Allarme Cgia: metà del reddito di cittadinanza ai lavoratori in nero

I dati sono stati ricavati dall'estrapolazione di dati Istat, secondo cui "in Italia ci sono poco meno di 3,3 milioni di occupati che svolgono un’attività irregolare".

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globalist 5 gennaio 2019
Il rischio c’è ed è inutile dire che tutto sarà sotto controllo perché così non è: metà della spesa per il reddito di cittadinanza, 3 miliardi di euro, potrebbero finire nelle tasche non di disoccupati e bisognosi, ma di persone che lavorano in nero e che, quindi, non avrebbero diritto di accedere alla misura. A lanciare l'allarme è la Cgia di Mestre, secondo cui la regione più a rischio è la Calabria, mentre quelle meno a rischio sono Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Veneto.
A causa dell'assenza di dati omogenei relativi al numero di lavoratori in nero presenti in Italia che si trovano anche in stato di deprivazione - spiega il coordinatore dell'Ufficio studi, Paolo Zabeo - non possiamo dimostrare con assoluto rigore statistico questa tesi. Tuttavia, vi sono degli elementi che ci fanno temere che buona parte dei percettori del reddito di cittadinanza potrebbe ottenere questo sussidio nonostante svolga un’attività lavorativa in nero, sottraendo illegalmente alle casse dello Stato un’ingente quantità di imposte, tasse e contributi previdenziali. In altre parole, l'Amministrazione pubblica, al netto delle misure di contrasto previste, sosterrà con il reddito di cittadinanza un pezzo importante dell'economia non osservata".
I dati, spiega la Cgia, sono stati ricavati dall'estrapolazione di dati Istat, secondo cui "in Italia ci sono poco meno di 3,3 milioni di occupati che svolgono un’attività irregolare. Se da questo numero rimuoviamo i dipendenti e i pensionati che non hanno i requisiti per accedere a questa misura (pari, in linea di massima, a 1,3 milioni di unità) coloro che pur svolgendo un'attività irregolare potrebbero, in linea teorica, percepire questa misura sarebbero 2 milioni; vale a dire la metà dei potenziali aventi diritto (poco più di 4 milioni)".
Tra le regioni più a rischio per quando riguarda il lavoro sommerso, sottolinea la Cgia, la peggiore "è la Calabria che, secondo gli ultimi dati disponibili (anno 2016), presenta 140.700 lavoratori in nero, ma un'incidenza percentuale del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil regionale pari al 9,4%. Un risultato che è quasi doppio rispetto al dato medio nazionale (5,1%). Segue la Campania che, con 372.600 unità di lavoro irregolari, produce un Pil in nero che pesa su quello ufficiale per l'8,6%. Al terzo posto di questa particolare graduatoria troviamo la Sicilia, nello specifico con 303.700 irregolari e un peso dell'economia sommersa su quella complessiva pari all'8,1%".