Con 'Storie Sterrate' Marco Denti libro ci conduce nell’affascinante territorio delle influenze tra musica e scrittura

Il volume ci presenta una nutrita schiera di musicisti che hanno intrattenuto un forte legame con la scrittura (ben 58), artisti per i quali musica e letteratura sono strumenti simbiotici per esprimere la propria creatività

Storie sterrate

Storie sterrate

Negli artisti c’è sempre una vocazione alla sfida, a mutare forme e dimensioni della propria ricerca di nuovi spazi immaginativi. Alcuni non si accontentano dei loro linguaggi, “sconfinano” in altri territori creativi dando luogo a interessanti contaminazioni: in quest’ottica si rivela particolarmente fruttuoso il binomio tra musica e scrittura. Di tale suggestivo tema si occupa un libro apparso di recente: Storie sterrate, Jimenez edizioni (pp. 318, € 18). L’autore, Marco Denti, è uno studioso di lungo corso dell’universo musicale e di quello letterario, particolarmente versato nel variegato immaginario del rock’n’roll, oltre che narratore egli stesso.

Il volume ci presenta una nutrita schiera di musicisti che hanno intrattenuto un forte legame con la scrittura (ben 58), artisti per i quali musica e letteratura sono strumenti simbiotici per esprimere la propria creatività, la propria visione del mondo: songwriters autori di autobiografie, memoir, romanzi, racconti e poesie, ma anche chansonnier i cui pezzi costituiscono autentiche narrazioni. I motivi di tale connubio sono i più vari – assecondare una passione, misurarsi con un’arte altra, portare ordine nel caos, venire a patti con i propri demoni, rivisitare il passato, sondare il futuro, tentare un bilancio sulla propria vita e su quella di un’intera società – e ognuno ha scelto un suo itinerario, chi già tracciato, chi attraverso una via impervia e poco battuta, una “strada sterrata”, per riprendere il titolo suggestivamente metaforico del libro. Il quale però affronta anche il percorso inverso, quello degli scrittori influenzati dalla musica – e non sono pochi se, come afferma Kurt Vonnegut, “praticamente ogni scrittore che io conosca preferirebbe essere un musicista”.

Denti sceglie di seguire un percorso “più emotivo che cognitivo”, “più sensibile che razionale”, procedendo “in modo un po’ disordinato, un po’ random” nel territorio delle influenze reciproche tra musica e scrittura. Scelta che se da un lato rende meno agevole al lettore seguire un filo narrativo caratterizzato dalla molteplicità dei materiali analizzati e dalle densità delle citazioni, dall’altro ne accresce la suggestività. Insomma, non si tratta di un saggio barboso, ma di una cavalcata lungo un settantennio tra rock e letteratura, storia e immaginario, in particolare anglosassone. Per goderne appieno, conviene lasciarsi trasportare dalla malia dei propri artisti preferiti e delle loro creazioni – ce n’è per tutti i gusti.

Si parte da Laurie Anderson, performer particolarmente lucida nel sapersi districare tra gli inganni delle parole, e per la cui arte la scrittura ha sempre svolto un ruolo di primo piano. Quindi si passa a Leonard Cohen, autore di romanzi e di raccolte di poesie, che con la letteratura ha avuto un rapporto assiduo e viscerale, così come lo ebbe “l’uomo in rivolta”, Jim Morrison, “poeta risucchiato nel turbine del rock’n’roll”. O ancora, in ordine sparso, il fascinoso Elvis Costello, che “ha raggiunto un livello di scrittura raffinato e condito da un’ironia difficile da trovare”, e la cui musica ha suggestionato la narrativa di Bret Easton Ellis; il leggendario Woody Guthrie, che ci ha lasciato una splendida autobiografia, Questa terra è la mia terra, straordinaria testimonianza dei suoi tempi, proprio come le sue canzoni; Suzanne Vega, storyteller genuina “che ha attraversato con eleganza il confine tra storia e canzone”, le cui ballad “hanno spesso i contorni della short story”. Affascinante anche il percorso di Morrissey, leader degli Smiths e autore di un’interessante autobiografia e di un romanzo; nel suo caso, l’osmosi con la letteratura britannica si è rivelata produttiva, basti vedere i continui riferimenti alla musica degli Smiths che punteggiano le opere di Irvine Welsh, Jonathan Coe e Douglas Coupland.

In questa entusiasmante rassegna non poteva mancare Lou Reed, “poeta drammatico, capace di raccontare l’orrore, il gusto per la diversità, per l’estremo”, che usava la poesia per imbastire un canovaccio più ampio, “scandagliando gli angoli più scuri e violenti, lungo gli stessi marciapiedi di Hubert Selby”. Se non ha scritto romanzi, “di sicuro ha inciso nel linguaggio più di chiunque altro, perché ha cambiato le regole e nel rapporto con la parola è andato ben oltre la costruzione della canzone per strofa e ritornello”.

Un romanzo, invece, Nick Cave lo ha scritto, giocato tra follia e redenzione, come la sua vita. E, nella carrellata di miti, ecco anche Tom Waits, ormai “elemento fondamentale dell’immaginario americano”, nella cui opera si intravedono le ombre lunghe degli scrittori della Beat Generation, Jack Kerouac in testa, che, comunque, sono stati fonte di ispirazione per moltissimi dei musicisti qui presentati.

Ovviamente non poteva mancare Bob Dylan, e nel leggere il capitoletto a lui dedicato si può capire perché gli sia stato assegnato il Nobel per la letteratura. E, con lui, il colto David Byrne, l’erudito e geniale John Cage, che con la letteratura intratteneva lo stesso rapporto rivoluzionario e spiazzante che aveva con la musica, il trascinante Bruce Springsteen, il cui songbook è un autentico repertorio di storie e fonte di ispirazione di numerosi scrittori.

Nel novero di chi ha vissuto la musica e la scrittura creativa senza limiti o linee di demarcazione figura a buon diritto Patti Smith: con lei “il rock’n’roll e la letteratura hanno viaggiato mano nella mano, alternandosi e completandosi a vicenda”, e il suo romanzo, Devozione, vale davvero una lettura. E ancora Neil Pert, batterista dei Rush e autore di tutte le loro liriche, zeppe di riferimenti letterari, da Shakespeare, a Coleridge, a David Foster Wallace, che ha lasciato pregevoli diari di viaggio; Gil Scott-Heron, ottimo musicista divenuto, con la pregnanza delle opere narrative e del suo memoir, una delle voci più significative della cultura afroamericana; Chico Buarque, che ha firmato il notevole romanzo Budapest; Frank Zappa, per il quale la scrittura, impiegata nella feroce battaglia ingaggiata contro la censura, è stata “un atto di inderogabile civiltà”; Neil Young, artefice di una suggestiva autobiografia, Il sogno di un hippie, “disordinata scomposizione di mezzo secolo di musica”; Pete Townshend, che all’autobiografia ha fatto seguire romanzi e libri di racconti, e che con l’editoria ha avuto stretti rapporti, essendo stato editor della Faber & Faber.

Due interessanti capitoletti sono infine dedicati a Stephen King e al ruolo rivestito dalla musica nei suoi romanzi, e a William Burroughs, sicuramente la figura letteraria che ha avuto maggiore influsso sui musicisti rock.

Insomma, l’elenco degli artisti che hanno intelligentemente intrecciato songwriting e letteratura è davvero nutrito: ognuno vi troverà i propri eroi e lo stimolo ad approfondire ascolti e letture, intraprendere personalissimi percorsi nel meraviglioso universo del rock’n’roll inseminato dall’arte poetica e narrativa. E viceversa, ovviamente.