di Antonio Picarazzi
Nell’attuale fase del tardo capitalismo, stiamo assistendo non semplicemente a una crisi ciclica del mercato, ma alla cristallizzazione di un paradigma sistemico che potremmo definire Dumb Economy (Economia Ottusa). Non si tratta dell’economia dell’errore o dell’inefficienza, bensì di un modello che monetizza sistematicamente la semplificazione cognitiva, premiando la reattività immediata a discapito della comprensione, l’immagine al posto della sostanza, la fruibilità istantanea invece della profondità analitica.
La Dumb Economy non produce accidentalmente mediocrità, proprio perchè la richiede strutturalmente. Essa seleziona, valorizza e remunera ciò che riduce l’attrito cognitivo, ciò che elimina complessità, ciò che trasforma il cittadino in utente e il giudizio in impulso. In questo senso, non rappresenta una degenerazione marginale del capitalismo contemporaneo, ma una sua forma evoluta e perfettamente funzionale. Questo modello costituisce il fondamento invisibile che alimenta il populismo contemporaneo e il post-ideologismo, generando una nuova prassi politica, cioè l’Estetica della Vacuità.
La Genesi della Dumb Economy: dalla conoscenza al riflesso condizionato
La Dumb Economy si regge su un paradosso solo apparente: pur disponendo di una quantità di dati senza precedenti nella storia, il sistema produce decisioni, prodotti e processi cognitivi sempre più poveri. Il valore non viene più estratto prevalentemente dall’innovazione reale — come nella promessa originaria della Knowledge Economy — ma dalla capacità di intercettare, trattenere e saturare l’attenzione del consumatore.
L’economia dell’attenzione non vende soltanto beni, ma semplificazione. Gli algoritmi di raccomandazione non ottimizzano la libertà di scelta, ma riducono progressivamente lo spazio della deliberazione. L’obiettivo non è aiutare il soggetto a scegliere meglio, ma renderlo prevedibile, reattivo, statisticamente governabile. In questo scenario, la mediocrità è un requisito funzionale. Un consumatore critico è un consumatore lento, imprevedibile, costoso. La Dumb Economy richiede invece un individuo atomizzato, le cui scelte siano reazioni biochimiche a immagini semplificate e meccanismi dopaminici di conferma immediata.
Come osservava lucidamente Guy Debord ne La società dello spettacolo:
“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato da immagini.”
Oggi quel rapporto è una transazione economica permanente, nella quale la qualità sostanziale del bene è irrilevante rispetto alla sua rappresentazione algoritmica.
Il nesso politico: dal popolo al pubblico
Ogni struttura economica genera una sovrastruttura politica coerente. Il populismo moderno e il post-ideologismo sono i figli legittimi della Dumb Economy. Quando il pensiero critico viene eroso nel mercato, scompare inevitabilmente anche nell’urna elettorale.
La politica cessa di essere il luogo del conflitto tra visioni del mondo per diventare una competizione tra pacchetti estetici e narrative semplificate. Il cittadino si trasforma in pubblico; il consenso sostituisce la partecipazione. In questo vuoto pneumatico, il populismo offre risposte binarie a problemi complessi, replicando la logica dello swipe. Il leader diventa un influencer di Stato, cioè una figura che non guida il conflitto sociale, ma lo converte in engagement emotivo.
In questo contesto, la riflessione di Giovanni Sartori in Homo Videns assume una precisione profetica:
“L’immagine non dà concetti; l’immagine non è intellegibile se non è l’espressione di un concetto che la precede.”
L’analfabetismo funzionale come dispositivo sistemico
L’analfabetismo funzionale non è una patologia sociale collaterale, ma una componente funzionale alla stabilità del sistema. È l’impossibilità crescente di sostenere il conflitto tra apparenza e realtà. Chi non possiede gli strumenti per distinguere tra rappresentazione e struttura non contesta il sistema e si limita ad attraversarlo passivamente.
Ed è qui che la Dumb Economy trova il suo equilibrio. Non si governa più convincendo, ma saturando; non si costruisce consenso, si anestetizza il dissenso. Questo meccanismo produce simultaneamente il consumatore perfetto e l’elettore perfetto: entrambi soggetti che non interpretano, ma reagiscono.
La politica della superficie e il fallimento sistemico
Il modello che ne deriva — l’Algocrazia Emotiva — si fonda sulla reattività pura. Non esiste più un progetto di lungo periodo perché la Dumb Economy impone cicli di attenzione brevissimi. Governare significa occupare il flusso, non trasformare la realtà. La temporalità della politica si contrae fino a coincidere con quella della piattaforma, proprio perchè l’urgenza sostituisce la pianificazione.
Si assiste a ciò che Zygmunt Bauman definiva modernità liquida, ma con una torsione ulteriore: la liquidità è diventata evaporazione. Mentre il pubblico si accapiglia su conflitti identitari di superficie, le architetture reali del potere economico — concentrazione finanziaria e precarizzazione del lavoro — rimangono intoccate e invisibili. Il caos non è il fallimento del sistema, ma è il suo metodo di conservazione.
Il rischio dell’entropia intellettuale
La Dumb Economy, il populismo e il post-ideologismo formano un sistema chiuso. Il rischio finale è l’entropia intellettuale, cioè una società incapace di nominare i propri problemi perché ha smarrito gli strumenti logici per analizzarli.
Per spezzare questo circuito occorre una riabilitazione del pensiero critico come forma di resistenza antropologica. Come ammoniva Hannah Arendt:
“Il suddito ideale del regime totalitario… (è)…l’uomo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più.”
La Dumb Economy è la versione mercantile di questo pericolo: un ordine nel quale il falso è più profittevole del vero e l’immagine è l’unica moneta che conta.
