I veleni uccidono, ripensare ambiente ed uguaglianza

Un seme sotto la neve. Per far crescere un'idea di uguaglianza che si sottragga alla fucina feroce e bellica del tempo, delle guerre e dell'Isis. [Antonio Cipriani]

Antonio Cipriani

Antonio Cipriani

Antonio Cipriani 4 gennaio 2016

@ciprianis


Questo breve testo è dedicato al seme che sotto la neve attende il suo tempo per diventare piantina e poi un giorno fiore o albero. Per poter difendere la vita e il mondo, portando in sé colori della natura che ci affascina, e la memoria di quando, nei tempi antichi, ogni albero, ogni sorgente, ogni collina o valle possedevano il proprio genius loci, lo spirito custode del luogo. Un seme (e poi un albero) per difenderci da noi stessi, dalla follia tecnologica che si è fatta religione del tempo, dogma indiscutibile, pensiero unico di sfruttamento, guerra, Isis, terrorismo e distruzione. Religione bellica e finanziaria, basata sul credere e sul credito (quindi sul debito), così come sull’assenza di sentimenti verso la natura vista solamente come oggetto inanimato da sfruttare, da saccheggiare ovunque nel mondo. Nel nome del progresso. Di un sistema che si basa sull’ingiustizia sociale tra gli uomini e su un dominio ottuso dell’uomo sulla natura. Fino alle estreme conseguenze, mi sembra di capire.


Un seme, un fiore, un colore, un albero. Un piccolo gesto di ribellione con un valore gigantesco. Per riprendere a tessere una cultura della condivisione degli spazi nei quali vivere, con la natura e con le altre specie animali. In un saggio apparso su “Science” nel 1967, The Historical Roots of Our Ecological Crisis, lo storico delle tecniche Lynn White jr. (1907-1987) afferma:


San Francesco, il più grande rivoluzionario spirituale nella storia dell’Occidente, suggerì una nuova visione cristiana del rapporto uomo-natura: sostituire il dominio illimitato dell’uomo con il concetto di uguaglianza di tutte le creature, uomo compreso. Il tentativo di Francesco è fallito. Ai nostri giorni scienza e tecnica sono sempre più caratterizzate dalla proterva ortodossia cristiana nei confronti della natura e non è da loro che ci possiamo attendere una soluzione alla crisi ecologica. Poiché le radici dei nostri problemi sono essenzialmente religiose, il rimedio deve essere religioso, qualunque definizione attribuiamo a tale termine. In altre parole dobbiamo giungere a un diverso modo di intendere la nostra natura e il nostro destino. Il sentimento profondamente religioso, ma eretico, dell’autonomia spirituale di tutte le creature espresso dai primi francescani, può indicarci una direzione.


 San Francesco, il poverello d'Assisi, venerato in tutto il mondo; il santo del Cantico delle creature, il testo più poetico e antico della letteratura italiana. L’uomo che ha avanzato la proposta più radicale e rivoluzionaria che la storia ricordi e che l'Occidente ha rifiutato. Il filosofo Giorgio Agamben ha scritto un grande libro, Altissima povertà (Neri Pozza Editore) su regole monastiche e forma di vita:


Il libro si chiude, pertanto, su una interpretazione del messaggio di Francesco e dei teorici francescani della povertà e dell'uso che, da una parte, una precoce leggenda e una sterminata letteratura agiografica hanno ricoperto con la maschera troppo umana del pazzus e del giullare o con quella, non più umana, di un nuovo Cristo, e, dall'altra, un'esegesi attenta più ai fatti che alle loro implicazioni teoriche ha rinchiuso nei confini disciplinari della storia del diritto e della Chiesa. In un caso come nell'altro, ciò che restava indelibato era il lascito forse più prezioso del francescanesimo, con il quale sempre di nuovo l'Occidente dovrà tornare a misurarsi come al suo compito indifferibile: come pensare una forma-di-vita, cioè una vita umana del tutto sottratta alla presa del diritto e un uso dei corpi e del mondo che non si sostanzi mai in un'appropriazione. Cioè ancora: pensare la vita come ciò di cui non si dà mai proprietà ma soltanto un uso comune. Un tale compito esigerà l'elaborazione di una teoria dell'uso, di cui mancano nella filosofia occidentale anche i principi più elementari, e, a partire da essa, una critica di quell'ontologia operativa e governamentale, che, sotto i travestimenti più svariati, continua a determinare i destini della specie umana.


Commentando queste parole, qualche anno fa ho scritto queste frasi. Parole distillate che risuonano nel pensiero. Sarà per i falsi profeti di rivolte del marketing, per gli urlatori di slogan, per i troppi paraculi che girano, ma in certi giorni, in certi momenti, bisogna ricordare che esiste qualcosa di più. Che ci sono persone belle, studiosi, artisti, capaci con semplicità di percorrere una strada diversa. Più raffinata, più saggia. Spesso sopraffatta dal rumore e dalle false bandiere. Così oggi, da laico, festeggio Francesco e il francescanesimo con "Altissima povertà" di Agamben. Che chiude così: "L'altissima povertà, col suo uso delle cose, la la forma-di-vita che comincia quando tutte le forme di vita dell'Occidente sono giunte alla loro consumazione storica".


Ora che la consumazione storica è davanti ai nostri occhi, che l’epoca si compie a colpi di brigantaggio mediatico e sciacallaggio, di rapine a mano armata senza neanche il cappuccio del Ku Klux Klan, in città irrespirabili e terrorizzate, con focolai di guerra che punteggiano le nostre mappe, possiamo cominciare a riflettere sul crollo degli obiettivi di progresso. E su come fare per sottrarsi al gregge ipocrita e ululante dei complici, riprendendo in mano i libri di un tempo, considerando la propria vita e quella dei nostri figli, un seme, un fiore. Per piantare qualcosa che parli di uguaglianza al futuro di tutti. Un solo gesto può darsi che non muti la storia del mondo, ma la nostra sicuramente sì.