di Alessia de Antoniis
“Non sono religioso. Sono la pecora nera della famiglia”. Eppure è nei gesti di un gruppo di ragazzi passati attraverso il carcere che Lorenzo Maria Chierici riconosce qualcosa del cristianesimo delle origini.
Con Figli Perduti, vincitore del Premio del pubblico nella sezione Panorama Italia di Alice nella Città 2026, Chierici porta al cinema la storia di Daniel, cresciuto a Quarto Oggiaro, passato dalle rapine al carcere, fino alla laurea in Scienze dell’Educazione e al lavoro di educatore nella stessa comunità che lo aveva accolto. A interpretarlo è Matteo Oscar Giuggioli, premiato al festival con il riconoscimento U.n.i.t.a. Under 35; Alessandro Gassmann veste i panni di don Claudio Burgio.
Ma dietro la storia di Daniel c’è anche quella di un regista che ha dovuto imparare a guardare il proprio amico come un personaggio, scoprendo nella sua malinconia qualcosa di sé. E c’è un’idea di giustizia maturata attraverso il lavoro nelle carceri minorili, che oggi si confronta con l’inasprimento delle misure detentive introdotto dal decreto Caivano.
“La giustizia non può essere giustizialista”, sostiene Chierici. Una convinzione che attraversa il suo cinema, dove il rapporto tra colpa, responsabilità e famiglia è centrale; già al centro di Forgive Us Our Trespasses, il cortometraggio ambientato durante gli attentati di Birmingham del 1974.
“È una storia di famiglia – racconta Chierici – Nell’Irlanda di quel periodo, per chi apparteneva all’Ira, religione, famiglia, credenze e politica finivano per sommarsi, diventando una cosa sola. La famiglia diventava un contenitore di tante contraddizioni, ed è questo che mi aveva affascinato.
Il cortometraggio racconta il rapporto tra un padre e un figlio. Nei momenti che precedono l’attentato, il padre cerca di avvicinare il figlio ai propri ideali politici; il figlio lo segue per dovere, ma non ci crede davvero.
Il co-sceneggiatore è italo-irlandese e ha avuto parenti membri dell’Ira. Ha portato la propria esperienza familiare e una conoscenza di quella storia che ci ha permesso di lavorare sull’accuratezza della ricostruzione.
È il tema della famiglia che ritorna anche in Figli Perduti. È quello che ho a cuore raccontare”.
Che cosa hai trovato in un ragazzo apparentemente così lontano da te? Che cosa ti ha colpito al punto da far nascere un’amicizia durata dieci anni?
Una sensazione di fratellanza. Con lui potevo essere me stesso, con le mie contraddizioni e i miei errori, libero di raccontargli tutto. Non c’era moralismo, ma una vita concreta, fatta di sbagli, speranze e possibilità di rialzarsi.
Eravamo entrambi in quinta liceo quando ci siamo incontrati durante una vacanza studio. L’anno successivo ci siamo ritrovati nella stessa università. Daniel è diventato come un fratello e oggi considero Kayròs una famiglia allargata, nella quale si può essere sinceri anche rispetto ai propri problemi.
La prima volta che sono entrato nella comunità mi hanno invitato a cena. Abbiamo parlato, mangiato insieme e, al momento di salutarci, tutti si baciavano, persino sulla bocca. Mi sono venuti in mente i quadri di Giotto, gli apostoli che si baciano.
Ho pensato che quel modo di stare insieme fosse molto vicino al cristianesimo delle origini, allo stare insieme agli ultimi. Forse cercavo proprio qualcosa del genere. Non tanto la forma della religione, quanto la sua essenza. Lì ho trovato tanta verità e sincerità.
Il messaggio cristiano più che la religione cristiana.
Esatto.
Da dove viene Lorenzo?
Sono cresciuto in una famiglia numerosa e contraddittoria. Ho tre fratelli e una sorella, mia nonna ha sei figli e credo di avere più di venticinque cugini. Qualcuno me lo sono perso.
È una famiglia con le proprie tradizioni, le proprie contraddizioni e un senso dell’affetto molto speciale, che ho ritrovato nella comunità Kayròs e nelle carceri dove ho girato un documentario.
Non provengo da una famiglia ricca. Siamo persone normali, abituate a costruirci le cose con le nostre mani e ad aiutarci tra fratelli. Questo senso di familiarità, sincerità e autenticità l’ho riconosciuto anche in altre forme di comunità.
Che cosa significa essere famiglia? Che cosa significa avere un padre? Che cosa significa essere figli? Sono le domande che attraversano tutto quello che faccio.
Vengo anche da una famiglia molto religiosa, sebbene io non lo sia. Sono la pecora nera della famiglia. Le domande sulla fede e sulla famiglia continuano ad accompagnarmi.
Daniel è un tuo amico da dieci anni. Come hai fatto a trasformarlo in un personaggio, a guardarlo con gli occhi del regista senza perdere quelli dell’amico?
Ho dovuto separare le due cose. Come amico conosco Daniel da tanti anni, so molte cose di lui, ma non tutto quello che appartiene alla nostra amicizia doveva entrare nel film. Ci sono aspetti molto privati che Daniel ha preferito non raccontare, e giustamente.
Come regista dovevo cercare qualcosa che andasse oltre la sua biografia. Mi interessava soprattutto la sua malinconia, nella quale riconoscevo anche qualcosa di me. Non volevo limitarmi a ricostruire gli avvenimenti della sua vita, ma capire che cosa ci fosse dietro.
Daniel mi ha detto che, per certi versi, lavorare con me era stato come andare dallo psicologo. Perché gli facevo domande, cercavo di entrare nelle sue contraddizioni. E questo ha portato entrambi a confrontarci con cose che forse non avevamo mai guardato fino in fondo.
Daniel non è stato soltanto un ragazzo trascinato dalle circostanze. Desiderava appartenere al mondo della criminalità, perché gli offriva un riconoscimento. Come hai affrontato il fascino che la violenza e il potere possono esercitare su un adolescente senza renderli seducenti anche per lo spettatore?
La seduzione del male è una componente importante della sua storia, ma non l’ho raccontata come una seduzione. Ho cercato di rappresentarla come un’esplosione di cose che Daniel aveva dentro e alle quali non riusciva a dare un nome. Il nome che trovava erano le rapine, i reati. Nel film ho cercato di dare forma, anche in maniera molto sintetica, all’idea che il reato possa essere una richiesta d’aiuto.
C’è una scena nella quale tutte le luci diventano rosse. Daniel massacra di pugni una persona e, appena si rende conto di ciò che ha fatto, scoppia a piangere. Il suo volto sembra consumarsi nel pianto. È il momento nel quale emerge con maggiore chiarezza questa richiesta: qualcuno mi aiuti.
Questa è l’interpretazione che ho dato delle sue vicende biografiche. Che cosa stava cercando Daniel? Un affetto, un abbraccio che non avesse una fine. La certezza di un amore che resta. Questo bisogno emotivo è il motore di tutto il film.
Il cinema ama le storie di caduta e redenzione. Nella realtà, però, non tutti riescono a cambiare e non tutti incontrano qualcuno disposto a sostenerli. Come hai evitato che la storia di Daniel diventasse una consolazione per lo spettatore, anziché un interrogativo sulle responsabilità della società?
Don Claudio Burgio dice che non esistono ragazzi cattivi. È una frase che si trova anche all’ingresso della comunità Kayròs. Il rischio era realizzare una storia di redenzione buonista e moralista, nella quale un ragazzo cattivo diventa buono grazie a un incontro. Costruire una parabola. Ma le storie non sono parabole, sono molto più complicate.
Per questo nel film abbiamo inserito la storia di Ale, una persona reale che ha subito una tragedia enorme e che, con molta fatica, è riuscita a uscirne, senza però superarla completamente. C’è anche il miglior amico di Daniel, che nel film si chiama Manuel Benka: compie un percorso simile al suo, ma non riesce a cambiare. E la storia d’amore tra Daniel e la sua ragazza finisce male. Abbiamo cercato di raccontare queste contraddizioni, evitando una redenzione confezionata.
Non credo nel determinismo verghiano, secondo cui nasci in un luogo e sei destinato a diventare il prodotto di quel luogo. Una parte del cinema italiano racconta questo determinismo sociale, spesso con finali molto cinici. Io penso invece che quello che desideriamo profondamente sia la riconciliazione, fare pace con il nostro passato, trovare qualcuno capace di dirci che esiste ancora una possibilità. Un amore che magari abbiamo mandato a puttane, ma che può ancora esistere.
Chi non cambia non è necessariamente cattivo. Spesso ha paura di desiderare qualcosa di diverso, di potercela fare davvero, di essere all’altezza del proprio desiderio. Allora preferisce restare nella polvere, perché quella condizione finisce per giustificarlo. È un atteggiamento che ho incontrato in tante persone.
Quando raccontiamo storie di redenzione, così totalizzanti, rischiamo però di lasciare fuori le vittime, le persone che hanno subito le conseguenze dei reati. Come hai affrontato questo aspetto?
Con la storia di Ale abbiamo sfiorato anche questo tema. È un film complesso, che tocca tantissime vite. Il 90% dei personaggi e delle vicende raccontate è reale, esiste o è esistito.
Ale è una persona sulla quale sembra che la vita si sia accanita, nonostante tutti i suoi tentativi di cambiare. La sua ragazza è stata uccisa a coltellate e quella tragedia ha distrutto il percorso che aveva intrapreso. È successo davvero.
Ci sono dolori davanti ai quali anche il senso di comunità, gli abbracci, l’affetto e il sostegno non bastano. Non esiste una soluzione magica. Restano il tempo e gli amici.
Alessandro, dopo essere stato nuovamente arrestato, è tornato in libertà. Ma convive ancora con i propri demoni.
Alcuni ragazzi di Kayròs hanno partecipato alle riprese. Perché hai scelto di coinvolgerli?
È stata una scelta spontanea. Conosco questa realtà da anni e volevo portarla sullo schermo. Ho affidato i ruoli principali ad attori professionisti, mentre nei ruoli di sfondo compaiono persone reali della comunità: un educatore e diversi ragazzi, tra cui Savino.
Non cercavo un approccio documentaristico, ma una contaminazione capace di rendere più autentico il lavoro degli attori. Se reciti accanto a una persona che ha trascorso otto anni in carcere, mentre tu non ci sei stato neppure un giorno, non puoi fingere.
Puoi soltanto imparare per osmosi: come cammina, come si atteggia, come guarda, come respira. Sono convinto che questa contaminazione abbia reso le interpretazioni più autentiche.
C’è stata anche una contaminazione inversa, dagli attori verso i ragazzi di Kayròs?
Penso che abbiano vissuto un pezzo di magia, qualcosa che probabilmente non si sarebbero mai aspettati. Dopo anni trascorsi tra l’ora d’aria, i corridoi e le celle di un carcere, si sono ritrovati su un set cinematografico.
Quello che spero abbiano portato con sé non è soltanto la possibilità di imparare a recitare, ma la scoperta che esiste anche un’altra ipotesi di vita. Che si può prendere il proprio dolore e trasformarlo in qualcosa di utile.
La magia dell’arte, che sia musica, cinema o qualsiasi altra cosa, è anche questa: rendere utile il proprio dolore, anziché caderci dentro e sprofondare. Non posso sapere fino in fondo che cosa sia rimasto loro, ma mi auguro che abbiano intravisto questa possibilità.
Hai diretto Epoché – Giudizio sospeso, il documentario sulla giustizia minorile realizzato per La7. Quanto hanno cambiato il tuo modo di guardare la giustizia, la responsabilità sociale e la possibilità di ricominciare sia l’esperienza di Kayròs sia il lavoro nelle carceri minorili?
Sulla giustizia ho soprattutto confermato una convinzione: la giustizia non può essere giustizialista. È un atteggiamento che riscontro non soltanto in alcuni pubblici ministeri o giudici, ma anche in molti giornalisti. Ci sono articoli che sembrano misurare la giustizia esclusivamente attraverso il numero di anni di carcere inflitti, avvelenando il dibattito.
Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni e ricevere una pena giusta. Ma quando il giustizialismo diventa uno sfogo emotivo, una forma di vendetta, perdiamo di vista qualcosa di fondamentale: abbiamo davanti un essere umano, non soltanto un codice giuridico. Dovremmo ripartire da questo, dalle persone.
Ho conosciuto ragazzi usciti dal Beccaria che portavano ancora addosso cicatrici, persino segni di scarponi sul volto.
Il problema della recidiva è enorme, ma le alternative alla semplice detenzione esistono...
Sono d’accordo. È evidente che il compito della legge sia anche dire: fermati. Ma c’è la giustizia riparativa, di cui si parla molto negli ultimi anni. Quello che spesso manca è una domanda seria da parte di chi lavora in questo settore: da dove si ricomincia?
A Nisida ho conosciuto un direttore straordinario che si pone proprio questa domanda. E non è una questione filosofica, astratta. A Nisida si riparte anche da una pizza. Hanno realizzato un laboratorio di pizzeria, uno dei più ambiti dai ragazzi. Si impara a fare qualcosa attraverso esperienze concrete, tangibili. È così che si comincia a costruire una possibilità.
Quando commettiamo errori molto gravi, la tentazione è ridurre tutta la nostra identità a quell’errore: “Io sono quello che ho fatto”. Soprattutto chi prova grandi sensi di colpa può rimanere schiacciato da questa identificazione, incapace di riconoscere di essere qualcosa di diverso, qualcosa di più delle proprie azioni.
Bisogna provarci, riprovarci, riprovarci sempre, finché l’amore che ricevi comincia a diventare qualcosa che riesci a prendere sul serio, un’opportunità per cambiare lentamente, nel tempo. È questo che ho visto accadere in alcune vite.
Dopo l’introduzione del decreto Caivano, secondo i dati di Antigone, tra il 2022 e il 2025 le presenze negli istituti penali minorili sono aumentate di circa il 50%. Che cosa rischiamo di perdere quando la risposta alla devianza minorile si orienta sempre più verso la detenzione?
La società. Rischiamo di allargare la forbice sociale, di rafforzare la separazione tra “noi” e “loro”, di creare mondi completamente incapaci di dialogare. Parliamo continuamente di inclusività, ma poi approviamo leggi che irrigidiscono tutto. E ci stupiamo delle reazioni violente.
Se l’apparato della giustizia diventa qualcosa di astratto, senza nome, che non guarda in faccia le persone e non offre sostegno, come può sentirsi chi si trova in quella situazione?
Una persona che non ha nulla può arrivare a chiedersi: “Che ci sto a fare qui? Che speranze ho? Quali possibilità mi restano, oltre alla delinquenza? Come posso cambiare se non c’è un’istituzione che mi guarda davvero?”. Il rischio è che finisca per convincersi di essere i propri errori.
Ma spesso guardiamo alle istituzioni come se fossero entità senza volto. Dietro ogni istituzione, invece, ci sono persone. E qualcuno deve assumersi la responsabilità delle scelte compiute. Parlo anche del ministro, ovviamente.
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