La premio Nobel Jody Williams: "Battersi per la pace è salvare il pianeta dai suoi distruttori".

La fondatrice della Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo: "La guerra e l’ambiente sono profondamente interconnessi"

Jody Williams, fondatrice della Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo

Jody Williams, fondatrice della Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo

Umberto De Giovannangeli 10 agosto 2021

Battersi per la pace, oggi significa anzitutto lottare per la difesa del pianeta. Vuol dire ripensare radicalmente modelli economici, sistemi di produzione. Vuol dire battersi, a livello globale, contro l’osceno sfruttamento delle ricchezze naturali, contro i desertificatori plurimiliardari. Battersi per la pace è garantire alle nuove generazioni un pianeta in cui poter vivere”.

Così dice a Globalist Jody Williams, fondatrice della Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo (International Campaign to Ban Landmines), insignita del Premio Nobel per la pace nel 1997.

  “Tutto – aggiunge Williams – va rimesso in discussione, anche i comportamenti individuali, il consumismo più sfrenato, diventato una ideologia pervasiva, quasi un pensiero unico. Pacifismo e ambientalismo sono le due facce di una stessa medaglia: quella di un mondo libero dallo sfruttamento del più forte sul più debole”.

“Faccio mie – conclude la Nobel per la Pace – le parole del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres: ‘La guerra e l’ambiente sono profondamente interconnessi. In tutto il mondo, almeno il 40% di tutti i conflitti interstatali ha avuto un’importante componente nelle risorse naturali. Troppo spesso l’ambiente è tra le vittime della guerra, attraverso atti deliberati di distruzione o danni collaterali, o perché, durante i conflitti, i governi non riescono a controllare e gestire le risorse naturali’.

  Guterres ha centrato il problema. Ora però bisogna passare dalle parole ai fatti. Il tempo delle parole senza fatti è abbondantemente scaduto”.

Una corsa contro il tempo. 

E la posta in gioco è la più alta in assoluto: la salvezza del pianeta. Di fronte alla quale, nessuno, ma proprio nessuno, può chiamarsi fuori. Disertare. Pochi mesi fa sono stati assegnati i Goldman Environmental Prizes 2021, conosciuti anche come i premi Nobel dell'ambiente. I vincitori dell’edizione di quest'anno sono, per l'Africa, Gloria Majiga-Kamoto(Malawi); Thai Van Nguyen (Vietnam, Asia); Maida Bilal(Bosnia-Erzegovina, Europa); Kimiko Hirata (Giappone, per la regione geografica delle isole); Sharon Lavigne, (Stati Uniti, Nordamerica) e Liz Chicaje Churay, (Perù, per l'America centrale e meridionale).

 

Esempi da seguire

Gloria Majiga-Kamoto ha condotto una battaglia contro l’inquinamento della plastica in  Malawi, sollecitando il divieto della plastica sottile monouso. Grazie alla sua campagna, il bando è stato approvato nel 2019. È la prima volta che una cittadina del Malawi ottiene il Goldman Environmental Prize. 

Thai Van Nguyen ha fondato Save Vietnam’s Wildlife, un’organizzazione protezionista che, tra il 2014 e il 2020, ha salvato 1.540 pangolini dal traffico illegale delle specie selvatiche. Nguyen ha ha anche dato vita alla prima squadra vietnamita anti-bracconaggio che dal 2018 ha distrutto oltre 9.000 trappole per animali, smantellato 775 installazioni illegali, confiscato 78 pistole e portato all’arresto di 558 bracconieri, comportando una significativa diminuzione degli illeciti nel parco nazionale Pu Mat. 

Maida Bilal, insieme alle donne del suo villaggio, ha manifestato per 503 giorni per bloccare la costruzione di due nuove dighe sul fiume Kruščica nel dicembre del 2018. I Balcani ospitano corsi d'acqua incontaminati, fra gli ultimi in Europa: la necessità di energia idroelettrica mette nel mirino anche questi superstiti ecosistemi. Come nel caso di Majica-Kamoto, Maida Bilal ha iscritto per la prima volta il suo paese, la Bosnia-Erzegovina, nel palmares del Goldman Prize. 

In seguito al disastro nucleare di Fukushima  il Giappone ha convertito parte della produzione elettrica facendo affidamento sul carbone anziché sul nucleare. Le campagne di Kimiko Hirata hanno impedito l’apertura di 13 centrali a carbone sul territorio dell'arcipelago considerando che le centrali a carbone sono fonti di emissione di gas serra: è stato calcolato che avrebbero altrimenti rilasciato circa 1,6 miliardi di tonnellate di CO2. 

Sharon Lavigne, insegnante, ha condotto una campagna contro la costruzione di uno stabilimento per la produzione di materie plastiche sul fiume Mississippi in Louisiana, riuscendo nel 2019 a fermarla grazie a una vasta mobilitazione popolare. 

Liz Chicaje Churay, indigena dell'etnia Bora, ha mosso una campagna di tutela di uno degli ultimi angoli incontaminati della foresta amazzonica, nella provincia di Loreto, Perù settentrionale, in un territorio che confina con Colombia e Brasile. Grazie alla lotta di Liz e dei suoi sostenitori, nel gennaio 2018 il governo peruviano ha istituito il parco nazionale Yaguas, su una superficie pari circa a quella del parco di Yellowstone. L'area protetta tutela 868mila ettari di foresta amazzonica in cui vivono 3000 specie di piante, oltre 500 specie di uccelli e 550 di pesci. La conservazione di questo territorio ha un valore bionaturalistico, ambientale e antropologico, sia perché rappresenta un importante caposaldo per la salvaguardia e conservazione della biodiversità amazzonica, sia per la tutela di torbiere utili allo stoccaggio del carbonio, sia come territorio delle popolazioni indigene sempre più incalzate dalla distruzione della foresta pluviale per i più diversi scopi (costruzione di strade, progetti minerari, trasformazione della selva in latifondi agro-industriali). Inizialmente l'idea di proteggere il territorio è partita proprio contro le infiltrazioni di taglialegna e cercatori d'oro illegali (che spesso usano il mercurio per scioglierlo dalle rocce, fortemente contaminante per le acque), mentre nell'epoca della corsa al caucciù i Bora e altri nativi avevano sofferto l'impatto dell'invasione e della schiavitù spingendosi nel più folto della foresta per sfuggirvi, molti soffrendo la fame e la mancanza di medicine. Oggi quel remoto territorio è  il parco nazionale di Yaguas e, grazie alla resistenza delle comunità indigene, si é ottenuto il sostegno di istituzioni come il Field Museum di Chicago e la Frankfurt Zoological Society all'area protetta dove per la prima volta ranger e agenti pattugliano i corsi d'acqua e allontanano intrusi, bracconieri e cercatori di frodo.

 “Molte persone pensano che l’azione climatica è qualcosa che fai solo a casa tua, risparmiando elettricità e usando meno plastica. Non è tutto qui. Abbiamo bisogno di qualcosa di più grande, ciascuno di noi deve agire per cambiare il sistema economico, fare di più per la collettività, così Kimiko Hirata a commento del premio ricevuto.

Ultima chiamata 

Tutto questo serve a inquadrare la madre di tutte le emergenze: quella climatica.

"Purtroppo non ci sono novità positive, ma un peggioramento di tutti i parametri più pericolosi. Da qui al 2030 siamo chiamati a un cambiamento epocale.". Così il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani a la Repubblica commentando il rapporto dell' Onu sui cambiamenti climatici. "Ci sono scenari contenuti nel rapporto secondo cui, se riusciamo a rispettare una certa quantità di emissioni di gas climalteranti nei tempi previsti dagli Accordi di Parigi, allora potremo tenere sotto controllo l'incremento di temperatura", evidenzia. Nel caso contrario "potremmo arrivare a livelli di temperatura altissimi, oltre i 3 gradi. Una situazione insostenibile, letale". Secondo il ministro ad ostacolare il cambiamento sono "questioni geopolitiche importanti e complesse. Non basta l'impegno di un singolo Paese. Serve uno sforzo globale, ma per ottenerlo occorre che i criteri di distribuzione dei "sacrifici" siano chiari. Ora non lo sono affatto".

 

L’allarme è generale. Prendiamo, ad esempio, l’editoriale di Haaretz, il giornale progressista di Tel Aviv. “Il rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici dell'Onu, pubblicato lunedì, afferma che anche nello scenario più roseo per la riduzione delle emissioni di gas serra, l'umanità non sarà in grado di impedire il riscaldamento globale oltre l'aumento medio di 1,5 gradi Celsius (2,7 gradi Fahrenheit) che i leader mondiali hanno promesso di evitare nell'accordo raggiunto a Parigi nel 2015.

Questo importante rapporto, scritto da 234 scienziati di 66 paesi, dice che il pianeta si è già riscaldato di 1,1 gradi dalla fine del XIX secolo. Afferma inoltre che anche in uno scenario di riduzione determinata e rapida delle emissioni, le temperature globali dovrebbero raggiungere o superare 1,5 gradi in media nei prossimi 20 anni.

Non stiamo più parlando della prossima generazione che soffrirà della crisi climatica, ma del prossimo futuro. Gli scienziati dicono che è ancora possibile evitare un aumento di 2 gradi, la soglia superiore di riscaldamento che i paesi si sono impegnati a non raggiungere. Questo è uno scenario horror, in cui le ondate di calore, la siccità e le inondazioni "raggiungerebbero più spesso soglie di tolleranza critiche per l'agricoltura e la salute", dice il rapporto. Tuttavia, senza un'azione rapida e determinata nei prossimi nove anni, questo aumento avverrà tra il 2041 e il 2060.

 

Il precedente rapporto dell'IPCC affermava come altamente probabile che gli esseri umani siano un fattore dominante nel riscaldamento globale, mentre l'attuale rapporto afferma che l'impatto umano è "inequivocabilmente" la causa del riscaldamento dell'atmosfera, della terra e del mare. Nel 2019, le concentrazioni di anidride carbonica erano più alte che in qualsiasi altro momento negli ultimi 2 milioni di anni. I chiari fatti scientifici dettano due passi essenziali per qualsiasi paese che cerchi la vita per il suo popolo. Il primo è la preparazione. Ma anche se il tasso di riscaldamento in Israele è quasi il doppio della media globale, lo stato non ha nemmeno iniziato a prepararsi per i gravi cambiamenti climatici. Non ci sono soluzioni reali per le ondate di calore, le inondazioni e gli incendi che potrebbero colpire Israele. Il gabinetto approva le riforme che dovrebbero indebolire l'influenza del ministero dell'ambiente di Israele. Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite dice che gli esseri umani sono "inequivocabilmente" da biasimare per il cambiamento climatico

Il modello degli incendi sta cambiando, e gli esperti sono preoccupati. E così, se il primo ministro Naftali Bennett vuole presentarsi come un leader che capisce chiaramente le giuste priorità, anche prima del passaggio della legge sugli accordi economici che accompagna il bilancio nazionale, dovrebbe ordinare un finanziamento significativo per l'amministrazione orfana del clima nel ministero della protezione ambientale.

Il secondo passo è quello di fare tutto il necessario per passare immediatamente alle fonti di energia rinnovabili e ridurre le emissioni di gas serra, al fine di prevenire scenari di crisi climatica ancora più gravi”. Così Haaretz.

L’Europa, allarme rosso

Se in Europa il tasso di utilizzo delle energie rinnovabili sfiora il 50%, è chiaro che Israele, baciato dal sole, può raggiungere questo obiettivo. Dopo molti decenni in cui si è chiuso un occhio sugli avvertimenti, è arrivato il momento di agire. Con l’aumento delle temperature, nei paesi europei che si affacciano sul mar Mediterraneo diventeranno sempre più frequenti incendi come quelli che nelle ultime settimane hanno interessato Grecia, Turchia e diverse regioni italiane, e secondo gli scienziati è possibile che la loro frequenza aumenterà anche nei paesi dell’Est Europa. Se le temperature dovessero aumentare di 2°C rispetto al periodo pre-industriale, i periodi di siccità saranno più frequenti in tutti i paesi europei, con il probabile inaridimento di ampie aree coltivate. In ogni caso, le città tenderanno a essere colpite da ondate di grande caldo più spesso rispetto alle aree rurali, sia nel nostro continente che in altre parti del mondo. Allo stesso tempo, secondo gli scienziati dell’IPCC, in Europa saranno sempre più comuni anche eventi meteorologici estremi come quelli che a metà luglio hanno provocato la morte di almeno 180 persone in Belgio e in Germania, : se le temperature medie globali dovessero aumentare di più di 1,5°C rispetto al periodo pre-industriale –considerata una soglia di riferimento per evitare danni catastrofici –, cresceranno infatti la frequenza e l’intensità di piogge torrenziali e alluvioni, in particolare nel nord Europa e nell’Europa centrale.

Un’altra conseguenza dell’aumento delle temperature è che in Europa le giornate molto fredde saranno sempre meno, e questo accelererà i processi di scioglimento dei ghiacciai e del permafrost, la parte del suolo che nelle regioni fredde rimane perenne