Dalle banche italiane in crisi quali ricadute sui cittadini?

Opinione di Emanuele Rigo di AvaTrade sulla crisi delle banche italiane

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globalist 14 settembre 2016

Opinione di Emanuele Rigo di AvaTrade sulla crisi delle banche italiane


Le banche italiane sono in crisi, inutile nasconderlo. Un recente editoriale uscito sul prestigioso giornale finanziario Economist ha parlato della situazione delle banche nostrane definendo l’intero sistema come traballante nonché potenzialmente in grado di mettere in crisi l’intera Europa.
Una problematica che nasce da lontano e che è identificabile nell’ormai nota presenza di crediti deteriorati, da intendersi come di scarsa qualità, presenti nei portafogli delle banche. Si parla di circa 350 miliardi di euro.
Un meccanismo perverso e distorto che ha portato molti investitori ad abbandonare il mercato finanziario italiano per puntare su altri lidi. Secondo molti osservatori infatti, il rischio concreto è quello di non riuscire a far ripartire il paese proprio a causa della debolezza del sistema bancario
Entrando più nello specifico, da aprile le azione delle principali banche italiane hanno perso quasi la metà del proprio valore: deriva resa ancora più forte (ma questo tocca tutti i paesi, non solo l’Italia) dalla Brexit.
La condizione di alcuni istituti in particolare non lascia dormire sonno tranquilli; è il caso ad esempio del Monte dei Paschi di Siena. La banca italiana più antica. Mps è in profonda crisi già da tempo, ad onor del vero: per la precisione dal 2011. E nel corso di tutti questi anni ha visto una serie di operazioni di riassetto ed aumenti di capitale vari per tentare di restare a galla.
Ad oggi il Monte dei Paschi è oggetto di una delicata operazione di salvataggio che sta passando anche per un cambiamento dei vertici dell’istituto. Malgrado le rassicurazioni che arrivano anche dal Governo, per bocca del ministro dell’Economia Padoan, non può ancora essere escluso al 100% il rischio Bail-in; il meccanismo derivato dalle nuove regole europee in materia di crisi bancarie e che prevede il coinvolgimento dei privati proprio nell’eventualità di una crisi dell’istituto.
In sintesi, in casi di dissesto di un istituto bancario si esclude il ricorso a fondi pubblici per il salvataggio e si va a stabilire la possibilità di utilizzare i soldi degli azionisti e degli obbligazionisti.
Ebbene il ministero dell’Economia, che tra l’altro è il primo azionista del Monte Paschi, sta tentando di gettare acqua sul fuoco negando questa ipotesi estrema; fatto sta che al momento l’istituto continua a non navigare in acque tranquille viste anche le recenti dimissioni del suo amministratore delegato Fabrizio Viola proprio nel mezzo di un’ingente operazione di salvataggio che prevede la cessione di sofferenze pari a 28 miliardi accompagnata da un aumento di capitale di 5 miliardi circa. Il tutto a fronte di una capitalizzazione di Borsa inferiore a 700 milioni.
In sintesi anni e anni di processi di risanamento e svariati aumenti di capitale che nel tempo si sono susseguiti non sono riusciti a tirar fuori il Mps dalle sabbie mobili.
Ma non c’è solo Monte Paschi di Siena: la crisi del sistema bancario italiano riguarda anche altri istituti. Compresi quelli più noti quali Unicredit, Intesa, Banco Popolare e Ubi. Sono queste insieme a Mps le banche che più di tutte stanno preoccupando l’economia globale a causa del loro rapporto tra sofferenze e tasso di copertura. Alla base della criticità, sempre la presenza dei cosiddetti Npl, i famigerati non performing loans, ovvero prestiti che non vengono restituiti.
Nel nostro paese, per capire la portata del fenomeno, sono 360 miliardi: vale a dire circa 1/3 dell’intera area europea.
Una situazione tremendamente delicata e che l’Italia sta tentando di aggirare in sede europea, trovando l’ostacolo non da poco del veto della Germania, richiedendo la possibilità di ricorrere a interventi pubblici per sostenere il capitale delle banche in difficoltà e quindi senza dover ricorre al sopra citato Bail-in, che grava sui consumatori.
Ma quella delle banche italiane è una condizione che va avanti ormai da tempo, anche se solo negli ultimi mesi in molti hanno aperto gli occhi sulla sua reale criticità. Probabilmente spinti da episodi di cronaca che hanno conquistato, per settimane, le prime pagine dei giornali: ci riferiamo soprattutto allo scandalo finanziario che ha portato al fallimento di 4 banche popolari, ovvero Banca Etruria, Carichieti, Banca Marche e Cassa di Risparmio di Ferrara.
È stato questo il grimaldello in grado di far entrare nella testa degli italiani l’idea di quella che è la reale condizione del sistema bancario nostrano.
Il paradosso di questa situazione deriva dal fatto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ad oggi non sono stati intrapresi troppi interventi di sostegno per le banche italiane a carico dei contribuenti. Almeno non direttamente.
Il sostegno per gli istituti in crisi è arrivato direttamente da altre banche (e qui qualcuno potrebbe asserire che comunque, alla fine, a pagare è pur sempre il contribuente). In sostanza l’aspetto più preoccupante di tutta la vicenda è che il peggio, per i cittadini contribuenti, potrebbe non essere ancora arrivato. A loro ancora non sono stati richiesti sacrifici.
Seguendo pareri autorevoli, quale quelli dell’Economist o leggendo le parole del ministro delle finanze ceco che ha affermato come la crisi della banche italiane sia potenzialmente peggio della Brexit, l’impressione è che il nostro paese possa a breve trovarsi ad affrontare una problematica estremamente complessa, in grado di creare effetti tutt’altro che positivi sull’intera economia. In primis, ovviamente, sui consumatori finali.