Le tesi di Pignataro sul debito approdano al Corriere

Il Corsera, ha dedicato un ampio servizio sul problema degli interessi record del debito. Nodo sempre indicato su globalist dall'economista.

Desk5 5 agosto 2014

[i]Il Corriere della Sera l'altro giorno ha dedicato l'apertura del giornale e un ampio resonto interno dedicato al problema dei problemi del nostro paese: gli interessi sul debito che continuano a crescere nonostante i tanti sacrifici degli italiani, i tagli e le tasse.


Ha scritto Fabio Tamburini: "Negli ultimi 20 anni l’avanzo primario italiano ha rappresentato mediamente il 2,1% del Prodotto interno lordo (Pil) contro lo 0,2% della Germania. Il problema è che tanta abbondanza è finita nella voragine della spesa per interessi da pagare sul debito pubblico che, per l’Italia, ha significato 1.650 miliardi (pari al 6% del Pil), contro 1.058 miliardi d’interessi pagati dalla Germania (anche in questo caso dal 1995, pari al 2,4% del Pil), 870 miliardi dalla Francia (2,6% del Pil), 386 miliardi dalla Spagna (2,4% del Pil).


Questi argomenenti, quasi in solitudine, sono stati portati avanti su Globalist dall'economista Giuseppe Maria Pignataro.
Ripubblichiamo un articolo scritto oltre un anno fa, che è solo uno dei numerosi pubblicati. [/i]



[b]di Giuseppe M. Pignataro[/b]

Molti oggi sostengono che di austerità si muore ed è davvero arduo non condividere questa opinione. Ma avere questa ferrea convinzione senza considerare tutto quello che di rivoluzionario è successo intorno a noi nel 2008 prima e nel 2011 poi è un puro semplicismo.



Non è possibile infatti dimenticare un’altra realtà e cioè che si muore anche di debito o meglio di eccesso di debito.



Ora il nostro paese è certo ed è sotto gli occhi di tutti che è in grave agonia per un eccesso di ceca austerità fondata su un forte inasprimento fiscale, ma è nello stesso tempo altrettanto certo che in un contesto come quello europeo di forte avversione al rischio l’alternativa non può essere quella di morire di un eccesso di debito, oppure per entrambi i motivi, visto che l’austerità così come è stata concepita dal nostro paese non ha fatto altro che incrementare l’eccesso di debito rispetto al prodotto (+400 miliardi circa tra 2007 e 2013).



La deduzione che possiamo trarre da queste valutazioni è che nel contesto determinatosi dopo il 2008 siamo caduti in una trappola che possiamo definire la “trappola dell’eccesso di debito”: non puoi adottare politiche espansive, come vorrebbe la dottrina classica in periodi di recessione, perché hai già troppo debito e non puoi farne dell’altro sperando che il Pil nominale cresca ad un ritmo superiore a quello del debito nominale in quanto, se sei stato poco virtuoso prima spendendo molto, non ci sono ragioni per pretendere di poter esserlo adesso;
devi adottare quindi politiche di azzeramento del deficit molto concentrate nel tempo, tassando di più e spendendo di meno, due azioni che però fanno cadere il prodotto in misura rilevante procurando così l’effetto perverso dell’aumento del debito e un forte impoverimento collettivo.
Di fronte a questa situazione paradossale, abbastanza evidente a tutti gli addetti ai lavori, si sono formate due scuole di pensiero.



La prima è quella che ritiene che bisogna agire con una “politica dell’offerta” fondata su benefici fiscali a favore dei fattori della produzione, recuperando risorse dalla riduzione della spesa pubblica, accompagnata dall’adozione di riforme che migliorino il livello di competitività del paese e continuando tuttavia nel processo di risanamento della nostra finanza pubblica basato sul rigore dei conti (Confindustria e Centrodestra).



La seconda è quella che ritiene che nell’ambito di un adeguato piano di riforma bisogna agire innanzitutto con una “politica della domanda” e cioè con benefici fiscali in grado di stimolare i consumi interni e di rivitalizzare gli investimenti pubblici e privati da realizzare attraverso politiche fiscali di redistribuzione della ricchezza (Sindacati e Centrosinistra).



Entrambe le correnti di pensiero però ritengono indispensabile che per il loro funzionamento è necessario anche un cambiamento di linea in sede europea da realizzare attraverso un allentamento del rigore e un maggiore impegno di risorse da destinare alla crescita.



Le due proposte appaiono teoricamente valide peccato però che il presupposto su cui si fondano e cioè l’allentamento dei vincoli europei è illusorio e se anche si materializzasse sarebbe insufficiente a far tornare il nostro paese su un equilibrio positivo.



Vediamo quali sono le ragioni che stanno a fondamento di queste valutazioni.



Oggi l’unione dell’Euro si è spaccata in due categorie di paesi, i paesi competitivi e con bilanci sani e i paesi con fragilità delle finanze pubbliche e incapacità di crescita.



Questa Unione pertanto si è trasformata in una specie di società per azioni in cui da una parte ci sono gli azionisti di controllo e cioè i paesi creditori permanenti e dall’altro i paesi debitori permanenti che devono fare i compiti a casa, imposti dai primi, per evitare di subire eventi ancora più penalizzanti come l’uscita dall’Euro e aiuti a condizioni più restrittive.



Gli azionisti di controllo che detengono le leve di gestione dell’economia e delle finanze, ritengono imprescindibile l’adozione di una politica di austerity imposta ai paesi in difficoltà e non mostrano alcuna tendenza a modificare la loro posizione perché il rigore per loro è la migliore formula per evitare guai peggiori.



I guai peggiori per loro si chiamano “rischio di ridenominazione” e “rischio di sussidio crescente”. Il primo è costituito dall’eventualità di una uscita obbligata dall’Euro di uno dei paesi aderenti alla moneta unica e il secondo dall’eventualità di portare fuori controllo gli aiuti finanziari da concedere ai paesi periferici qualora il loro deficit e il loro debito dovessero continuare a crescere in modo incontrollabile. Due eventualità entrambe devastanti per tutta la zona Euro e non solo.



Non si tratta di una convinzione solo dei contribuenti tedeschi ma soprattutto dell’establishment economico, politico e finanziario del Nord Europa.



Ecco perché un allentamento dei vincoli di bilancio è assai improbabile, sia prima che dopo le elezioni tedesche, e comunque se anche si dovesse concretizzare non sarebbe di portata tale da produrre quell’effetto di cambiamento delle prospettive che tutti ci aspettiamo con ansia e con angoscia in Italia.



Ciò detto si pone sul tavolo un grande punto interrogativo.



Se è un dato incontrovertibile che con l’austerity si muore, che con un eccesso di debito crescente la sorte non cambia e dall’Europa non possiamo aspettarci miracoli, bisogna chiedersi necessariamente qual è la via d’uscita?



Per trovarla bisogna prima fare una diagnosi corretta della situazione.



L’Italia è l’unico paese europeo in cui la gravità della crisi non trae origini da squilibri interni (bolla immobiliare: Spagna; default di banche: Regno Unito - Olanda – Irlanda; conti pubblici dissestati e non aderenti alla realtà: Grecia) ma da un cambiamento esterno rilevantissimo e destabilizzante per chi è afflitto da debiti pubblici elevati che non si modificherà né nel breve né nel medio termine.



Mario Draghi: “Il grande cambiamento che è avvenuto dopo la crisi del 2008 e 2011” è che “il debito sovrano non è più privo di rischio, ma dipende dal sovrano e dalla qualità delle sue politiche”….“non dobbiamo dimenticare che, in un contesto istituzionale in cui la sovranità degli Stati sovrani non è più un fatto acquisito e la governance dell’unione è ancora incompleta, la mancanza di credibilità della finanza pubblica di un paese si traduce rapidamente in separazione delle banche di quel paese dal resto del mercato dell’Euro e in mancanza di credito al settore privato di quel paese: è l’esperienza che stiamo vivendo”. E senza credito l’economia reale non può crescere o svilupparsi.



Il meccanismo indispensabile per la creazione del reddito e l’allocazione delle risorse è l’intermediazione del risparmio, questo meccanismo viene smarrito quando si entra in un vortice di rischi che si autoalimentano così come sta avvenendo nel nostro paese. in altri termini le fonti di stress e i fattori invalidanti che si sono rapidamente sviluppati nel nostro paese a seguito delle crisi bancarie e dei debiti sovrani impediscono di tornare in una situazione di equilibrio e di normalità ricorrendo al vecchio prontuario terapeutico fondato sul puro consolidamento fiscale e sulla riduzione della spesa pubblica per realizzare avanzi primari di grandezza tale da bloccare la crescita del debito e confidare in una crescita più sostenuta del prodotto in valore nominale per portarsi su un sentiero di risanamento. Questa è una politica che nell’attuale situazione è fortemente disfunzionale, e ostinarsi a tentare di realizzarla non ci porterà lontano.



Infatti per il suo funzionamento sarebbe necessario avere tassi effettivi reali sul debito più bassi del tasso di inflazione ed un livello minimo accettabile di crescita reale. Senza queste due condizioni (al momento altamente improbabili), perseguire l’obiettivo di raggiungere un avanzo primario del 5-6% provocherà solo risultati negativi:



un drastico impoverimento progressivo del paese;

un ridimensionamento dei servizi sociali e quindi del welfare di vaste proporzioni;

uno scontro sociale e tensioni che potrebbe andare fuori controllo.


Ecco quindi che essendo nuova la malattia da cui siamo afflitti ed essendo particolarmente maligna (siamo al terzo posto nel mondo per rapporto debito/Pil, abbiamo il più alto costo del debito tra i grandi paesi avanzati e non dimostriamo alcuna capacità di ritorno alla crescita) non è assolutamente sufficiente intervenire con cure classiche o leggere o addirittura semplici o semplicistiche.



Occorre un piano straordinario e innovativo che contempli tre linee di intervento strategiche:



un intervento chirurgico per eliminare l’eccesso di debito che si è formato dopo la crisi del 2008;

un abbassamento della pressione fiscale molto consistente almeno di due punti di Pil utilizzando prevalentemente il risparmio di interessi sul debito eliminato;

un pacchetto di riforme ampio e incisivo per incrementare in misura tangibile la competitività del paese da negoziare contestualmente alla riduzione del debito con le parti sociali per evitare che i problemi di oggi si riformino rapidamente.


Senza l’applicazione organica, tempestiva e contestuale di questa strategia la situazione è destinata solo a peggiorare e l’agonia del nostro paese è destinata a perpetuarsi a tempo indefinito.



Sarebbe pertanto opportuno che il dibattito politico si sviluppasse su questi temi e non o non solo sull’opportunità di ridurre l’IMU o di non aumentare l’IVA; interventi utili ed auspicabili ma che al massimo possono alleviare il dolore del paziente ma non certo di avviarlo verso una sua guarigione il cui presupposto è ineludibile: il ritorno alla crescita.



Un risultato irraggiungibile se non verrà recepita un'altra verità incontrovertibile: fino a quando permarrà l’eccesso di debito non ci sarà più alcuna crescita degna di questo nome né fra sei mesi né fra cinque anni, indipendentemente dalla prevalenza e dai tentativi di applicazione delle due correnti di pensiero oggi presenti sul campo.