Tasse ingiuste: il giudice condanna il Governo a risarcire un immigrato

Il tribunale civile ha ritenuta sproporzionata la gabella per ottenere il permesso di soggiorno

Migranti in Puglia

Migranti in Puglia

Fulvio Colucci 10 marzo 2017

E’ l’ultima sentenza in ordine di tempo ma conferma che per il governo italiano potrebbe prepararsi una bella stangata da circa mezzo miliardo di Euro. E questa volta non sarebbe l’Europa a volerla. Parliamo della decisione presa dal Tribunale civile di Bari che ha condannato la presidenza del Consiglio dei ministri e i ministeri dell’Interno e delle Finanze a restituire ad un lavoratore migrante le tasse pagate dal 2012 al 2015 per ottenere il permesso di soggiorno e per il successivo rinnovo. Il Tribunale ha accolto il ricorso di Inca Cgil e Cgil nazionale che ritenevano ingiusta e sproporzionata la tassa e in contrasto con gli obiettivi dell’integrazione degli stranieri in Italia.
Sono state numerose le pronunce contrarie al pagamento della tassa da parte di diversi tribunali italiani. Fino a quella del Consiglio di Stato del 26 ottobre del 2016 che ha annullato la richiesta del governo di sospendere la sentenza del Tar del Lazio il quale aveva, per la prima volta, dichiarato nulla la tassa sui permessi di soggiorno. Dopo la decisione del più alto organismo giudiziario amministrativo, il ministero dell’Interno ha ordinato alle questure di non chiedere più il pagamento della tassa. Da ricordare che anche la Corte di Giustizia europea ha ritenuto la tassa sproporzionata e illegittima.
E’ un vero e proprio pasticcio quello della tassa sui permessi di soggiorno, il cui rilascio o rinnovo costava ai migranti da un minimo di 80 euro a un massimo di 200 euro. La gabella fu introdotta dal governo Berlusconi nel 2011 anche se entrò in vigore col governo Monti a partire dal gennaio 2012. Un balzello odioso tanto più se si pensa ai tempi di attesa per ottenere il documento: la legge parla di 20 giorni, ma possono passare anche sette mesi (in media trascorrono, infatti, poco meno di 300 giorni per la mole di richieste giacenti nelle questure).
Ora però il capitolo rimborsi non si prospetta di facile scrittura. Il governo italiano ha una gatta seria da pelare visto che mezzo miliardo di euro non si trova dietro l’angolo e la valanga potrebbe diventare inarrestabile. Così, al netto di una quota fissa che resta comunque da pagare per la richiesta del permesso di soggiorno o del rinnovo, la domanda di rimborso della tassa dovrà attendere il ricalcolo del contributo, certamente molto meno oneroso, imposto alle amministrazioni competenti dal Consiglio di Stato. Solo dopo gli aventi diritto potranno chiedere quanto spetta loro indietro per l’ingiusto balzello. Lo Stato è orientato verso questa soluzione che permetterebbe di guadagnare tempo. Ma il pasticcio resta. Come il rischio di una stangata per lo Stato largamente evitabile.