Vi siete tenuti tutto per voi, rivendichiamo futuro per noi e per i nostri figli

Perché è necessario guardare il mondo con occhi da barbaro. Per non cadere nell’oblio del tempo. [Antonio Cipriani]

Scontro generazionale

Scontro generazionale

Antonio Cipriani 29 maggio 2016

Parto da una premessa. Faccio parte di quella generazione che ha superato i cinquanta e che ha fortemente contribuito alla devastazione sociale e culturale di questo paese. Una generazione di personaggetti che hanno coltivato l’arroganza del vantaggio personale, ma che nelle serate in vineria raccontano ancora le imprese rivoluzionarie del 77, dopo aver abbondantemente rovesciato come un guanto il proprio modo di vedere e di pensare, aver scoperto che non erano mai stati comunisti e che sinistra e destra sono categorie marziane. Soprattutto dopo aver simpaticamente deciso, a nome degli sconfitti di tutto il mondo, che era arrivato il momento della resa. Salottiera, in giacchettina di velluto, gratificata e di potere, ironica e impegnata, televisiva, antimafia nelle attestazioni non nell’agire, libertaria per il profitto dei forti, sicuritaria contro i diritti dei deboli.

Una resa incondizionata, durante la quale i più paraculi hanno casualmente spianato la strada al più grande saccheggio di diritti sociali, di territorio non ancora cementificato, di opportunità di futuro e di bellezza che si ricordi. Non esiste un periodo storico in cui il domani di tutti è stato messo così in dubbio dal profitto di pochi, in cui il lavoro da diritto è diventato favore, poi favore precario in un sistema peggiore della schiavitù. Perché contiene anche elementi di schiavitù volontaria, figlia delle nuove forme di lavoro intellettuale, immateriale, dove precari e disoccupati senza prospettive hanno la pretesa di fare un lavoro creativo, quindi si sentono parte del sistema vincente pur essendo le vittime più evidenti nella piramide delle ineguaglianze. Massificati e alienati partecipano attivamente all’impoverimento globale della società, che non è solo impoverimento materiale ma di saperi, di quelle conoscenze, al di fuori dei format imposti, che implicherebbero coscienza civile e di conseguenza attivismo civile, culturale, quindi politico e sociale.   
Lotte ed esempi. Per questo, data la premessa, ritengo importante ripartire dalle esperienze di lotta ereditate dalla storia e progressivamente cancellate dalla narrazione informativa se non per coglierne aspetti secondari e utili per renderle inoffensive. Penso alla battaglia dei No Tav, a quella epica delle fabbriche occupate e riutilizzate dai lavoratori come nel caso di Rimaflow, o della fattoria comunitaria e senza padroni di Mondeggi. Penso anche alle azioni di quartiere come all’Isola per la creazione e difesa del giardino comunitario, oasi verde per bimbi, fiori e coltivazione, contro l’invasione arrembante dei grattacieli di acciaio e cristallo. Penso a ogni azione controcorrente, quasi sempre ignorata dai media, che metta al primo posto un’idea diversa del futuro. Restando tra le cose che frequento attivamente: l’asilo autogestito Soprasotto, il cinema di ringhiera nei cortili di Dergano con la dimostrazione plastica del fatto che non subendo passivamente, ma autorganizzandosi, si possano fare miracoli. Miracoli come nel caso dell’Edicola 518 del Collettivo Emergenze: in questo caso sovvertendo un oggetto simbolico come un vecchio chiosco, che fa parte della quotidianità, sono stati portati al pettine i nodi della distribuzione, della desertificazione culturale, del sistema editoriale in cui solo i colossi determinano le tendenze e le letture di tutti.
Non ci vuole molto. Ci vuole tutto. E per tutto intendo dire il coraggio di essere disobbedienti, eretici. Non parlo neanche di striscio di politica, perché penso che i cittadini debbano riprendersi la polis. La politica è solo una conseguenza. Senza un’azione reale sul territorio della resistenza civile e senza un pensiero che costruisca alternative culturali potenti, riconoscibili e che mettano al primo punto forme di solidarietà che impediscano l’esproprio dei saperi, siamo destinati all’accettazione di una situazione di ingiustizia programmatica.  Per questo dico che, con le radici nelle esperienze del passato, dobbiamo imparare a distogliere lo sguardo dall’immaginario che ci hanno costruito intorno, quindi con impertinenza e tenacia, dobbiamo inventare nuovi immaginari. Inventare nuove forme di vita, agirle nel territorio senza mai voltarsi indietro. Senza che il gioco della spettacolarizzazione e del riconoscimento dei meriti per via mediatica arrivi a spegnere ogni rivolta dei cuori.
Concludo con una riflessione che spesso faccio in questi anni. Pur facendo parte di questa fascia generazionale, in un ruolo strategico come quello del giornalista e in un settore-chiave come quello dei media, non ho ancora abbandonato la speranza di un cambiamento totale, di un rinsavimento epocale, della ricostruzione di un tessuto culturale e sociale che animi senso critico e consideri il futuro, i luoghi del vivere e della convivenza umana un bene comune. Però ritengo che occorra guardare il tempo con gli occhi del barbaro appena sbarcato sulle rive di un luogo sconosciuto. Via ogni addomesticamento, ogni prudenza e ossequio. Barbari per parlare una lingua diversa, con il suo fuoco sacro e la necessità di rifondare la storia. Mi piace concludere con questa frase: “Non avete mantenuto le vostre promesse. Vi siete tenuti tutto per voi. E noi oggi redistribuiamo l’amore e la poesia da un piccolo spazio. Con il cuore pieno di ruggente attesa e barbarico furore antico”.