Spese militari, il "caso Leonardo" e quelle domande che reclamano risposte

Il colosso italiano delle armi, controllato con il 30,2% dal Ministero del Tesoro, ha deciso che la sua assemblea si svolgerà a porte chiuse. Rete italiana disarmo è tra gli azionisti critici 

Spese militari, il "caso Leonardo" e quelle domande che reclamano risposte
Leonardo spa
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

4 Maggio 2023 - 14.32


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Domande puntuali che esigono risposte altrettanto chiare. Il “caso Leonardo” è aperto.

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A porte chiuse

A sollevare la questione sono Fondazione Finanza Etica e Rete Italiana Pace e Disarmo (Ripd).

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Così stanno le cose: “Per il settimo anno consecutivo Fondazione Finanza Etica (Gruppo Banca Etica) e Rete italiana Pace e Disarmo intervengono come azionisti critici all’assemblea di Leonardo spa in programma per il 9 maggio 2023. Il colosso italiano delle armi, controllato con il 30,2% dal Ministero del Tesoro, ha deciso però che la sua assemblea si svolgerà a porte chiuse. 

«Leonardo ha scelto di avvalersi di una facoltà prevista dalla legislazione italiana sul Covid-19», spiega Teresa Masciopinto, presidente di Fondazione Finanza Etica. «In questo modo si impedisce, di fatto, ogni forma di contatto e di dialogo diretto tra la società e i suoi azionisti, nonostante l’emergenza pandemica sia da tempo superata». Agli azionisti è stata comunque data la possibilità di inviare domande scritte, a cui dovrebbe essere data risposta tre giorni prima dell’assemblea. Fondazione Finanza Etica del Gruppo Banca Etica ne ha inviate una quarantina, raccogliendo quelle di Rete italiana Pace e Disarmo e di alcuni studenti e studentesse del corso di Corporate Governance dell’Università di Pisa, per la prima volta coinvolti nel progetto.

Per fare il punto sulle criticità – umanitarie ma anche finanziarie – legate a questa trasformazione di Leonardo spa in industria quasi totalmente bellica, gli azionisti critici si incontreranno lunedì 8 maggio alle 18 a Roma, presso la Redazione di Scomodo, un giorno prima dell’assemblea, per commentare pubblicamente le risposte di Leonardo. 

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«Abbiamo chiesto spiegazioni sull’effettiva generazione di fatturato e posti di lavoro di Leonardo in Italia», spiega Francesco Vignarca, Coordinatore Campagne della Rete italiana Pace e Disarmo. «Ci sembra infatti sproporzionato l’impegno dello Stato in una impresa che produce armi impiegate in conflitti internazionali, con il rischio di violazione di diritti umani fondamentali, rispetto agli effettivi, minimi vantaggi economici per l’Italia». 

Negli ultimi cinque anni (2017-2022), il fatturato militare di Leonardo è salito dal 68% all’83%. Mentre nel 2013 era pari al 49,6%. Sono stati abbandonati progressivamente una serie di comparti civili ritenuti non strategici: l’automazione industriale, la robotica, la microelettronica, l’energia e il trasporto ferroviario. «I nostri dati dimostrano che, contrariamente a quanto si pensi, il comparto militare è più rischioso, meno redditizio e crea meno occupazione rispetto a quello civile», continua Vignarca. «È quindi assurdo che lo Stato continui a sostenere la progressiva militarizzazione del gruppo. Nella nostra Costituzione c’è scritto chiaramente che “l’Italia ripudia la guerra”. Perché quindi sostenerla tramite un’azienda multinazionale a controllo statale?».

Tra le domande inviate a Leonardo, alcune si riferiscono anche al coinvolgimento della società in programmi di sistemi d’arma a potenzialità̀ nucleare. «Il presunto coinvolgimento di Leonardo nella produzione di armi nucleari ha già portato all’esclusione dell’impresa da molti portafogli di investitori istituzionali», spiega Teresa Masciopinto. «Quindi stiamo parlando di rischi finanziari oltre che di evidenti rischi umanitari e reputazionali». Per questo motivo all’incontro dell’8 maggio partecipa anche Susi Snyder, coordinatrice della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), premio Nobel per la pace nel 2017. 

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Nelle domande inviate da Fondazione Finanza Etica per conto degli studenti dell’Università di Pisa si esprimono invece dubbi sulla nomina da parte del governo dell’ex ministro Roberto Cingolani come amministratore delegato di Leonardo. «Vogliamo capire perché Leonardo abbia ritenuto ammissibile tale candidatura alla luce della legge 215/2004 sui conflitti di interesse», spiegano Adrian Jaroszewicz, Alessandro Quaglia e Roberta Zumbo. «Allo stesso modo, vorremmo capire come si concilino le candidature al Consiglio di Amministrazione di Francesco Macrì, leader di Fratelli d’Italia ad Arezzo, e di Trifone Alfieri, politico della Lega, con la Skills Directory di Leonardo, e cioè l’insieme di esperienze e competenze distintive che dovrebbero essere apportate nel CdA». 

Spese militari crescono

Trainati dalle decisioni conseguenti al conflitto in Ucraina, “la spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2022 la somma record di 2.240 miliardi di dollari complessivi, che corrisponde ad una crescita del 3.7% in termini reali rispetto all’anno precedente”. A denunciarlo, rilanciando in Italia le stime dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), è la Rete italiana Pace e disarmo. “In cifre – spiega la Rete alla quale aderiscono organizzazioni come la Focsiv, Acli, Agesci – si tratta di un aumento di ben 127 miliardi in un anno, che supera di gran lunga i 100 miliardi annui che sarebbero necessari a mitigare gli effetti negativi del cambiamento climatico ma che gli Stati del mondo non riescono a destinare a tale scopo, per scelte politiche miopi”. Secondo i dati appena diffusi la spesa militare statunitense è aumentata dello 0,7%, raggiungendo gli 877 miliardi di dollari: gli Stati Uniti restano di gran lunga al vertice della classifica, con il 39% della spesa militare globale (3 volte maggiore del Paese al secondo posto, la Cina). Pechino ha aumentato la propria spesa militare per il 28° anno consecutivo (+4,2% a 292 miliardi di dollari) raggiungendo il 13% della quota globale. A causa del conflitto sul territorio ucraino iniziato con l’invasione decisa da Putin si stima che la spesa militare della Russia sia cresciuta del 9,2% nell’ultimo anno, raggiungendo gli 86,4 miliardi di dollari (terzo Stato al mondo). L’Ucraina è entrata per la prima volta nella top 15 (all’11° posto) a causa di un enorme aumento del 640% della propria spesa militare. Nel 2022 la spesa militare europea è aumentata del 13%, il più grande incremento annuale nella regione nel periodo successivo alla guerra fredda. La spesa totale di tutti i 30 membri della Nato ammonta a 1.232 miliardi di dollari nel 2022, pari al 55% della spesa complessiva. Per questo, Campagna internazionale contro le spese militari Gcoms (alla quale aderisce la Rete Italiana Pace e disarmo) chiede “con urgenza” ai Governi di “cambiare rotta e concentrarsi su tagli rapidi e profondi alle spese militari, che alimentano la corsa agli armamenti e la guerra; smilitarizzare le politiche pubbliche, comprese quelle destinate ad affrontare la crisi climatica; attuare politiche incentrate sull’umanità e sulla sicurezza comune, che proteggano le persone e il pianeta e non l’agenda del profitto delle industrie delle armi e dei combustibili fossili; creare strutture di governance e alleanze basate sulla fiducia e la comprensione reciproca, sulla cooperazione e sulla vera diplomazia, in cui i conflitti vengono risolti attraverso il dialogo e non con la guerra”.

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Fondi di magazzino da ripristinare

Mill€x , Osservatorio sulle spese militari italiane illustra il meccanismo con il quale si decide nel nostro Paese l’invio di armi: si procede per decreto legge, quindi, attraverso i decreti interministeriali, sono individuati materiali di armamento in surplus delle Forze Armate italiane, che vengono quindi spediti in Ucraina. Non vi è quindi una spesa elevata immediata, ma i costi sono quelli logistici di spedizione e di successivo ripristino delle scorte. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha infatti dichiarato “esplicitamente lo scorso 25 gennaio 2023, durante un’audizione parlamentare, che l’Italia dovrà comprare di nuovo le armi che ha spedito gratuitamente all’Ucraina”.  

L’Osservatorio sulle spese militari ragiona dati alla mano, nonostante la secretazione dei dettagli non consenta una valutazione precisa e completamente certa, riservandosi quindi un aggiornamento dei dati stessi nel caso in cui il governo rendesse noti ulteriori elementi e precisando che le nuove stime (oltre 950 milioni previsti) derivano dagli ultimi annunci in sede europea relativi all’aumento dei fondi dell’European Peace Facility destinati al Governo di Zelensky, oltre che dalle valutazioni relative ai primi sei invii di armamenti italiani.

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Il meccanismo europeo

A sostenere lo sforzo degli Stati è quindi l’European Peace Facility, che procede ai rimborsi in base alle stime del controvalore degli armamenti inviati. Nel contempo, però, l’Epf è finanziato dai contributi annuali degli Stati membri dell’Unione, stabiliti in base a calcoli sul reddito nazionale lordo, così che la contribuzione dell’Italia è di circa il 12,8% del totale.

Il rimborso, continua a spiegare l’Osservatorio, “non potrà però coprire integralmente le richiese proprio per l’enorme invio di sistemi d’arma effettuato nell’ultimo anno: attualmente si prevede una restituzione attorno al 50% del valore spedito (ma tale quota potrebbe scendere ulteriormente in quanto secondo diversi retroscena molti Stati starebbero gonfiando le cifre relative alle proprie spedizioni)”.

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Il costo dell’invio di armi, quindi, non è direttamente legato al ripristino delle scorte, ma è rilevante. Fatti i debiti calcoli con i dati del controvalore, dei rimborsi eventuali e della contribuzione dell’Italia all’Epf, Mil€x arriva a calcolare “a oggi un costo già sicuro di 838 milioni di euro e un costo in prospettiva di oltre 950 milioni di euro. La differenza deriva dal fatto che al momento l’Italia non ha ancora formalizzato la propria partecipazione alla seconda tranche dei programmi di nuovo munizionamento, pur se è probabile che lo farà, così come è abbastanza probabile che debba comunque pagare la propria quota”.

Le prospettive e le dinamiche europee

Di grande interesse è il quadro delineato per l’Ispi da Antonio Missiroli, Ispi Senior Advisor. “Se appare ancora prematuro cercare di trarre lezioni da questo (primo) anno di guerra, è tuttavia chiaro che la domanda di armamenti è in crescita anche in Europa, e sta spingendo l’offerta ad adeguarsi; che pure le risorse pubbliche destinate alla difesa convenzionale sono in aumento, anche se le priorità di spesa restano tuttora incerte e fluttuanti; e che l’opinione pubblica, scossa dalla prossimità e dalla brutalità del conflitto, è ora più permissiva (se non proprio favorevole) di quanto non sia stata nei decenni passati. L’attuale paesaggio strategico presenta insomma seri rischi di una corsa generalizzata agli armamenti, indotta dalla crescente competizione “geopolitica” (globale e regionale), ma offre anche una serie di opportunitàin termini di modernizzazione tecnologica, sinergie industriali e collaborazione transnazionale– che gli europei, in particolare, non dovrebbero lasciarsi sfuggire.

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A tutt’oggi, la cooperazione intra-europea in materia di armamenti non presenta un bilancio soddisfacente. In un mercato del tutto specifico – basato su un’offerta oligopolistica (limitata a pochi venditori di pochi Paesi e non troppo condizionata dal fattore prezzo) e una domanda monopsonica (solo acquirenti pubblici), e sviluppatosi largamente al di fuori del quadro normativo comunitario (dalle cui regole è di fatto esentato) – le grandi joint ventures hanno sempre stentato a decollare, scontrandosi spesso con ritardi, sforamenti di bilancio e interessi di bandiera (dalla richiesta di specifiche ad hoc alla pratica generalizzata del juste retour), oltre che con la concorrenza americana. Ne è scaturita una realtà digrande frammentazione – con la parziale eccezione del settore aeronautico – che ha spesso visto le compagnie francesi sviluppare prototipi e sistemi propri e alternativi a quelli di altri partner europei (a loro volta più legati alle compagnie angloamericane), complicando così anche l’inter-operatività fra le varie forze perfino in ambito NATO.

Negli ultimi anni l’UE ha lanciato una serie di iniziative volte a creare incentivi fiscali e risorse finanziarie supplementari per progetti transnazionali di natura militare(dai droni alla logistica), essenzialmente attraverso la cosiddetta Cooperazione Strutturata Permanente (PeSCo), coordinata dall’Agenzia Europea di Difesa, e il Fondo Europeo di Difesa, istituito anch’esso nel 2021 con una dotazione, per il momento, piuttosto modesta. La logica del pooling and sharing che le ispira è difficilmente contestabile, tenendo conto soprattutto dei costi esorbitanti legati alla ricerca e allo sviluppo di nuovi sistemi e piattaforme, ma gli effetti di queste iniziative – stimolate anche dall’impatto della Brexit prima e della presidenza Trump poi – sono stati ritardati dalla pandemia, per tornare prepotentemente all’ordine del giorno con lo scoppio della guerra russo-ucraina.

La Bussola Strategicaapprovata dall’UE nel marzo scorsoenfatizza giustamente la necessità di un salto di qualità in questo settore, anche alla luce dell’emergere di nuove tecnologiedual use con un forte potenziale destabilizzante, e a Bruxelles si comincia a parlare della necessità di proteggere e rafforzare la base industriale europea della difesa – peraltro ancora piuttosto competitiva su scala mondiale – sulla falsariga di quanto si sta cercando di fare con le tecnologie “verdi”. La stessa NATO, che ha da poco lanciato un suo programma (DIANA) per promuovere l’innovazione, ha incoraggiato i partner europei a contribuire di più e meglio agli sforzi comuni, purché in modo “complementare e compatibile” con l’azione dell’Alleanza.

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Resta da vedere se e quanto la logica e la dinamica dei mercati – regionali e soprattutto globali – faciliteranno tutto questo: nello stesso settore dell’aeronautica militare, è di poche settimane fa l’annuncio di due nuovi progetti potenzialmente concorrenti per il caccia supersonico di nuova generazione, destinato a succedere agli attuali Rafale e Eurofighter – uno promosso da un consorzio fra Francia (Dassault), Germania (Airbus) e Spagna (Indra), e l’altro da Gran Bretagna (BAE Systems), Italia (Leonardo) e Giappone (Mitsubishi)”.

E qui, chiosa finale nostra, tornano in ballo le domande di cui sopra. Si attendono risposte. 

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