: le tempeste ambientali e quelle dei conflitti sociali spesso coincidono. Una connessione che si riscontra anche nel nostro Paese: “Quasi il 38% delle nazionalità dichiarate dai migranti arrivati via mare in Italia negli ultimi quattro anni è riconducibile all’area del Sahel”, colpita da “desertificazione” e “accaparramento delle risorse”, ma anche da “conflitti di matrice terroristica”. Se a queste si aggiungono i Paesi dove lo stress ambientale è causa o concausa delle migrazioni, come Costa d’Avorio, Guinea, Bangladesh e Pakistan, la percentuale sale “al 68%”.

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Un altro dato interessante sulle migrazioni climatiche è quello sugli sfollati interni, ovvero sulle persone che per disastri ambientali si spostano all’interno del proprio Paese: nel 2020, sono stati 30 milioni nel mondo, su un totale di 40 milioni di sfollati interni totali. Il dato è dell’Imdc, l’Internal Displacement Monitoring Centre, che avvisa: la situazione peggiorerà. Un esempio: per ogni aumento della temperatura globale di un grado centrigrado, aumenterà del 50% la probabilità di spostamento a causa delle migrazioni”.

Pensare globalmente, agire localmente

Il dossier di Legambiente   accende i riflettori sui “vulnerabili tra i vulnerabili” in uno scenario globale che vede l’acuirsi delle disuguaglianze. «E sì – sottolineano gli ambientalisti – perché i cambiamenti climatici non sono e non saranno uguali per tutti, come emerge dal dossier di Legambiente. Variabili come la perdita e la dissoluzione dei servizi ecosistemici, l’impoverimento dei suoli, l’accaparramento delle risorse, i conflitti e le persecuzioni sociali, etniche e religiose s’intersecano con una costante: sono sempre i Paesi poveri e i più poveri nei Paesi ricchi a pagare il prezzo più alto e rischiare di più».

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Durante l’ultimo anno, è cresciuto esponenzialmente il numero di persone nel mondo costrette a lasciare la propria terra e, tra loro, dei cosiddetti “migranti ambientali”. Secondo il report Global Trends dell’United Nations of High Commissioner for Refugees (Unhcr) Unhcr, «Nel 2020, 82,4 milioni di persone (il 42% delle quali minori) sono state costrette a migrare: un numero più che raddoppiato rispetto al 2010, quando se ne contavano 40 milioni, e aumentato del 16,4% rispetto ai 70,8 milioni del 2018».  Invece, l’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc) dice che nel 2020 gli sfollati interni sono stati 40 milioni, di cui 30 milioni e 700 mila costretti a fuggire a causa di disastri ambientali. 

Legambiente evidenzia che «In questo quadro, la mappa delle criticità sociali e quella delle criticità ambientali finiscono per sovrapporsi: sempre secondo dati Idmc, infatti, il 95% dei conflitti registrati nel 2020 è avvenuto in Paesi ad alta o altissima vulnerabilità ai cambiamenti climatici e degrado ambientale. Per di più, secondo l’Unhcr, l’86% degli sfollati migrati fuori dal proprio Paese è ospite di nazioni in via di sviluppo, anch’esse tra le più vulnerabili dal punto di vista climatico e ambientale: una miscela esplosiva, evidenzia ancora l’associazione ambientalista, di possibili ulteriori povertà, tensioni sociali, conflitti e nuove migrazioni.

Volgendo lo sguardo al futuro, gli scenari non appaiono certamente più rosei: se la popolazione mondiale dovesse rimanere ai livelli attuali, ad esempio, il rischio di spostamenti dovuti alle inondazioni aumenterebbe di oltre il 50% per ogni incremento di un grado centigrado delle temperature globali, secondo l’IDCM. Le stime globali, molto variabili, oscillano tra i 25 milioni e il miliardo di persone costrette a spostarsi per criticità ambientali indotte anche dai cambiamenti climatici entro il 2050».

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Vanessa Pallucchi, vicepresidente nazionale di Legambiente, sottolinea che «Le migrazioni sono una sfida globale che non può rimanere nel dibattito interno. A oggi, lo ricordiamo, la mancanza di un riconoscimento internazionale della figura dei ‘rifugiati ambientali’ è un vuoto normativo da colmare il prima possibile, sebbene anche a livello nazionale ed europeo sia possibile formalizzare nei loro confronti il riconoscimento del diritto d’asilo. Perciò, chiediamo al Governo e al Parlamento italiano di ampliare le forme di protezione nazionale per tutelare chi fugge dagli effetti della crisi climatica, e di farsi portavoce per rendere queste istanze attuabili oltre i confini degli Stati-nazioni, come in occasione delle imminenti Pre-Cop di Milano e Cop-26 di Glasgow I dati e le analisi nel dossier ci dicono che per affrontare i grandi cambiamenti bisogna tenere in vista il faro dei diritti umani e della giustizia ambientale e sociale in uno scenario che, complice la crisi pandemica, vede il moltiplicarsi delle disuguaglianze. Attraverso campagne come Puliamo il Mondo dai Pregiudizi, Legambiente s’impegna a costruire percorsi d’inclusione e solidarietà a partire dai territori, coinvolgendo realtà che come noi credono fortemente nel volontariato quale strumento per combattere insieme ogni forma di razzismo e violenza che, spesso alimentati da narrazioni false e tendenziose, hanno assunto proporzioni inquietanti anche nel nostro Paese»

Proposte da realizzare

Sempre dal rapporto di Legambiente:La mancanza di un riconoscimento per la figura dei “rifugiati ambientali” è quindi un vuoto normativo che va colmato il prima possibile, sicuramente in sede di accordi internazionali, ma vogliamo sottolineare che anche a livello nazionale ed europeo è oggi possibile formalizzare il riconoscimento del diritto di asilo ai migranti ambientali, come già in anni passati è stato fatto in Svezia e Finlandia, e come, indirettamente, l’istituto della protezione umanitaria aveva garantito nella legislazione italiana prima del decreto Salvini del 2018. 

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Dai dati e le analisi, che qui presentiamo, emerge chiaramente il fatto che questa discussione non è più rimandabile, per affrontare i grandi cambiamenti che abbiamo davanti tenendo in vista il faro dei diritti umani e della giustizia ambientale e sociale.  Le responsabilità di questa crisi come sappiamo sono comuni ma differenziate ed è per questo che l’Italia e l’Europa devono essere tra i primi soggetti ad impegnarsi concretamente per il riconoscimento dei diritti di chi fugge a causa degli sconvolgimenti ambientali provocati dal nostro modello di sviluppo. 

Per questo chiediamo al Governo e al Parlamento italiano  da un lato di ampliare le forme di protezione nazionale per poter tutelare chi fugge dagli effetti della crisi ambientale e climatica, sia violenti e calamitosi sia lenti ma altrettanto devastanti per gli ecosistemi territoriali; dall’altro di far- si portavoce in sede europea e internazionale al fine di rendere queste istanze attuabili oltre i confini degli stati nazione e quindi riconoscere lo status di “rifugiato ambientale”. 

“Non c’è più tempo per aspettare”

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“Purtroppo, dobbiamo constatare amaramente come siamo lontani dal raggiungere gli obiettivi desiderati per contrastare il cambiamento climatico. Va detto con onestà: non ce lo possiamo permettere! In vari momenti, in vista della COP26, è emerso con chiarezza che non c’è più tempo per aspettare”.  È il “messaggio” di Papa Francesco ai leader mondiali riuniti a Glasgow per la conferenza delle Nazioni Unite sul clima COP26. Il Papa avrebbe dovuto partecipare personalmente alla Conferenza ma – come scrive lui stesso nel messaggio – “non è stato possibile” assicurando però di seguire i lavori “con la preghiera in queste importanti scelte”. Letto dal Segretario di Stato Vaticano card. Pietro Parolin, nel messaggio il Papa esorta i leader mondiali a prendere decisioni coraggiose. “Sono troppi, ormai, i volti umani sofferenti di questa crisi climatica: oltre ai suoi sempre più frequenti e intensi impatti sulla vita quotidiana di numerose persone, soprattutto delle popolazioni più vulnerabili, ci si rende conto che essa è diventata anche una crisi dei diritti dei bambini e che, nel breve futuro, i migranti ambientali saranno più numerosi dei profughi dei conflitti”. Da qui, un appello forte ai partecipanti alla COP26 e ai leader mondiali: “Bisogna agire con urgenza, coraggio e responsabilità. Agire anche per preparare un futuro nel quale l’umanità sia in grado di prendersi cura di sé stessa e della natura. I giovani, che in questi ultimi anni ci chiedono con insistenza di agire, non avranno un pianeta diverso da quello che noi lasciamo a loro, da quello che potranno ricevere in funzione delle nostre scelte concrete di oggi. Questo è il momento della decisione che dia loro motivi di fiducia nel futuro”. 

Una fiducia tradita. Dai Grandi Inquinatori e dai loro sodali politici. E Glasgow ne è la sanzione formale. 

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