La disastrata economia dell'Afghanistan: il futuro è nelle 'terre rare'

Lo stop agli aiuti internazionali rischia di mettere in ginocchio il Paese. In 20 anni nelle casse di Kabul sono affluiti quasi 80 miliardi di dollari

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3 Settembre 2021 - 10.55


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Salvare l’economia del Paese è la sfida principale per il nuovo Afghanistan talebano. Come ha scritto Gianluca Maurizi – Agi – l’arrivo al potere delle milizie coraniche ha avuto come prima conseguenza lo stop agli aiuti internazionali di cui il Paese ha beneficiato negli ultimi 20 anni.
A un ritmo di circa 4 miliardi di dollari all’anno, nelle casse di Kabul sono arrivati fondi cumulati in “assistenza ufficiale allo sviluppo” per 76,6 miliardi. Cui vanno aggiunti altri 50 miliardi di dollari di aiuti militari.
Tra il 2002 e il 2020 il Pil del Paese è passato da 4,055 miliardi a poco meno di 20 miliardi di dollari.
E la dipendenza dagli afflussi di denaro dall’estero si è ridotta da oltre il 90% a circa il 40% del Pil. Ma la spesa pubblica resta finanziata al 75% dai prestiti agevolati stranieri. Ritrovare l’accesso a questi fondi è cruciale per il nuovo governo talebano, che si è visto anche congelare riserve monetarie per 9 miliardi di dollari per lo più conservate all’estero: 7 miliardi presso la Fed, 1,3 miliardi presso altri conti internazionali e 700 milioni presso la Bri. In mano ai nuovi ‘padroni’ di Kabul non resterebbero che 18 milioni di dollari per pagare gli stipendi e sfamare la popolazione in difficoltà.
Il ritiro statunitense ha inoltre spinto Western Union e MoneyGram a interrompere le transazioni verso l’Afghanistan, bloccando un flusso di rimesse che nel 2020 ha sfiorato gli 800 milioni di dollari.
E senza biglietti verdi difendere il cambio è destinato a rivelarsi impossibile, con conseguenze drammatiche per un Paese che nel 2020 ha registrato uno squilibrio commerciale pari a 5,76 miliardi, frutto di importazioni per 6,537 miliardi ed esportazioni per 776 milioni.
A Kabul i cittadini denunciano aumenti fino al 35% dei prezzi dei beni di prima necessità e la corsa ai prelievi ha esaurito la liquidità di molte banche.
Si spiegano anche con questi numeri le parole ‘moderate’ usate dalla nuova leadership talebana subito dopo la celebrazione della vittoria. Mostrare una faccia un po’ meno truce potrebbe significare ritrovare un po’ di ossigeno finanziario, almeno nell’immediato. Ma subito dopo c’è un’economia da ricostruire.
Gli studenti coranici hanno a più riprese affermato di non voler vivere di oppio, che al momento rappresenta la principale produzione afghana.
“L’Afghanistan da oggi sarà un paese libero dai narcotici ma ha bisogno di aiuti internazionali. La comunità internazionale ci deve aiutare così che possiamo avere coltivazioni alternative”, ha detto il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid. Circa l’80-90% dell’oppio mondiale è coltivato nel Paese. Secondo l’Onu, al lordo delle spese, si tratta di un commercio che vale tra 1,2 e 6,6 miliardi di dollari all’anno. 
Durante gli anni di guerriglia, i talebani si sono finanziati principalmente imponendo dazi sulle merci che transitavano sui territori da loro controllati.
Tutto lascia pensare che per molti anni sarà ancora questa la prima fonte di approvvigionamento per il nuovo regime, intenzionato a valorizzare, grazie alle migliorate condizioni di sicurezza, la posizione geografica del Paese, vero e proprio crocevia dell’Asia centrale.
In futuro, però, l’obiettivo è sfruttare l’enorme ricchezza contenuta nel sottosuolo afghano, che alcuni studi valutano tra i 1.000 e i 3.000 miliardi di dollari. Secondo la United states geological survey (Usgs), potrebbero essere presenti fino a 60 milioni di tonnellate di rame e 2,2 miliardi di tonnellate di ferro, oltre a cobalto, oro e altri metalli preziosi.
Ma a fare gola sono soprattutto gli 1,4 milioni di tonnellate di un’altra tipologia di minerali, le cosiddette terre rare, come litio, lantanio, cerio, neodimio, il vero carburante del futuro. L’analisi ha rivelato che il potenziale dei giacimenti di litio sarebbe analogo a quello delle riserve presenti in Bolivia, Paese che dispone delle più grandi vene al mondo. Si tratta di risorse fondamentali per la produzione di telefoni cellulari, televisori, motori ibridi, tecnologia a laser, batterie e sistemi di navigazione e comunicazione.
Alcuni ammiccamenti cinesi al nuovo regime girano attorno alla volontà di mettere per primi le mani su questo tesoro. Certo, non è cosa di domani: tra la scoperta di un giacimento e la sua messa in produzione possono passare anche più di 10 anni. Ma c’è da scommettere che sarà sulla corsa al sottosuolo afghano che si giocheranno gli equilibri geopolitici del futuro.

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