di Antonio Salvati
Non pochi volumi hanno ripercorso la storia degli ultimi decenni del nostro paese. Quasi tutti partono dalla vicenda di Tangentopoli e dal tramonto dei partiti di massa (PCI, PSI e DC). Il recente volume L’età dell’incertezza. L’Italia negli ultimi trent’anni (Studium 2026, pp. 304 € 2828), curato dallo storico Augusto D’Angelo, ripercorre la storia italiana degli ultimi trent’anni seguendone soprattutto le dinamiche istituzionali e politiche. I diversi e autorevoli autori, ricostruendo la cornice globale delineatasi dopo la caduta del Muro di Berlino, esaminano da una prospettiva interna gli ultimi decenni di storia del bel paese e conseguentemente le più importanti trasformazioni che ne sono seguite. Ne scaturisce un’analisi che con lucidità accompagna il lettore nel passaggio dalla Prima alla cosiddetta Terza Repubblica.
Fin dalle prime righe D’Angelo definisce le ragioni del titolo del volume, ossia l’elemento costitutivo che ha attraversato e continua ad attraversare l’intera società italiana: l’incertezza. Parlare di incertezza in un’età come quella attuale può apparire scontato di fronte alle crisi che si stagliano nei grandi orizzonti internazionali. Ma c’è un’incertezza – sottolinea D’Angelo – sul futuro dell’Italia, «radicata nel suo ruolo a livello internazionale, che ha anche un’origine endogena: ha a che fare con gli esiti a cui l’hanno condotta le classi dirigenti che l’hanno guidata nell’ultimo abbondante trentennio». La realtà del nostro paese non è avulsa rispetto a quanto è accaduto nel resto del mondo. Il mondo globale ha cambiato tanto la vita e i rapporti tra le persone e i gruppi con un effetto paradosso: ha aperto orizzonti larghi e inediti (tanto che talvolta si teme l’«invasione» – nel volume ne parla diffusamente Valerio De Cesaris – dell’altro che viene da lontano), mentre ha provocato – per reazione – chiusure attorno alla propria persona o a quello che si crede il proprio mondo. Questo processo ha introdotto tante novità, ha capovolto standard di relazioni consolidate, minato sicurezze e reso tutto più complesso. La donna e l’uomo contemporanei sono spesso spaesati, come affermava lo scrittore franco-bulgaro Tzvetan Todorov. È una storia che dura da quasi tre decenni, ma la pandemia ha aumentato lo spaesamento e ora ci si trova un po’ disarmati di fronte al futuro. Tutto ciò ha avuto un riverbero nel nostro paese. Nel volume che abbiamo tra le mani si cerca di comprendere come l’incertezza si sia materializzata nel nostro paese fino a divenirne un elemento caratterizzante. Difficile dar conto a tutti diversi punti di vista, scaturiti da vari campi di osservazione, del volume curato da D’Angelo. Degne di nota le considerazioni sui cambiamenti avvenuti in ambito politico istituzionale i cui esiti sono ben lontani da una transizione ordinata dalla Repubblica dei partiti che avevano scritto la Costituzione. La transizione – va detto chiaramente – si è allungata a dismisura ed è divenuta incertezza.
La spinta al bipolarismo nata all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso non si è sviluppata attorno a due grandi tradizioni politiche solide, attorno a due partiti strutturati. Il panorama politico italiano era e rimane ben più articolato. Si è piuttosto sviluppata attorno a due coalizioni eterogenee e caratterizzate da diversi gradi di fragilità. La competizione politica si è caratterizzata per un certo plebiscitarismo prima all’interno delle coalizioni e poi nel paese, ed ha condotto ad una deriva personalistica dei partiti. Si è prodotto un ricorso a linguaggi pubblici connotati da aggressività, spesso slegati dai nodi politici rilevanti o dal confronto delle idee.
L’Italia è un paese che istintivamente si divide. Che si tratti di politica, sport, geografia o affari, la divisione non è solo un fenomeno occasionale, ma una caratteristica distintiva dell’identità italiana. Dai Guelfi e Ghibellini del Medioevo alle lotte partigiane del Novecento. Continuiamo a essere un paese che si frammenta per istinto e che fatica a costruire un futuro comune.
L’alternanza tra schieramenti e l’avvicendamento di leadership che ha caratterizzato l’ultimo trentennio non ha affatto migliorato qualità del sistema politico. Tutt’altro. Nnel lungo periodo ne ha certamente risentito. Non è solo la nostalgia per la Prima Repubblica (1946-1994) che sorge spontaneamente dal confronto con la frammentazione e l’instabilità politica attuale. Talvolta, rimpiangere quel periodo significa spesso ricordare partiti strutturati con forti identità ideologiche, una forte presenza sul territorio e leader con una specifica visione strategica, in netto contrasto con l’antipolitica e il continuo trasformismo dei decenni successivi. Senza dubbio oggi abbiamo leader e personaggi politici il cui operato è contraddistinto non solo da mancanza di visioni – e spesso da competenza – ma da contraddizioni, incoerenze, inconciliabilità di posizioni sostenute in tempi diversi. Sarebbe assai lungo l’elenco di politici che hanno avversato la realizzabilità di un progetto o di un provvedimento per poi farsene convinti sostenitori, o hanno promesso in campagna elettorale cose non mantenibili che poi puntualmente non hanno mantenuto, senza però pagare alcun prezzo dal punto di vista del consenso.
In tal senso, bene ha fatto D’Angelo a riportare una dichiarazione di Luigi Sturzo del 1926, mentre era in esilio, a proposito di Mussolini: «Uomo di mediocre cultura e di poca preparazione politica, Mussolini ha le qualità brillanti dell’improvvisatore, e non ha affatto gli scrupoli di coloro che, convinti di un’idea, temono di mancare ad essa di fedeltà. Egli è passato dall’estremismo rivoluzionario socialista e dalla grossolana irreligiosità al più evidente conservatorismo e clericalismo; fu antimilitarista e contrario alle imprese coloniali e negò il dovere di difendere la patria, e fu interventista a oltranza e imperialista. Il programma fascista del 1919, suo personale lavoro di demagogia sovversiva, fu trasmutato nel più aspro esperimento reazionario. La sua anima di semplicizzatore non è legata a nessuna formula; e può passare da una teoria all’altra, da una posizione all’altra, rapidamente anche in forma discontinua, senza rimorsi né rimpianti. In questo suo gioco egli ha una sola mira costante: cogliere gli elementi fantastici e sentimentali del successo. Onde i suoi discorsi sono sempre intonati allo stato d’animo del pubblico al quale egli parla: se il pubblico fosse diverso egli userebbe altro fraseggio».
Colpisce la straordinarietà dell’attualità delle considerazioni di Sturzo che ritraeva il ritratto di un leader politico capace di passare da una posizione all’altra del panorama politico senza avvertire il problema della contraddizione. Privo di un progetto, tanta improvvisazione, unita alla volontà di inseguire gli umori del pubblico e di adattare le proposte politiche di conseguenza. Un ritratto per nulla relegato ad una particolare stagione storica del passato. Anzi. Un profilo che si attaglia con le caratteristiche delle attuali leadership capaci di mutare posizioni con grande rapidità, adottare programmi politici poco definiti, costruire narrazioni e – ancora peggio – provvedimenti, più sugli stati d’animo dell’elettorato che su progetti coerenti.
D’Angelo nell’analizzare le otto legislature succedutesi a partire dal 1994 (dalla XII alla XIX in corso) rileva la crisi del modello del bipolarismo che tanto si auspicava. In realtà, «si è generata una verticalizzazione nei processi decisionali che desta preoccupazione e che appare un falso rimedio al clima d’incertezza». La nuova centralità del leader, favorita anche dal sistema mediatico televisivo e digitale, e da una legislazione elettorale che offre ai leader stessi gli strumenti per enfatizzare il proprio ruolo, «è conseguenza del declino delle procedure di orientamento e decisionali legate ai vecchi partiti di massa». Le formazioni politiche si sono “alleggerite” trovando «la propria legittimazione nella figura carismatica del capo, principale veicolo di consenso e fonte decisionale ultima. La mediazione politica tra partito ed elettori è saltata a vantaggio di un rapporto tra leader ed elettori più diretto, ma comunque condizionato dai mezzi di comunicazione, determinanti nell’influenzare il livello di popolarità personale del leader stesso».
In tal senso, il quadro politico complessivo continua a fornire elementi di grande incertezza per il futuro della nostra democrazia, «che è pur sempre parlamentare e rappresentativa». Lo storico Pietro Scoppola nel lontano 2002 ricordava quanto Aldo Moro ritenesse il bipolarismo rischioso, a causa della fragilità del sistema democratico italiano. La questione cardine resta quella di ragionare su come restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti nelle assemblee legislative. Sarebbe un passo significativo per tentare di ricucire le lacerazioni che gli ultimi decenni hanno prodotto.
