Antisemitismo e Palestina: se la lotta all’odio diventa strumento per delegittimare chi condanna i crimini di Israele

Un’ottima guida alle letture di approfondimento su questo tema è contenuta nel volume dello storico statunitense Mark Mazower, Sull’antisemitismo,

Antisemitismo e Palestina: se la lotta all’odio diventa strumento per delegittimare chi condanna i crimini di Israele
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19 Agosto 2026 - 17.05


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di Antonio Salvati

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Com’è noto, l’antisemitismo evoca forti sentimenti negativi (l’orrore della Shoah) e, contestualmente, di riflesso, positivi (i diritti). Come non pensare al Preambolo della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 dove si legge: «Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità… L’Assemblea Generale proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni»; ancora, nel Preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite (San Francisco, 26 giugno 1945), leggiamo che «i popoli delle Nazioni Unite» intendono «riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne…».

Sull’antisemitismo esiste una vastissima bibliografia. Un’ottima guida alle letture di approfondimento su questo tema è contenuta nel volume dello storico statunitense Mark Mazower, Sull’antisemitismo, (Einaudi Torino 2026, pp. VIII – 374 € 25,00). Mazower analizza l’evoluzione del significato di “antisemitismo”. Dal 1879 – quando il giornalista e agitatore tedesco Wilhelm Marr annunciò la nascita di una Lega degli antisemiti che si proponeva di impedire che agli ebrei fosse concessa una piena uguaglianza giuridica – ad oggi tanta acqua è passata sotto i ponti. Fu coniato così rapidamente un sostantivo astratto, “antisemitismo” (accolto nell’Enciclopedia Britannica nel 1910), che si diffuse a livello globale quando Adolf Hitler fece di una versione estrema di questo credo il fondamento ideologico della guerra per il dominio dell’Europa scatenata dalla Germania. Potremmo dire che fino a qualche decennio fa le cose erano ingarbugliate: il nemico, gli antisemiti, erano senza dubbio rappresentati dall’estrema destra, dalla quale scaturivano gli stereotipi razzisti, le teorie della cospirazione e il negazionismo dell’Olocausto. Il termine antisemitismo – direbbe la giurista Alessandra Algostino – possiede, in sintesi, «una notevole forza culturale, che si riverbera sul suo uso distorto; un uso particolarmente odioso, in quanto sfrutta crimini contro l’umanità compiuti nella storia per chiudere la possibilità di agire contro atrocità e soprusi del presente; trasfigura l’orrore della disumanità in ragione di giustificazione di altre disumanità».

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Viviamo in un tempo in cui le comunità ebraiche di tutto il mondo hanno dovuto abituarsi a studiare o a pregare sotto scorta armata.  Ancora oggi gli ebrei rimangono uno dei gruppi presi di mira a causa di ciò che sono. Tuttavia, chiunque prenda l’antisemitismo sul serio, come un problema ancora attuale, «non può che disperarsi di fronte alla confusione che oggi regna intorno a questo termine, per non parlare dell’abuso che se ne fa e che minaccia di destituirlo di ogni significato. Tale confusione non solo fa torto a chi ne è vittima ma, concorrendo a mettere a tacere il dissenso politico sulla condotta di Israele nei Territori occupati, fornisce una copertura alla perdurante ingiustizia e alla violenza sistemica nei confronti dei palestinesi». E se l’antisionismo nasconde a volte un sentimento antiebraico, nella maggior parte dei casi non è così, e di certo «neanche ai governi israeliani giova essere incoraggiati a pensare che ogni opinione critica sulle loro politiche sia frutto del pregiudizio etnico. Né – c’è bisogno di dirlo? – gli ebrei o qualcun altro trarranno alcun vantaggio dall’abolizione dell’autonomia delle università, delle libertà politiche e della stessa libertà di pensiero, attuata mediante un uso opportunistico della lotta alla discriminazione e al pregiudizio». Mazower considera l’antisemitismo nel suo contesto storico, come un termine usato per indicare cose diverse in momenti diversi. Per evitare ogni tipo di fraintendimento, chiarisce sin dall’inizio che «l’antisemitismo è molto di più di una parola, e la sua storia va molto al di là del linguaggio: i problemi reali sul tappeto non possono di certo essere affrontati attraverso l’analisi semantica». Ma, come ha osservato il sociologo della cultura Raymond Williams, vi sono circostanze in cui le questioni che ci preoccupano non possono essere comprese senza considerare alcune particolari parole indipendentemente dal problema più ampio di cui sono parte integrante. E, dal momento che le parole non esistono al di là del tempo e dello spazio, dobbiamo comprenderle nel loro contesto. «Dobbiamo conoscerne, nella misura del possibile, la data e il luogo di nascita, – scrisse il filologo vittoriano Richard Chenevix Trench, – le fasi successive del prosieguo della loro storia, le compagnie che hanno frequentato, tutta la strada che hanno percorso e ciò che le ha portate a diventare come ora le conosciamo». Mazower non solo ci offre un affresco storico in cui descrive, nella prima parte, l’ascesa e la caduta dell’antisemitismo come movimento politico prevalentemente europeo. Nella seconda parte, passa all’analisi delle origini e della diffusione di un nuovo paradigma concettuale emerso negli anni Settanta soprattutto per spiegare l’aumento delle critiche rivolte a Israele. Fino ad arrivare a sostenere che nei primi anni del nuovo millennio questo insieme di circostanze ha prodotto una campagna internazionale contro quello che alcuni chiamavano «nuovo antisemitismo», che in parte si sovrapponeva e in parte contrastava con le vecchie interpretazioni del termine. La parola era rimasta immutata, ma il mondo era cambiato. «Ciò che mi ha indotto a scrivere questo libro è la speranza che una ricostruzione delle circostanze della nascita e della diffusione del concetto possa aiutarci a capire come opera oggi e come potrebbe operare in futuro. Come ha scritto George Orwell: “Il peggio che si può fare con le parole è sottomettersi a esse”».

È ancora sorprendente rilevare il fatto che – nei decenni seguenti alla coniazione del termine antisemitismo nell’ultimo quarto del XIX secolo – si aprì un’epoca di cui è impossibile narrare correttamente la storia senza tener conto del ruolo centrale svolto dall’antisemitismo. Prima di allora gli ebrei avevano avuto per secoli un peso molto scarso dal punto di vista della storia universale: «niente – afferma Mazower – impediva di pensarli come una piccola, antica e venerabile setta, al pari dei Parsi o dei jainisti, priva di potere reale e interessante soprattutto per la sua ancestrale affinità con i due monoteismi che ne erano derivati ma avevano riscosso molto più successo – il cristianesimo e l’islam». Grazie al nazismo, tutto questo cambiò. «Gli ebrei sono stati trasformati in ciò che i nazisti hanno sempre preteso che fossero – il punto focale della storia del mondo», scrisse nel 1942 il sociologo Max Horkheimer. Nel 1950 Hannah Arendt richiamò l’attenzione – come pochi prima e dopo di lei – sul «fatto straordinario che un fenomeno così piccolo (e, nella politica mondiale, così insignificante) come la questione ebraica e l’antisemitismo sia potuto diventare il catalizzatore, prima, del movimento nazista, poi di una guerra mondiale, e infine della creazione di fabbriche della morte». L’antisemitismo era, scrisse, «un oltraggio al senso comune».

La seconda parte del libro – come detto – si affronta la domanda centrale libro: cosa è accaduto al concetto di antisemitismo? Una parola nata per descrivere l’ostilità che gli ebrei dovevano affrontare quando erano una minoranza che lottava per i suoi diritti viene usata oggi per difendere uno Stato a maggioranza ebraica che priva le minoranze interne dei loro diritti. Sostiene Mazower: «Combattere l’antisemitismo voleva dire un tempo opporsi all’etnonazionalismo; oggi serve spesso a giustificare i peggiori eccessi dell’etnonazionalismo. Alcuni pensano che l’antirazzismo e i diritti umani siano la soluzione, per altri sono il problema. L’antisionismo equivale all’antisemitismo, dicono alcuni; altri dicono lo stesso del sionismo. Perfino i razzisti dicono oggi di opporsi all’antisemitismo, un fatto del tutto inimmaginabile quando il termine fu coniato e una spia che segnala l’uso distorto che se ne fa attualmente. Nella sua lettera enciclica del 2020, Fratelli tutti, Papa Francesco ha ripreso l’appello a un senso rinnovato di fratellanza universale del santo medievale di cui aveva adottato il nome, esprimendo preoccupazione per l’acuirsi dell’odio tra le nazioni negli ultimi anni e ammonendo che poteva essere aggravato dalla crescente mancanza di consapevolezza storica e dalla conseguente facilità con cui si potevano manipolare le parole. Come si legge nell’enciclica: «Un modo efficace di dissolvere la coscienza storica, il pensiero critico, l’impegno per la giustizia e i percorsi di integrazione è quello di svuotare di senso o alterare le grandi parole», manipolandole e deformandole «per utilizzarle come strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione». È improbabile che la contesa sull’antisemitismo si concluda presto. Lo scopo dei tentativi di chiarificazione delle parole non è quello di contribuire a risolvere i conflitti soggiacenti: «ciò va ben oltre il potere di un’analisi di questo tipo, che serve piuttosto a renderci più consapevoli degli aspetti nascosti delle idee, delle associazioni e delle implicazioni che abbiamo ereditato, a capire che i significati possono variare con le circostanze che li hanno prodotti e trovare il nostro modo di usare le parole, per renderci così partecipi del processo di cambiamento del mondo».

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In linea con questi temi, vi è il pregevole pamphlet della storica Anna Foa, Mai più, (Laterza Roma-Bari 2026, pp. 15 € 25,00). Anche Anna Foa, raffinata intellettuale italiana di origine e di fede ebraica (è figlia di Vittorio, il noto sindacalista, storico e saggista, che fu anche Padre Costituente) – dopo aver chiarito la distinzione tra antisemitismo e antisionismo – analizza il modo in cui la Shoah è stata progressivamente trasformata in un elemento identitario e politico, interrogandosi sui rischi di un suo uso strumentale da parte di Israele.

Con il termine “antisionismo” si definisce oggi soprattutto l’ostilità alla politica del governo israeliano. Ma come possono – si chiede Foa – le critiche anche radicali rivolte alla politica di Israele essere definite in termini di antisemitismo? «Diverso è il caso se tali critiche sono rivolte a negare radicalmente l’esistenza dello Stato di Israele, non a metterne in discussione la politica, e ancora diverso è il caso in cui esse si trasformano in un rifiuto degli ebrei in quanto tali, in una predicazione dell’odio contro di loro. Solo allora è possibile dire che l’antisionismo coincide con l’antisemitismo». Ciò nonostante, il governo attuale di Israele definisce come antisemiti tutti i critici della sua politica. «Accusati di antisemitismo sono tutti gli organismi internazionali, a cominciare dall’ONU, le politiche dei paesi che hanno riconosciuto lo Stato palestinese, tutti i palestinesi, identificati con i sostenitori di Hamas. Antisemita è stato subito classificato il terribile attentato del 7 ottobre, antisemite tutte le opposizioni del mondo alla strage di Gaza, antisemiti i riconoscimenti dello Stato palestinese da parte di tanti paesi del mondo».

L’autrice si domanda se che quel «mai più» – che tante volte è stato pronunciato all’indomani dell’Olocausto, della Shoah, del genocidio degli ebrei, dei campi di sterminio e di concentramento (nel libro vengono spiegate le differenze tra tutti questi termini) -, si riferiva solo agli ebrei o era un «mai più» che l’umanità aveva assunto su di sé come un monito lanciato verso il futuro, per fermare l’essere umano ogni volta che vi sarebbe stata la tentazione di un altro massacro, un altro genocidio? 

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Dietro l’affermazione della lotta contro l’antisemitismo si celano oggi il genocidio, i crimini di guerra, quelli contro l’umanità, e perfino il negazionismo, il cui impianto ideologico che nega i campi di sterminio viene ora mutuato dalle destre israeliane per negare i crimini contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Questo è quanto in tutto il mondo gli ebrei che si oppongono alla politica del governo israeliano dicono quando gridano: «Non in nome nostro!».

In questo clima, mentre l’ebraismo degli Stati Uniti presenta un livello vitale di discussione e opposizione, nella diaspora europea si è verificato – osserva Foa – un vero e proprio schiacciamento sulle posizioni di Israele. Non che manchino gruppi che si oppongono alla politica razzista e criminale del governo israeliano e che sostengono la necessità della nascita di uno Stato palestinese, «ma sono pochi, isolati e costantemente denigrati dalle istituzioni comunitarie, che rifiutano di discuterne le tesi». Questo appiattimento della diaspora su Israele sembra soprattutto il frutto della crisi dell’ebraismo europeo, «incapace dopo la Shoah di esprimere una prospettiva culturale e politica autonoma, e quindi divenuto il riflesso sempre più piatto di Israele. Se questo fosse vero, allora le posizioni filoisraeliane della diaspora sarebbero solo la conseguenza della sua crisi, una crisi ormai di lungo periodo. E l’antisemitismo che ne viene generato finirebbe per essere solo il tragico suggello di una tragica mancanza di prospettive, di un appiattimento politico e culturale inedito nella lunga storia della diaspora. E il baratro in cui è precipitata Israele sarebbe anche il suicidio morale dell’intero mondo ebraico, il rifiuto della sua stessa cultura, della sua storia».

Come Mazower anche Anna Foa entra nel merito della famigerata definizione dell’IHRA, adottata nel 2016 da 43 Stati, Italia compresa. Sia Foa che Mazower si soffermano sulle diverse problematiche di tale Dichiarazione, tanto che uno dei suoi stessi primi estensori, Kenneth Stern, se ne dissociò denunciandone l’uso strumentale. Non è l’unica: ne sono infatti state prodotte altre, in particolare la Nexus e la Dichiarazione di Gerusalemme, opera soprattutto di accademici americani e israeliani, formulate nel 2021, che si proponevano di correggere l’assimilazione fra antisionismo e antisemitismo che la dichiarazione dell’IHRA consentiva, e di combattere il pregiudizio senza rinunciare al dibattito politico e alla libertà di pensiero. Non c’è spazio per soffermarsi ulteriormente su questi documenti.

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Preme, piuttosto, concludere con il monito di Anna Foa: «questo “mai più”, tanto ripetuto, non può essere un “mai più” solo per gli ebrei, ma deve necessariamente riguardare il destino di tutti. Solo così potremo salvare la memoria della Shoah, e insieme ad essa quella degli altri genocidi che hanno macchiato il Novecento e stanno ancora macchiando il nostro secolo, di nuovo senza opposizione».

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