Tra la flat-tax di Salvini e i "numeri strampalati" di Tria, le tasse salgono di 52 miliardi

Nuova, ennesima lite tra 5stelle e Lega sulla riduzione delle imposte. Per Luigi Di Maio possibile con il recupero dell'evasione e non con le «berlusconate» dell'altro. Ma con Bruxelles gli aumenti dell'Iva sono stati già concordati

Matteo Salvini e Giovanni Tria

Matteo Salvini e Giovanni Tria

Tommaso Verga 18 marzo 2019Hinterland
di Tommaso Verga
Ormai si beccano come comari, si controllano tette-a-tette. Se proseguono, trascurando le incombenze istituzionali, dovranno deliberare la formulazione del calendario settimanale, nel quale si annoti l'oggetto delle liti (per le materie sulle quali sono d'accordo il tema nemmeno si pone). Unico interrogativo, «qualificare» o «quantificare» la «scaletta del giorno»? La flat-tax (risposta della Lega alla formula sul «salario minimo» dei 5stelle); l'accordo sui finanziamenti dei sauditi alla Scala; la firma del protocollo con il Partito comunista cinese; il summit mondiale delle «famiglie sfigate» a Verona. Si parla naturalmente delle «nuove entrate». E' tutto? Per ora. Siamo soltanto a lunedì.
La precedenza a Salvini, nessun dubbio. Al quel «cifre strampalate» sulla flat-tax, i 60 miliardi contabilizzati dall'avventuroso ministro Tria (oppure sfuggiti a Barbara Lezzi, ministra per il Sud?): «Non siamo al Superenalotto – la replica del leader leghista (d'altronde, su come rimediare miliardi la Lega ha una professionalità inappuntabile) –. I nostri numeri sono conteggiati con assoluta precisione». Quindi, tradotto, il Mef addiziona un tanto al chilo, a casaccio. Evidentemente il «questo lo dice lei» tra l'economista grillina Laura Castelli e il presuntuoso Pier Carlo Padoan ha ormai fatto scuola.
Ma di cosa si parla, a quanto ammonta la differenza? Di «appena» 40 miliardi di euro tra 5stelle e Lega. La quale sceglie Armando Siri, teorico della «tassa piatta», sottosegretario di Toninelli alle Infrastrutture, l'attaccante di razza. «Cominceremo a tagliare di spesa e a rimodulare le tax expenditures (erosione fiscale: spese fiscali usate nello scambio politico; 250 miliardi la somma; in un anno 9 condoni gialloverdi ne hanno ragguardevolmente aumentato l'ammontare, ndr)». A seguire, «togliamo gli 80 euro del governo Renzi. Non sono un tabù, si possono pure toccare purché, e questo è molto importante, il risultato finale sia l'abbattimento complessivo della pressione fiscale».
Per rendere comprensibile il concetto del sottosegretario è necessario dotarsi di un dizionario di filosofia della lingua italiana mentre un altro dev'essere utilizzato per i dettagli dell'algebra. L'effetto di primo acchito è che Siri intende il «togli e metti» a seconda del «donatore»: gli 80 euro di tasse ridotte da Matteo Renzi erano una «mancetta», diventata un addendo in sottrazione del governo Conte.
Tornando a Salvini, definitivo, sgombera ogni perplessità o dubbio, l'intervento a Radio Rtl 102.5: «Come si concilia la flat tax coi conti pubblici in ordine che vogliono a Bruxelles? – si autointerroga il vicepremier –. L’ultima cosa da fare è aumentare le tasse. Ce lo chiedono loro? Ma se ci chiedono di buttarci nel pozzo io non mi butto». Bugia. L'hanno chiesto e glielo avete già concesso. Già sin d'ora, visto che l'Iva con la fine di quest'anno aumenterà di 52 miliardi di euro.