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Vendesi spiagge: ecco chi specula sulla crisi

Come speculare sulla crisi e accaparrarsi un bene di tutti. [Luca Scarnati]

Vendesi spiagge: ecco chi specula sulla crisi

Luca Scarnati

11 Novembre 2013 - 11.47


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di Luca Scarnati

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Con più di 7.000 km di costa comprarsi una spiaggia in Italia è un affare sicuro. Assicurato dai milioni di italiani e stranieri che ogni estate ci si riversano in massa. Evidentemente qualcuno vuole approfittarsi della situazione economica per provare a mandare in porto un affare già in altre occasioni sfumato. Considerando un ingiustificato allarmismo l’innalzamento dei mari paventato dagli organismi internazionali che studiano i cambiamenti climatici, e quindi la scomparsa delle spiagge in questione, per l’ennesima volta si prova a svendere/accaparrarsi un bene comune.

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Nel dettaglio la proposta è un emendamento alla legge di stabilità che punta a far cassa per 7-8 miliardi, derivanti in gran parte dalla svendita degli stabilimenti balneari, con una vendita delle infrastrutture cedibili (spazi per bar, palestre, piscine solitamente antistanti alla spiaggia vera e propria) ed un allungamento delle concessioni sulle spiagge vere e proprie.

Già ora la situazione per i cittadini è spesso sfavorevole, con le maggiori località turistiche caratterizzate da file ininterrotte di stabilimenti che impediscono l’accesso al mare, nonostante si tratti di un bene comune. Considerando che nella realtà solo una metà circa delle nostre coste sono idonee ad uno stabilimento balneare, ossia quasi 4.000 km, attualmente almeno 1.000 km sono occupati da strutture turistiche, date in concessione dallo Stato. Si tratta di più di 12.000 stabilimenti, il cui numero è aumentato fino a raddoppiare negli ultimi 15 anni e che, rispetto al reale giro d’affari, pagano canoni di concessione visibilmente inadeguati. Tanto per fare due conti lo scorso anno lo Stato ha incassato 103 milioni di euro dagli imprenditori delle spiagge, che significa, senza tener conto delle reali dimensioni dello stesso, circa 8.000 euro per stabilimento.
Inoltre buona parte delle attuali concessioni sono state date senza appalto pubblico e si rinnovano automaticamente alla scadenza. Questo ha creato all’Italia notevoli problemi in merito al rispetto della normativa europea. Tanto che per il 2015 è prevista la scadenza di ogni concessione e una gara pubblica per ridefinire la gestione di tutto il demanio marino.

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Il tutto senza tenere conto che si tratta di territori con caratteristiche ambientali particolari, la cui gestione non può tener conto della sola offerta economica, ma dovrebbe essere legata ad un progetto di gestione ispirato a criteri di conservazione e sostenibilità ambientale, nonché di promozione territoriale e di qualità dei servizi. Non dimentichiamo, per dirne una, che la spiaggia, e in particolare la retrostante duna quando ancora esiste, proteggono dall’ingresso nell’entroterra dei venti carichi di salsedine, in grado se in eccesso di compromettere le colture e la vegetazione delle pianure costiere. Così come la lavorazione degli arenili, comunemente eseguita con mezzi meccanici, tende a rovinare le spiagge, favorendone l’erosione. Nel periodo primaverile infatti, negli stabilimenti si eseguono lavorazioni per livellare la spiaggia, tendendo ad allungarla verso il mare, quindi abbassandone il profilo e riducendo la compattezza della sabbia, rendendola di fatto molto più vulnerabile all’erosione. Lavorazioni che andrebbero eseguite manualmente, garantendo la conservazione della vegetazione, la rimozione dei rifiuti e il mantenimento della compattezza del sedimento.

Così come lo Stato fino ad ora, attraverso le Regioni, ha svenduto i suoi beni nel campo delle concessioni per l’uso delle cave o delle sorgenti di acque minerali, con entrate che non superano i pochi punti di percentuale rispetto ai profitti degli imprenditori, si rischia di fare un ulteriore regalo, con conseguente danno economico e ambientale.

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