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Lotta di classe vinta dai padroni, conformismo e articolo 18

Qualcuno pensa che l'abolizione dell'articolo 18 porti posti di lavoro in più? Parte da questa domanda una polemica su capitalismo, media e conformismo. [Antonio Cipriani]

Antonio Cipriani
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18 Settembre 2014 - 23.04


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di Antonio Cipriani

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A parte i commentatori dei media-fanfara, qualcuno può pensare che l’abolizione dell’articolo 18 porti posti di lavoro in più? Il licenziamento ingiusto o ingiustificato di un povero Cristo (voi, vostro fratello, vostro padre…) può mai rappresentare la soluzione per rendere dinamico il mercato del lavoro? La battaglia non è tra chi guadagna 1.200 euro e chi è precario o disoccupato. Questo vogliono farci credere i padroni (esistono nomi precisi per ogni cosa), che senza opposizioni sferrano l’attacco simbolico finale. Il problema è il neoliberismo, sono i cosiddetti mercati, ossia quelle strutture di potere del capitalismo che chiedono continui sacrifici umani in nome di astrusi sistemi che subiamo e non capiamo, e che potrebbe essere riassunti sotto la voce: lotta di classe.

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Dai, non saltate sulle sedie. Sono concetti desueti. I più cerchiobattisti (refuso volontario) diranno, nell’ordine: dietrologici, complottisti, immersi nel passato. Ma stiano sereni, nessuno turba il loro potere di camomillare il lettore quando c’è da attraversare una nuvola di fumo, né di allarmarlo su false paure. Ma un po’ di sano realismo non fa male, orsù. E poi penso sia anche giunta l’ora di spezzare la consuetudine che uccide il futuro, spiazzare la realtà per meglio cambiarla. Sottraendosi dal formidabile sistema in comunicazioni che tende a tessere una rete di significati che precedono ogni pratica umana, ogni azione sociale e politica.

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Lotta di classe, che noi cittadini tutti insieme abbiamo perso. In un apparente stato euforico di vittoria e di libertà, tra privatizzazioni, spoliazione di diritti, cure da cavallo per abbattere lo stato sociale, guerre. Accettazione di una cultura violenta, maschilista e belluina. Che non si è diffusa e non si diffonde solamente perché in questo paese è esistito Berlusconi. Ma è radicata, precede l’avvento del Cavaliere (il miglior interprete, comunque) e non si è certo risolta dopo il suo oscuramento politico. Dice Julian Assange che “in molte nazioni occidentali la libertà di parola è il risultato del fatto che quello che la gente pensa non conta nulla: le élite dominanti non hanno bisogno di essere preoccupate di quello che il popolo pensa perché un cambiamento nella politica non andrà in nessun modo a cambiare il fatto che quelle élite possiedano o meno le loro aziende”.
E questo non è il segno che la lotta di classe c’è stata e che l’hanno vinta i padroni? Che ora in Italia, dopo essersi spartiti le Grandi Opere Inutili, aver devastato il territorio ambientalmente e culturalmente, averci fatto capire che il problema è il degrado. E il degrado lo portano i poveri con la loro presenza che crea insicurezza. Dopo averci deliziato un sistema fisso di corruzione a tutti i livelli, aver garantito la trasmissione dei poteri ai loro figli con la scusa della meritocrazia e con l’abbattimento della scuola pubblica, chiedono il prezzo simbolico dell’articolo 18. Una minuzia, a fronte dello tsunami di ingiustizie che distrugge la nostra società. Ma fiore all’occhiello simbolico per le élite: avere la libertà – come ho scritto nell’attacco – di poter eseguire a norma di legge, e per il bene del Paese, il licenziamento ingiusto o ingiustificato di un povero Cristo.

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Chiudo con Zygmunt Bauman: “Il conformismo generalizzato e la conseguente insignificanza della politica hanno il loro prezzo: un prezzo, guarda caso, esorbitante. Per pagarlo si usa la stessa moneta con cui viene normalmente pagato il prezzo della politica ingiusta: quella delle sofferenze umane”.

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