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Cambiamento climatico, allarme Unesco: a rischio 31 siti Patrimonio dell'Umanità

Il rapporto World Heritage and Tourism in a Changing Climate parla chiaro: il clima impazzito sta diventando una delle maggiori minacce per i monumenti in tutto il mondo.

Venezia
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globalist

26 Maggio 2016 - 22.55


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Come sarebbe un mondo senza Venezia?O senza la carica simbolica della Statua della Libertà? Un mondo senza Mont Saint Michel e senza Stonehenge, senza i gorilla di montagna dell’Africa centrale, i draghi di Komodo e gli orsi grizzly di Yellowstone.

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Non è uno slogan turistico. È uno scenario possibile. Una futura realtà, quella delineata dall’ultimo rapporto Unesco sui cambiamenti climatici e sui loro effetti sui siti Patrimonio dell’Umanità. 

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Lo studio. Il rapporto World Heritage and Tourism in a Changing Climate , stilato e diffuso oggi dall’Unesco, dall’Unep (United Nations Environment Program) e dall’Ucs (Union of Concerned Scientists), parla chiaro: “Il cambiamento climatico sta diventando uno dei maggiori rischi per i siti Patrimonio dell’Umanità in tutto il mondo”. Scienziati e analisti, guidati dal professor Adam Markham, si sono concentrati su 31 casi-studio sparsi in 29 località, dalla Groenlandia al Sud Africa, dal Brasile al Giappone, passando naturalmente per la vecchia Europa. Ma i luoghi, i monumenti, le bellezze naturali in pericolo sono molti di più, e basterebbe ricordare l’indagine condotta nel 2014 dall’Università di Innsbruck con l’Istituto di Ricerca sull’Impatto Climatico di Potsdam, che individuava ben 130 siti Unesco minacciati dall’innalzamento del livello dei mari. 

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La storia è nota. La temperatura globale è aumentata di 1°C dall’era pre-industriale, con un’impennata a partire dagli anni ’50 e senza che il trend accenni ad arrestarsi; nell’atmosfera si registra oggi la concentrazione di CO2 più alta degli ultimi 800mila anni; il trentennio che va dal 1983 al 2012 è stato per l’emisfero settentrionale il più caldo in 1400 anni. Un clima più caldo porta a un aumento dell’acidità degli oceani (+26% rispetto all’era pre-industriale), allo scioglimento di ghiacciai e calotte polari, a una maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi come tempeste, uragani, tsunami, siccità, a fenomeni di desertificazione, a incendi estesi e indomabili. 

 

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Gli ecosistemi. Sono stravolgimenti che si riflettono innanzitutto sugli equilibri degli ecosistemi, e se è vero che un certo grado di resilienza naturale consente in alcuni casi l’adattamento, la velocità dei cambiamenti può però essere letale per quelli più delicati. Ad esempio le barriere coralline: sono lì, nei mari tropicali come quelli della Nuova Caledonia, da centinaia di milioni di anni e negli ultimi 400mila sono riuscite ad adattarsi a vari mutamenti ambientali relativamente lenti; ma in questi 140 anni l’accelerazione del riscaldamento climatico e l’acidificazione delle acque marine le hanno messe a dura prova. Secondo il rapporto Unesco, il 70% di questo tesoro naturalistico potrebbe essere irrimediabilmente compromesso entro il 2030. Per salvarne almeno la metà bisognerebbe limitare l’innalzamento delle temperature a 1,2°C: un traguardo decisamente più ambizioso di quello del “ben al di sotto i 2°C” prospettato alla Conferenza sul Clima di Parigi. 

 

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E a rischiare non è solo la biodiversità marina. I cambiamenti del clima si sommano in una drammatica sinergia a fattori come l’inquinamento, l’urbanizzazione, le guerre, la povertà, lo sfruttamento incontrollato delle risorse e, non da ultimo, l’aumento del turismo di massa, minacciando sempre più seriamente santuari naturalistici, parchi e aree protette. Come il Parco Nazionale Impenetrabile di Bwindi, in Uganda, dove vivono gli ultimi gorilla di montagna, o il paradiso botanico di Cape Floral Kingdom, in Sud Africa; lo straordinario scrigno di biodiversità delle isole Galapagos, che ispirarono a Darwin la teoria dell’Evoluzione, o, ancora, il Parco Nazionale di Komodo, in Indonesia, casa degli unici 5000 esemplari del famoso drago, un delicato lucertolone per il quale l’aumento delle piogge e la variazione della vegetazione potrebbero rivelarsi letali. Persino la roccaforte di Yellowstone, il più antico parco naturale del mondo, è in pericolo: le sue monumentali foreste sono attaccate da sempre più frequenti incendi e le temperature più alte hanno portato alla diffusione del micidiale scarabeo dei pini, piccolo devastatore che distrugge la fonte principale di cibo per diverse specie, tra cui lo scoiattolo rosso e l’iconico orso grizzly. 

 

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La fragilità dei monumenti. Se le specie a rischio a volte riescono a salvarsi migrando in altri territori e attuando istintive strategie di resilienza, per monumenti e tesori archeologici invece non c’è scampo: “una volta persi – avverte l’Unesco – lo saranno per sempre”. Sono 13 i siti culturali presi oggi in considerazione dal rapporto: si va dalla Statua della Libertà, che ha subito gravi danni dall’uragano Sandy nel 2012, ai celeberrimi moai dell’Isola di Pasqua; dai santuari scavati nella roccia di Ouadi Qadisha, in Libano, alle terrazze di riso delle Filippine; dall’antica città di Hoi An, in Vietnam, ai misteriosi dolmen neolitici di Stonehenge, fino, naturalmente, alla nostra Venezia. 

 

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Cosa li mette in pericolo. A metterli a repentaglio sono l’erosione delle coste, l’umidità e le piogge più frequenti, i repentini cambi di temperatura, i fenomeni meteorologici incontrollabili. A rimetterci saranno la cultura e la civiltà, impoverite di alcuni dei loro più magnifici simboli; ma anche l’economia, se si considera che il turismo, uno dei settori in più forte crescita e oggi responsabile del 9% del Pil mondiale, già sta subendo duri contraccolpi per l’insicurezza climatica che viviamo. 

 

L’eccezione Groenlandia. Paradossalmente, l’unica regione a trarre vantaggio economico dal clima impazzito è la Groenlandia. L’impressionante fiordo di ghiaccio di Ilulissat, uno dei siti Unesco che corre il maggior pericolo di scomparire, è diventato la meta prediletta di un certo turismo da catastrofe ambientale, che accorre alla frontiera del cambiamento climatico per godere di un paesaggio mozzafiato e insieme assistere al suo inesorabile scioglimento. La domanda è: fino a quando?

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