Una corda può servire per giocare, legare, sollevare un corpo, diventare un cappio. In L’ostaggio, scritto e diretto da Valentina Esposito e presentato in prima nazionale a Narni Città Teatro 2026, gli oggetti cambiano funzione come gli uomini cambiano ruolo. Vittima e carnefice, attore e personaggio, memoria e presente continuano a scambiarsi di posto dentro uno spazio in cui la violenza non è soltanto raccontata: è una lingua.
Dalla graticcia pende a testa in giù un corpo senza testa né arti. Non ha più identità, possibilità di agire, neppure una postura umana: è carne. In uno spettacolo ossessionato dall’ascesa e dall’essere sopra gli altri, l’immagine è beffarda: si può arrivare in alto ed essere già caduti. È l’altra faccia del superuomo.
Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia si affrontano, si inseguono, si sorvegliano. Si stanno addosso come due animali che riconoscano nell’altro sia una minaccia che la condizione della propria esistenza. Anche il lessico e i corpi tornano alla bestia, al cane, al guinzaglio, fino a cancellare il confine tra uomo e animale.
Ma la Esposito non costruisce un naturalismo criminale. Lo spazio è mentale e concreto insieme. Il racconto affonda nel narcotraffico, tra Colombia e Italia, denaro e identità false. Tutto può essere negoziato, perfino il sacro: Io non prego, io tratto. Il denaro compra uomini e pretende di riscrivere innocenza e colpa.
Eppure il centro de L’ostaggio non è la criminalità. O almeno non soltanto.
Non sono io l’ostaggio. E allora chi tiene prigioniero chi? Due uomini si tengono reciprocamente in ostaggio; oppure sono le due parti di un unico uomo che non riesce più a liberarsi da se stesso. L’ostaggio lascia vivere entrambe le possibilità. La mitologia del fuorilegge, l’ascesa e la caduta di un re minore, viene costruita e corrosa nello stesso momento. Dietro l’uomo che vuole farsi leggenda rimane il bisogno di essere guardato.
È solo una scena, è il teatro. Anche il confine fra ciò che viene vissuto e ciò che viene rappresentato si incrina. Una tortura può diventare una discussione su come rappresentare una tortura; i due possono ricordare, recitare, inventare o costringersi a ripetere qualcosa che è già accaduto. È qui che L’ostaggio smette di essere soltanto una storia criminale e diventa anche un conflitto sull’identità: cambiare nome, raccontarsi, costruire un personaggio fino a restarne prigionieri.
Dentro questa esibizione della forza corre però fin dall’inizio qualcosa di più fragile: l’infanzia, i figli, un bambino evocato nei ricordi e nei giochi, nel volo e nel supereroe. Fisicamente arriverà molto più tardi, ma drammaturgicamente è già lì.
Perché la legge del più forte è anche una pedagogia.
La paura va sconfitta, il limite oltrepassato, la debolezza cancellata. Essere uomini significa non cadere, salire più in alto, dominare il pericolo. È la stessa logica che governa i rapporti criminali, ma anche il narcisismo nella sua forma più feroce: non vedere chi si ha davanti, ma ciò che dovrebbe diventare.
La fragilità è il grande rimosso dello spettacolo. Non il contrario della forza, ma ciò che questi uomini non possono permettersi di riconoscere, negli altri perché prima ancora non sanno riconoscerlo in se stessi.
La Esposito costruisce un teatro fisico, materico, non consolatorio. Pochi oggetti cambiano continuamente funzione: corde, sacchi di droga e corpi sospesi trasformano la lotta per il dominio in una continua possibilità di caduta.
Ed è proprio la tensione continua a diventare anche il limite dello spettacolo.
Non è l’eccesso in sé. Un teatro che entra nella bestialità dell’uomo non ha alcun obbligo di essere composto. È l’uniformità dell’eccesso a sottrargli forza. La scrittura è già densissima: accumula immagini, metafore, insulti, denaro, religione, animali, identità, gioco, colpa. Pesce e Porcacchia rispondono con una recitazione altrettanto spinta, fisicamente esposta, quasi sempre portata verso il punto massimo dell’aggressione. Testo e interpretazione procedono nella stessa direzione.
Una minaccia, un gioco, una memoria, una provocazione non hanno lo stesso peso, ma la temperatura scenica tende a renderli equivalenti. Cambiano le situazioni, molto meno il colore della relazione. La saturazione finisce così per appiattire proprio quelle differenze che il testo contiene.
L’ostaggio è una drammaturgia che possiede altri registri. Il gioco può essere sinistro senza diventare subito aggressione; la memoria può aprire una crepa; la paura non ha bisogno di alzare la voce per essere violenta. Piani diversi che la messinscena tende però a tenere sulla stessa temperatura, invece di lasciarli fluire l’uno nell’altro.
Quando finalmente lo spettacolo sottrae invece di aggiungere, il corpo a corpo lascia filtrare ciò che era rimasto sepolto sotto il criminale, il duro, il carnefice, la vittima. La forza smette per un momento di essere esibita e ne diventano visibili le conseguenze.
Ed è allora che L’ostaggio fa più male.
Dietro il criminale appare l’uomo; dietro il dominio, la paura; dietro la bestia, quella fragilità che per tutto il tempo si è tentato di espellere.
Forse è questa la prigionia più profonda raccontata da Valentina Esposito: non essere ostaggio di qualcuno, ma di ciò che si è diventati. E scoprire che la legge del più forte, esercitata abbastanza a lungo, non produce uomini invulnerabili, ma altre vittime.
L’ostaggio Scritto e diretto da Valentina Esposito Con Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia – Costumi: Mari Caselli – Scene: Mari Caselli, Edoardo Timmi – Musiche originali: Luca Novelli/Mokadelic – Aiuto regista: Bruno Barbosa De Mello Castanho – Luci: Alessio Pascale – Produzione: Fort Apache Cinema Teatro, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello Con il sostegno di: Ministero della Cultura, Regione Lazio
