No carbon Coke! Fermiamo il combustibile più inquinante.

Inquina, minaccia la salute, uccide il clima e costringe chi lavora a un futuro di precarietà. Sabato prossimo manifestazione nel polesine.

No carbon Coke! Fermiamo il combustibile più inquinante.
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26 Ottobre 2011 - 09.54


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di Checchino Antonini

Inquina, minaccia la salute, uccide il clima e costringe chi lavora a un futuro di precarietà. Il carbone, la fonte fossile a maggior emissione di gas serra (il 30% del totale su un’incidenza del 14% della produzione di elettricità), va fermato.

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Sabato prossimo, 29 ottobre, le 35 associazioni della coalizione “Fermiamo il carbone” organizzano una manifestazione nel Polesine, ad Adria (appuntamento alle 14), contro la riconversione della centrale di Porto Tolle, e presidi a Saline Joniche, La Spezia, Vado Ligure, Civitavecchia e Brindisi.

Sarà il ritorno in piazza della vasta coalizione che ha promosso e vinto il referendum antinucleare e che ha deciso di non disperdersi finché non verrà compiuta la rivoluzione energetica iniziata con quei 26 milioni di sì.

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A Porto Tolle, Enel progetta la conversione di una centrale a olio combustibile in una a carbone della potenza di 2000 Mw nel mezzo del parco del Delta del Po. Questo comporterebbe l’emissione di oltre 10 milioni di tonnellate l’anno di Co2: l’equivalente di oltre 4 volte le emissioni annuali di una città come Milano.

Prevista anche la riconversione di vecchie centrali come Rossano Calabro e la realizzazione di nuovi gruppi a Vado Ligure e Porto Torres o addirittura la costruzione di nuovi impianti come a Saline Joniche.

La coalizione no coke fa appello a tutti coloro che «subiscono il ricatto occupazionale, ovunque in Italia vi siano progetti di ritorno al carbone, per rifiutare tutti insieme la contrapposizione tra lavoro ambiente e salute, cominciando invece a costruire un lavoro dignitoso, una società basata sull’interesse comune e non su quello di poche lobbies, sulla possibilità di un futuro sostenibile».

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Stando agli indici di costo delle varie fonti energetiche e agli indici di intensità occupazionale, con i 2 miliardi e mezzo della riconversione “nera” di Porto Tolle, oltre a evitare l’emissione di circa 12 milioni di tonnellate annue di Co2 e di vari altri inquinanti, si potrebbe creare lavoro per 3850 persone per 10 anni nell’eolico off shore anziché 3mila per 4 anni per la fase di costruzione della centrale. O si potrebbero impiegare 3070 persone per 10 anni scegliendo il solare.

Dopo la costruzione il carbone darebbe lavoro solo a 200 addetti mentre si occuperebbero mille persone nel caso dell’eolico onshore, 750 persone per l’eolico offshore, 320 nel caso di investimento nel solare o 3.410 persone nel caso delle biomasse.

Ricapitolando, a regime, i posti di lavoro sono sempre maggiori per gli investimenti in altre fonti, mentre nella fase di costruzione, solo investimenti a biomasse sono inferiori al carbone (ma sono quasi 15 volte superiori i posti stabili di lavoro).

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E Confindustria lo sa perché, secondo Greenpeace, un calcolo simile può essere operato adottando gli indici di resa occupazionale ed ambientale individuati nello studio “Proposte di Confindustria per il Piano Straordinario di Efficienza Energetica 2010”.

Il governo ha creato una norma ad hoc per Porto Tolle dove il Consiglio di Stato aveva sancito che non dovessero esserci centrali se non a metano o a fonti alternative non inquinanti.

La manovra di luglio, oltre alla macelleria sociale, contiene macelleria ambientale e consente la deroga per l’arrivo del carbone nel Delta del Po. Era il sogno di Zaia. Il braccio di ferro legale, che va avanti da un decennio, potrebbe riservare altri colpi di scena magari per un ricorso della confinante Emilia-Romagna.

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Ovunque, il fronte No Coke è piuttosto attivo nella denuncia dei costi umani, sociali e ambientali di questo ritorno al passato che costringerebbe gli Stati a erogare sussidi – 3 miliardi l’anno nell’Ue – per catturare la Co2.

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