Chiudere le fabbriche o no? Alternativa impossibile ma una soluzione ci sarebbe

Invece che dividersi Governo, regioni e imprese dovrebbero concentrarsi su come rispondere all'esigenza di maggiori controlli per tutti

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Mario Giro Modifica articolo

23 Marzo 2020 - 16.23


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La polemica in corso sulla chiusura delle fabbriche non è degna di un paese civile. La destra sovran-populista ne approfitta per attaccare il premier Conte, come ad esempio sul fatto che è passato del tempo tra l’annuncio e il decreto. Atteggiamento ipocrita perché tutti sanno che c’è stata una lunga trattativa con Confindustria su quali settori chiudere e quali no. Forse l’utilizzo di Facebook poteva essere evitato ma per il resto non c’è nulla di ridire. Se Conte avesse deciso da solo imponendo una chiusura indiscriminata l’avrebbero comunque accusato. Il negoziato è stato duro e nessuno ne è uscito davvero soddisfatto. Ma cosa si vuole? I sindacati sono sul piede di guerra: se i lavoratori si sentono insicuri oggi, a nulla serve dire che potremmo perdere pezzi di produzione domani. Cosa si vuole privilegiare: le persone o il mercato? Purtroppo si può fare solo una cosa alla volta. D’altra parte i dati della Lombardia denunciano un fatto incontrovertibile: laddove si è chiuso tutto subito, bloccando anche le attività produttive, il virus indietreggia (Codogno); laddove si è atteso il virus miete vittime (Bergamo, Brescia ecc.).
Ma la vera ragione della polemica sta altrove. Tutti erano già coscienti che andava allargato il lockdown anche alle attività manifatturiere, ma nessuno voleva prendersene la responsabilità primaria. Questo è il punto. Regione Lombardia ha gridato ai quattro venti di voler regole più dure ma davanti a tale tema ha indugiato. Le pressioni di Assolombarda erano troppo forti. Alla fine l’ha fatto Conte. Punto.
Ci saranno conseguenza gravi per l’economia italiana, non vi è dubbio. Occorrerà riprendersi e sarà faticoso. Ma non c’è nulla da fare: prima occorre preservare le vite. Una popolazione ammalata cronicamente che trascina il coronavirus con sé non darebbe risultati economici migliori nel tempo. Soprattutto in assenza di una campagna di tamponi a tappeto. Il Veneto vorrebbe farla e già la fa in alcune zone.
Se si vuole riprendere il più presto possibile a produrre, piuttosto che far polemica occorre pensare a questo: come darsi i mezzi per controllare permanentemente tutti o quasi. Per ora medici e virologi lo sconsigliano, nella loro maggioranza: dicono che se sei negativo oggi nulla impedisce che tu sia positivo domani. Quindi la campagna di tamponi dovrebbe essere lunga e permanente. Non è detto che non si possa o non si debba fare. Le imprese devono esserne coscienti e casomai offrirsi di pagarne il costo. Nell’attuale fase emergenziale il sistema sanitario non riesce a farlo: occorre quindi che si impegni anche qualcun altro, senza peraltro che ciò favorisca solo il tornaconto dei laboratori privati. Va stabilito un prezzo equo, il più possibile basso per tali accertamenti, oltre che protocolli chiari e condivisi. Invece che dividersi Governo, regioni e imprese dovrebbero concentrarsi su come rispondere assieme a tale quesito.

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