Il sindaco di Tivoli ha venduto le Acque Albule. Un bene pubblico nelle mani di un privato

«Partirono cardinali tornarono chierichetti», dal 2031 il socio privato di minoranza sarà proprietario della società. Lunedì 6 agosto la maggioranza populista del Comune di Tivoli ha liquidato la storia e il patrimonio della città

Le piscine delle Acque Albule di Tivoli

Le piscine delle Acque Albule di Tivoli

Tommaso Verga 10 agosto 2018Hinterland

di Tommaso Verga
«Non vendo sogni ma solide realtà». «Lo sapevo» il commento di Bartolomeo Terranova. Già. Salvo che lo slogan elettorale cavalcato da Giuseppe Proietti verso Palazzo San Bernardino 2014 è stato prodotto da un sogno, liberarsi non soltanto da Marco Vincenzi – ex sindaco pd, attuale presidente della commissione Bilancio della Regione Lazio – ma anche dalla sua politica. «Devincenzializzare» Tivoli. Al programma elettorale fece da battistrada la capacità di saper intercettare il sentimento popolare maggiormente orientato. Capacità trasformata in strategia, che – lottizzazione Nathan a parte: speriamo non finisca allo stesso modo – faceva perno sul riappropriarsi della «Acque Albule spa» da parte del Comune di Tivoli. Ossia da parte di quelli che lunedì 6 agosto l’hanno definitivamente pre-privatizzata. Giochi di prestigio della politica, quella vituperata dei partiti «tradizionali» – anche giustamente – ma emulata magnificamente dai «nuovi», i populisti di Palazzo San Bernardino (o di Palazzo Chigi), sulla cresta dell’onda d’un’oscura fase della storia.


Bartolomeo Terranova nel 2014 altro totem da abbattere


Non solo il patrimonio della città. A sentirli, in quella campagna elettorale contro Marco Vincenzi, tra i totem da abbattere, la coalizione «chi ci sta ci sta» vincitrice delle elezioni, un posto d’onore lo riservò al ragionier Bartolomeo Terranova. Inviso non solo in quanto grande elettore dell’ex sindaco pd ma perché titolare del 40 per cento della spa Acque Albule nonché amministratore dal 2001, a seguito del primo step della privatizzazione avviata da Marco Vincenzi.
Un uno+l’altro che Tivoli non ha mai adottato. Tanto che, nella centrale via del Cicaleccio Politico, si dileggiavano gli sconfitti prefigurando la cacciata del palazzinaro-finanziere-patron del Grand hotel Duca d’Este dalla «Acque Albule spa». Che sarebbe ritornata al Comune. Un esempio contribuisce a illustrare quello stato d’animo: fu vera sollevazione popolare, un’offesa a Tivoli, l’intestazione «Terme di Roma», brand scelto dal Terranova per vendere il prodotto fuori del circuito tradizionale.
Un «Contrordine compagni!» di Giovannino Guareschi sul Candido dell’epoca nostra avrebbe solennizzato il Consiglio comunale del 6 agosto, la decisione di assicurare la vendita totale della società a Bartolomeo Terranova. «Partirono cardinali e tornarono chierichetti», capaci soltanto di occuparsi del cordone e dell’organo.
Conclusione assoluta prova di un mondo dove il sole sorge a oriente. Infatti, cancellati sogno e memoria, dopo cinque anni la «solida realtà» ne esce trionfante. E Bartolomeo Terranova nemmeno ringrazia visto che le modalità della dismissione le ha direttamente suggerite. La «partita Acque Albule spa» è conclusa. A settembre la firma dei patti, nel 2031 la funzione manageriale diventerà al 100% disponibilità societaria. Del ragioniere. O di chi lo avrà sostituito.


Una tecnica da consumato democristiano


Da navigato politico, il sindaco ha allontanato il più lontano possibile lo svelamento di quanto non doveva apparire. Per tutto il tempo, l’antico democristiano Giuseppe Proietti riconvertito a esordiente populista – però anche iscritto al Pd: non si sa mai – è riuscito a mantenere enigmatico il mercanteggiamento con il Terranova, salvo una volta mai portato a trasparente conoscenza della città e della sua maggioranza silenziosa.
Tutto l’opposto l’iniziale agire della seconda vita politica – Proietti negli anni Settanta è stato presidente dei giovani Dc di Tivoli e consigliere comunale –, con la clausola della recompra vulgata a piene mani: «il Comune paga le azioni di Terranova e lo mette fuori» la sintesi. Costo, 14 milioni. A sostegno, la radicale critica alle modalità di gestione delle terme: «Il processo di parziale privatizzazione, avvenuto nel 2001 con l'ingresso di un socio privato nel capitale della azienda termale – scriveva –, non risulta soddisfacente in termini di beneficio ottenuto per l’Amministrazione e per la collettività…».
Prima di convincersi dell'errore e dell'enfasi posta a sostegno, Proietti si domandava come sterzare: «Riacquisire le quote del socio privato per poi procedere a una vendita in blocco del 100% del pacchetto azionario, attraverso l’utilizzo di un bando di gara internazionale per l’assegnazione. Riteniamo inoltre che sia opportuno procedere alla dismissione delle proprietà immobiliari non connesse allo sfruttamento delle acque termali al fine di recuperare le risorse finanziare necessarie alla liquidazione della quota societaria privata» si legge nel suo programma elettorale.


A difesa, Manuela Chioccia, Andrea Napoleoni, il centrosinistra


Meritano una menzione quanti si sono schierati contro. Due soli in aula, Manuela Chioccia, capogruppo del Pd, e l'ex presidente del Consiglio Andrea Napoleoni – pesantissimo il post su Facebook –, uno dei primi a sostenere Giuseppe Proietti, ma anche ad individuarne la fisionomia ed abbandonarlo in tempi non sospetti. A sua firma. 31 emendamenti che hanno costretto i presenti a un tour protrattosi fino alle 5 del mattino. Fuori dell’assemblea, unica espressione «politica», quella del centrosinistra. A Tivoli tutto e tutto insieme. Nulla da altrove. Il luogo prescelto per assentarsi da un Consiglio convocato il 6 di agosto.