Perché la strategia di Letta non cambierà le prospettive del Paese

Sulle strategie del governo Letta per uscire dalla recessione riproponiamo un'analisi di Pignataro del maggio 2013. L'unico effetto che produrrà: prolungare l’agonia del nostro paese.

Giuseppe M. Pignataro 13 febbraio 2014

[i]Ripubblichiamo un articolo del 31 maggio 2013 di Giuseppe Pignataro, perché si tratta di un'analisi critica del governo di Enerico Letta. Ora, con la nuova crisi interna al Pd, tutti i nodi stanno venendo al pettine.[/i]




[b]di Giuseppe M. Pignataro[/b]

La strategia del governo in carica per far uscire il paese dalla recessione è fondata essenzialmente su due linee d’azione: la prima sul consolidamento del rapporto deficit/Pil sotto il 3%; la seconda sull’ottenimento dalla governance europea di maggiori margini di manovra sugli investimenti attraverso un loro decomputo dal calcolo degli attuali vincoli di bilancio per dare finalmente un impulso positivo alla nostra comatosa economia.


Vediamo perché è una strategia che non servirà a cambiare le prospettive.



Con il Pil che è destinato a flettere ben oltre le previsioni contenute nei piani del precedente governo, mantenere gli obiettivi di deficit risulterà oltremodo complicato e nessun allentamento sia sul fronte della pressione fiscale che su quello della spesa pubblica risulterà possibile; anzi le manovre di aggiustamento diventeranno nel corso dell’anno sempre più incombenti con conseguenze restrittive e di sfiducia facilmente intuibili.



Una maggiore elasticità in tema di investimenti, prima o poi, considerato che tutta l’economia europea comincia ad arretrare vistosamente, potrà quasi certamente essere consentita a condizione che permanga una certa stabilità finanziaria sui mercati; ma non è comunque ipotizzabile che lo spazio che ci sarà concesso sia di dimensioni adeguate a ciò che serve per cambiare le sorti del paese.



Peraltro, prescindendo dalla dimensione, avere più spazio per gli investimenti pubblici non significa, nelle condizioni date, passare da una fase recessiva ad una fase espansiva, in quanto l’inizio dell’esplicazione degli impulsi positivi sull’economia di un piano di investimenti sarebbero necessariamente postergati nel tempo (12-18 mesi). In questo modo il deterioramento della situazione non si arresterebbe dato che il farmaco che si vuol prescrivere al paziente non avrebbe il requisito fondamentale dell’appropriatezza.



Gli investimenti pubblici infatti sono una medicina che produce un grande effetto benefico in periodi recessivi connessi a fasi del ciclo economico non favorevoli.



Per contro essendo stati colpiti da una recessione derivata da uno shock finanziario paragonabile ad un terremoto di grandissima magnitudo, con effetti di devastazione e di destabilizzazione profonda e non da una brutta tempesta passeggera, non è pensabile che si possano sovvertire le prospettive utilizzando mezzo punto di PIL in più di investimenti da spendere chissà come e chissà quando. Non è questo che serve o che basta al nostro paese affinché possa risollevarsi! A meno che l’obiettivo non sia solo quello subottimale di dare un po’ di sollievo al dolore del paziente.



Ciò che servirebbe al nostro paese, come esigenza assoluta e preminente è trovare spazio in bilancio, operando all’interno di un piano straordinario di ampio respiro, per ridurre sensibilmente la pressione fiscale in alcune aree chiave, al fine di stimolare in modo robusto la domanda interna, ridurre in misura tangibile i costi per le imprese ponendo il focus sul costo del lavoro, far ripartire gli investimenti privati e far scorrere così nuovamente nel nostro sistema economico la linfa vitale di cui ha un disperato bisogno: maggiore fiducia di famiglie e imprese nel futuro.



Solo così il sistema economico e con esso anche quello finanziario passerebbero da una spirale antisviluppo ad un ciclo pro-sviluppo.



I tedeschi tuttavia non ci concederanno questa possibilità né prima né dopo le elezioni perché non c’è solo un problema di consenso elettorale da mantenere ma anche un dissenso ideologico dell’establishment e della governance economica-monetaria da superare.



Per questo chi aspetta con ansia il prossimo mese di settembre per vedere una nuova alba europea e nazionale ad elezioni archiviate è fuori strada.



Oggi i paesi del nord non sono disposti a concedere ai paesi del sud di fare più deficit o debito per risollevarsi perché non vogliono correre il pericolo di vedere crescere la dimensione e l’incertezza del rischio di sussidio che potrebbero essere chiamati ad effettuare in loro favore, se prima non constatano un miglioramento tangibile della loro capacità di saper sostenere livelli più elevati di debito.



La sostenibilità non dipende dall’eventuale crescita del prodotto che il maggior deficit/debito può generare ma da un incremento strutturale del livello di competitività. In altri termini è loro opinione che una situazione già verificatasi nel passato e cioè un indebitamento che cresce a ritmi più elevati del prodotto, non ha nessun motivo di non replicarsi nel futuro se non cambiano le condizioni strutturali.



Se ciò avvenisse, data l’architettura attuale dell’Euro e data la necessità di non poter rompere il giocattolo della moneta comune, i tedeschi e non solo sarebbero chiamati a interventi di salvataggio ancora più consistenti di quelli finora messi in campo e potenzialmente tali da poter compromettere anche i loro equilibri.



Ecco perché per loro la formula per l’uscita dalla crisi funziona in modo diverso da quello che pensano i paesi del sud, compreso il nostro: prima si aumenta concretamente e visibilmente la competitività del paese e poi si fanno politiche espansive; e non il contrario.



Finora nei paesi creditori che detengono il controllo dell’Euro ha prevalso questo principio: quali sono le ragioni che dovrebbero indurli a cambiare orientamento? Chi crede che sia solo un problema di pancia dell’elettorato tedesco e continua così a sperare in un suo imminente accantonamento o su un suo superamento, dopo quasi sei anni di crisi acuta, è un inguaribile illuso.



Và peraltro considerato che per i paesi del nord il rischio che l’eccesso di austerity determini una lunga fase di stagnazione europea esiste ed è un fenomeno di cui hanno piena consapevolezza, così come è altrettanto chiaro che questa situazione vada in qualche modo contrastata per evitare derive catastrofiche di rigetto del progetto europeo. Ma tra il rischio di non riuscire a sconfiggerla solo con opportuni interventi riformatori e quella di vedere tutti morire per un eccesso di debito, preferiscono la prima sorte.



Giusta o sbagliata che sia la loro logica, questo è lo stato dell’arte e non prenderne atto traendone le logiche conseguenze produrrà un unico effetto: prolungare a tempo indefinito l’agonia del nostro paese.