Sciapitò, il teatro va incontro al pubblico a Villa Bonelli

Dal 21 settembre all’11 ottobre, a Villa Bonelli, Sciapitò porta il teatro fuori dal centro. Talarico, Celestini, Timpano e Frosini rispondono alla stessa domanda: per incontrare un pubblico nuovo basta cambiare luogo o deve cambiare anche il teatro?

Sciapitò festival - dal 21 settembre all’11 ottobre a Roma, nel quartiere di Villa Bonelli a Roma
Apocalissi Tascabile - Sciapitò festival - dal 21 settembre all’11 ottobre - Roma
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

18 Settembre 2026 - 00.03


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Dal 21 settembre all’11 ottobre il tendone torna a Villa Bonelli. A Ivan Talarico, Ascanio Celestini, Daniele Timpano ed Elvira Frosini abbiamo posto la stessa domanda: per incontrare davvero un pubblico nuovo basta spostare il teatro fuori dal centro o deve cambiare anche il teatro?

Portare un teatro dove un teatro non c’è. Potrebbe sembrare già una risposta. Un tendone montato a Villa Bonelli, nel Municipio XI, prezzi contenuti, un quartiere che per qualche settimana diventa luogo di programmazione. È da questa idea che nasce Sciapitò, Il circo del teatro, arrivato alla quarta edizione e in programma a Roma dal 21 settembre all’11 ottobre. Ma spostare il teatro basta davvero ad attirare il pubblico?

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Dario Aggioli, direttore artistico del festival, dice che Sciapitò nasce «per raggiungere chi un teatro non ce l’ha vicino». Il programma, spiega, è costruito anche a partire da ciò che in questi anni si è imparato frequentando il territorio e conoscendo il suo pubblico. Ma – abbiamo chiesto ad alcuni degli artisti ospiti di Sciapitò – per incontrare davvero un pubblico nuovo, basta spostare il teatro fuori dal centro o deve cambiare anche il teatro?

Ivan Talarico prende una delle sue strade e attraversa in pochi minuti l’intera storia dello spettacolo come progressiva riduzione della fatica dello spettatore. 

«La storia dell’umanità segue da sempre un percorso di pigrizia crescente. Nell’antichità si andava tutti a teatro a un certo orario a vedere delle persone che si stancavano in scena. Poi è arrivato il cinema: le persone nei film si stancavano una volta sola e quella stanchezza veniva ripetuta in più sale e con più comode repliche. Ma bisognava ancora uscire di casa.

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Così è arrivata la radio, che si è insediata direttamente in casa. Però non c’era soddisfazione per gli occhi. Sentire un radiodramma guardando la tristezza del mobilio era riposante, ma non bellissimo. Così è arrivata la televisione: spettacolo, intrattenimento, tutto in casa e in un posto solo. Ma bisognava alzarsi per cambiare canale, e allora l’uomo ha inventato il telecomando.

Non era ancora abbastanza. La televisione era ingombrante, immobile, legata a degli orari. Per un po’ sono intervenuti i videoregistratori, ma è stata una rivoluzione a metà. Poi sono arrivati gli smartphone e i video sempre disponibili. Adesso chiunque può guardare ovunque i suoi contenuti preferiti, sempre più brevi, sempre più fitti, risparmiandosi anche la fatica di pensare.

E così, concentrata sullo scrolling del telefono, una persona che vive in un quartiere senza teatro può anche capitare per caso in uno spazio teatrale, perché ancora esistono, e trovare Sciapitò. Può vedere uno spettacolo che non aveva neanche immaginato esistesse e amarlo oppure odiarlo.

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Nel caso in cui lo odi, può sempre dedicarsi al teatro, fare un percorso di formazione di molti anni, portare in scena spettacoli innovativi con repliche e tournée sfiancanti, diventare una figura apicale del settore e decidere finalmente di cambiare anche il teatro. Ma nel breve periodo bisogna accontentarsi di raggiungere chi un teatro non ce l’ha vicino.

Consapevoli del fatto che tante cose possono succedere in un tendone in periferia. E prendendo bene la mira, si può anche fare centro.»

Ascanio Celestini rovescia il problema sul teatro stesso.

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«C’è una battuta che descrive bene la condizione della cultura in Italia. “Come fai a salvare un uomo che sta soffocando? Smetti di stringergli le mani attorno al collo”. 

La maggior parte delle pene che soffre il mondo teatrale deriva dalla pessima amministrazione. Viviamo in un pezzo di mondo nel quale è stata prodotta cultura materiale e immateriale in maniera costante per secoli. 

In Italia centrale c’è la maggior densità di teatri al mondo con tanto di riconoscimento UNESCO. Quelli che hanno fatto teatro in Italia dal sedicesimo al diciannovesimo secolo ci hanno lasciato un patrimonio che dovremmo tutelare con pochissimo sforzo. 

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Eppure il teatro italiano continua a essere pieno di problemi. Fino a qualche anno fa c’era un ente che se ne occupava, ma è stato considerato inutile. Perché?

Sul cambiare il teatro… Nel teatro italiano c’è una parte che propone al pubblico spettacoli di teatro mortale e un’altra parte che fa i salti mortali per rianimare artisti e spettatori. Praticamente una guerra civile. 

La mia soluzione sarebbe che il teatro mortale finisse nel museo con la sua dizione e le scenografie di compensato per lasciare spazio ai viventi. Ma visto che non possiamo giustiziare tutti gli amleti in calzamaglia teschiomuniti, tocca inventarsi qualsiasi maniera per uscire vivi dal cimitero.»

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Daniele Timpano ed Elvira Frosini

Per Timpano «Spostare il teatro fuori dal centro non basta. Si potrebbe dire, populisticamente, che nei grandi teatri istituzionali va un pubblico con più possibilità di spesa o semplicemente più abituato, magari per tradizione familiare, al rituale di andare a teatro.

È vero che Sciapitò ha prezzi bassi e propone anche appuntamenti a ingresso libero. Ma la vera differenza, se c’è, è che si svolge in un luogo come Villa Bonelli, che è uno spazio pubblico già vissuto.

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È importante però che la manifestazione non sia un alieno che cala dall’alto a occupare gli spazi cittadini, periferici o centrali che siano, ma che costruisca una relazione con quel luogo: con il bar del parco, con il Municipio, con le realtà e i cittadini della zona.

Quando abbiamo portato a Sciapitò Aldo morto, lo spettacolo su Aldo Moro, il parco era a pochi metri dalla casa del sequestro e gli attuali inquilini sono venuti a vedere lo spettacolo. Arrivano spettatori da tutta Roma, ma è importante che ci siano anche i residenti e che si costruisca una comunicazione con loro. Questo fa la differenza.

Si crea qui una forma ibrida di drammaturgia contemporanea, artisti e compagnie; un equilibrio tra nomi affermati e scouting. Sono spettacoli contemporanei ma non chiusi in una bolla.

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Sono artisti consapevoli che, per parlare a qualcuno qui e adesso, non bisogna abbassare la qualità dello spettacolo. Ma non bisogna neanche raccontarselo da soli nella propria testa, rivolgendosi solo a una bolla intellettuale o militante. 

Poi…il teatro deve cambiare? Bisogna fare spettacoli per deficienti primitivi perché si sottintendono primitivi e deficienti quelli che stanno fuori dal contesto alto borghese dell’Argentina o del Quirino, o da contesti più contemporanei come il Teatro India o Carrozzerie N.O.T.? No.

Ci sono artisti, spettacoli e compagnie che si pongono il problema di avere davanti una pluralità di spettatori e non una comunità ristretta. Ma gli spettatori, i cittadini di Roma in questo caso, più o meno avvertiti o abituati al teatro, non devono essere imboccati col cucchiaio perché non sono capaci di mangiare da soli uno spettacolo».

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Frosini è più diretta: «Sciapitò può far incontrare il teatro al pubblico, anche a un pubblico nuovo, ed è una cosa bella e importante.

Il teatro deve cambiare? Non lo so, non credo. Il teatro è vario: ci sono vari attori, autrici, stili e pensieri. 

Forse il teatro deve tenere conto del pubblico, pensare a un pubblico, ma senza essere semplicistico e quindi, per avvicinarsi a un pubblico nuovo, scadere nell’eccessiva semplicità. Anzi, deve far incontrare al pubblico quella che per me è un’interessante complessità».

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SCIAPITÒ 2026 | IL PROGRAMMA

Dal 21 settembre all’11 ottobre, a Villa Bonelli, Roma.

  • 21–22 settembre, ore 19 – Pulp-Ami, scritto e diretto da Dario Aggioli
  • 23 settembre, ore 20.30 – Generazione fortuna, con Romeo Mattia Zanaboni e Stefano Papia
  • 24 settembre, ore 20.30 – Casa mia – meglio nascere fortunati che ricchi, di e con Pietro Maccabei
  • 25 settembre, ore 20.30 – La cantautrice fantasma, di e con Ivan Talarico
  • 26 settembre, ore 20.30 – Apocalisse tascabile, di Niccolò Fettarappa Sandri e Lorenzo Guerrieri
  • 27 settembre, ore 19 – Carne, con Elvira Frosini e Daniele Timpano
  • 28 settembre, ore 19 – Bei ricordi show, a cura di Marcello Caporiccio, Silvia Ignoto ed Emma Quartullo
  • 29 settembre, ore 17 e 19 – Marlonbanda
  • 29 settembre, ore 20.30 – Paradiso di tenebre, con Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
  • 30 settembre, ore 20.30 – Radio Clandestina – Roma, le Fosse Ardeatine, la Memoria, di e con Ascanio Celestini
  • 1 ottobre, ore 20.30 – 35040, regia di Alessandro Businaro, con Tano Morgelli
  • 2 ottobre, ore 20.30 – Primi passi sulla luna, di e con Andrea Cosentino
  • 3 ottobre, ore 20.30 – I 4 desideri di Santu Martinu, diretto e interpretato da Dario De Luca
  • 4 ottobre, ore 18 – L’Ottomotolo e altre creature fantastiche, spettacolo per bambini
  • 7 ottobre, ore 20.30 – anteprima nazionale di Mor – Storia per le mie madri, progetto di Lucia Raffaella Mariani
  • 8 ottobre, ore 20.30 – La scoperta dell’America, con Valerio Malorni e Andrea Cota
  • 9 ottobre, ore 20.30 – Molto dolore per nulla, di e con Luisa Borini
  • 10 ottobre, ore 20.30 – Garrincha – l’angelo dalle gambe storte, con Valeriano Solfiti
  • 11 ottobre, ore 19.30 – presentazione del nuovo disco dei SUNOMI

Biglietti: intero 12 euro; ridotto studenti e over 65, 10 euro; mobilità verde, 8 euro; studenti delle accademie, 6 euro; residenti del Municipio XI, 3 euro.

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