Andrea Bosca al Figari: In quindici minuti un corto deve contenere un mondo

Giurato alla sedicesima edizione del Figari International Short Film Fest insieme a Irene Maiorino e Federico Cesari, l'attore racconta il rap come lavoro sulla parola, il corto come luogo di rischio e il mestiere dell'interprete tra cinema, teatro e piattaforme

Andrea Bosca - 16a edizione del Figari International Short Film Fest - Golfo Aranci - intervista di Alessia de Antoniis
Andrea Bosca - 16a edizione del Figari International Short Film Fest a Golfo Aranci - ph francybrigu
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

21 Giugno 2026 - 16.51


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di Alessia de Antoniis

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Andrea Bosca è da solo, sulla spiaggia, con dei fogli in mano: prepara Bebi. Il primo amore, il testo teatrale che debutterà al Mittelfest. È a Golfo Aranci per la sedicesima edizione del Figari International Short Film Fest, – dal 15 al 20 giugno – in giuria con Irene Maiorino e Federico Cesari.

Intorno i corti internazionali, le proiezioni all’aperto, il mare, il via vai di un festival che da anni lavora sul cinema breve come luogo di scoperta, mercato e formazione dello sguardo. 

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Partiamo da una scoperta: ami molto rap e hip hop.

Moltissimo. Il rap è un lavoro sulla parola di chi non ha altri strumenti che la propria voce. E poi c’è un lato molto poetico del rap, anche se magari oggi è diventato super commerciale. Una volta non era così.

Cosa ti viene dall’hip hop nella recitazione?

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Il senso del ritmo, della capacità di variare i ritmi. I rapper veri riescono a essere interessanti anche se la base è sempre uguale, perché è tutta interpretazione. Guarda Eminem: è un attore. Recita profondamente quello che dice, lo vive, cambia completamente l’azione verbale che sta facendo.

Quelli veri sono in grado di muoversi come attori che recitano una parte. Poi c’è un altro aspetto: sono autentici: quelli bravi si scrivono i testi da soli. C’è una differenza tra strimpellare e saper suonare. Loro sanno suonare la lingua. Come l’attore.

Cosa ti attira in un corto? L’idea, la scrittura, il ritmo, la libertà…

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Il corto mi attira se è un film. Anche se dura quindici minuti, in quei quindici minuti deve esserci un mondo. 

Mi piace quando un corto è poetico, quando ha una piccola idea ma un grande punto di vista. Capisci subito se c’è qualcuno che riesce, in poco tempo, a raccontarti una storia, a organizzare un contesto, a farti entrare. Non deve essere solo una struttura che ti sbalordisce sul finale. 

Al Figari isff la giuria italiana valuta i corti internazionali, mentre la giuria internazionale valuta i titoli italiani. Come hai vissuto questo ribaltamento?

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L’ho trovata una bella idea. È interessante vedere come il nostro cinema viene percepito fuori e, nello stesso tempo, come noi possiamo prendere storie da fuori e sentirle vicine a noi.

Personalmente ho visto una selezione molto buona, che ci ha messo in difficoltà. Avremmo voluto premiare almeno tre corti che ci hanno proprio strappato l’anima. Poi bisogna fare una scelta, giustamente, però saper raccontare una storia che sembra anche di vita banale e che invece ha una profondità assoluta, è una cosa che ci ha colpito.

Poi l’impegno di alcune storie. C’era un’urgenza importante sul femminile: il prendere parola, il denunciare gli abusi, l’essere creduti. E ancora il rispetto dei confini dell’altro, la fiducia che si dà alle persone che si occupano della parte più fragile di noi: ho trovato molto forte un discorso sulla salute mentale, sull’importanza di aiutarsi per far venire fuori abusi e vergogne.

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C’è un tema che mi sembra molto attuale: viviamo in una società che parla, parla, parla. Forse, per incontrarsi davvero, bisognerebbe smettere un attimo di sovrapporsi e semplicemente stare vicini, in silenzio, davanti a qualcosa che ci tocca. Anche andare al cinema richiede un’intimità. Si è spettatori di qualcosa di più grande, di meraviglioso, di toccante, e lo si fa insieme agli altri.

Il corto permette ancora una zona di rischio che il cinema, più esposto al mercato, fatica a concedersi. Hai visto tecniche, libertà di linguaggio, modi di usare immagine, montaggio o suono che forse non arriveranno mai al mainstream, ma che comunque indicano una direzione?

Ho notato un gran lavoro sull’audio. Il montaggio acustico di alcuni lavori era stupefacente, molto immersivo. Anche perché, avendo meno mezzi, si lavora su tutto ciò che può essere costruito o elaborato. In questo caso ho sentito tantissimo il lavoro sulla parte acustica: mi ha portato dentro a tante realtà.

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E poi una grande sapienza di storytelling. Alcuni registi sanno davvero dove mettere la macchina per raccontare i sentimenti. Ho visto modi delicati di approcciare aspetti sensibili, e anche la capacità di fare scelte forti. Se uno sa raccontare le fragilità, anche una storia semplice può diventare molto intensa.

All’estero il corto non viene percepito come un “lungo ristretto in lavatrice”. È un altro mondo. Sei d’accordo?

Totalmente. È un film a sé, punto. Credo che all’estero abbiano una tradizione più solida, forse anche un mercato maggiore. Se ne fanno tantissimi, anche per laurearsi, ci sono mezzi e possibilità. E questo permette di allenarsi molto.

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Hai recitato anche in corti, dove non c’è tempo per arrivare lentamente alle scene. Cosa perde e cosa guadagna un attore quando deve bruciare i tempi che di solito un lungo gli concede?

Dipende. Io mi preparo molto, quindi se ti prepari il lavoro è quello. Certo, quando c’è più cura e più tempo, le cose vengono meglio. Però dipende anche da cosa devi fare.

Credo che il corto sia ancora qualcosa che si fa con la passione degli inizi. Bisogna avere un’attitudine un po’ da battaglia. Si corre, certo. Ma anche in televisione, quando hai quattro o cinque scene al giorno, corri. E al cinema, quando hai una scena sola, comunque corri. Alla fine il mio lavoro è prepararmi prima.

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Hai lavorato con Martone, Ozpetek, Matteo Rovere, Laura Luchetti, Abel Ferrara, Messina, Calopresti. Cosa riconosci in un regista che sa davvero guardare un attore?

Credo che i registi vedano in te qualcosa e poi tu lavori con loro per sviluppare quel qualcosa. Hanno una visione che magari l’attore, concentrandosi su un solo personaggio, non riesce sempre a cogliere. E forse non deve nemmeno coglierla fino in fondo, perché fa altro.

A me piace essere parte di una storia. È come se ti dicessero: vai in quella zona, esplora lì. Tu vai, cerchi, porti indietro quello che hai trovato, se ne discute. È un lavoro molto artigianale, una creazione condivisa.

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Il regista sta scrivendo un libro. Tu sei una parola dentro quel libro. Puoi anche essere cento pagine, ma il libro lo scrive lui. E c’è una bellezza nell’essere la parola del regista, perché quello che fai tu lui non lo può fare. Devi perderti, lasciarti andare, esplorare nella tua zona. Lui dirige, tu reciti e si va avanti insieme. Il cinema non si può fare da soli.

Con Calopresti hai interpretato Marco Pannella in Romanzo Radicale, un film che però non è mai arrivato in sala. Quanto pesa, per un attore, che un lavoro pensato per il cinema non incontri davvero il pubblico?

È stato un onore poter interpretare una personalità così grande, che attraversa la storia italiana, con temi su cui si può ancora discutere. Quel film avrebbe meritato l’uscita in sala. È stato impegnativo, dal punto di vista umano e fisico. Ma sono pronto a rifarlo.

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Spero si possa ancora raccontare una storia così, perché quei temi abbiano più voce. Calopresti è stato coraggioso a scegliermi e mi ha fatto fare un percorso importante: gli sarò sempre grato.

Ti senti dentro un’industria o dentro una bottega che prova a non chiudere?

Non mi sento dentro un’industria. Forse mi è capitato più in televisione il senso di essere dentro qualcosa di più grande. Il cinema mi ha sempre dato l’idea di essere più artigianale.

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Adesso siamo in crisi. Si fanno pochi film, ci sono poche possibilità. Quando il sistema è fiorente, tutto ne beneficia. Sicuramente si è alzata la qualità della televisione e le piattaforme stanno ridefinendo il campo. Ma un film che esce al cinema e coinvolge le persone, ha un effetto diverso da uno che ha grande successo nei salotti, sui divani. Io non so dove andrà tutto questo: sono parte di un mondo che sta cercando di capire cosa sta succedendo.

Vieni da un set internazionale… 

Ho avuto la fortuna di partecipare a un grande progetto, di cui non posso ancora parlare, con mezzi incredibili. È stato bellissimo. Mi sono reso conto che, se in televisione mi è capitato di fare quattro o cinque scene al giorno, e in certi prodotti per piattaforma una o due, in un’esperienza cinematografica internazionale può capitare di fare una scena al giorno. Se la scena è lunga, ci si possono mettere anche più giorni.

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Per un attore non è facile. Quando fai una scena tante volte rischi di scaricarti, di perdere dettagli, di renderla meccanica. Devi trovare il modo perché la scena resti sempre fresca.

Sembra molto vicino al teatro…

Sì. Da questo punto di vista il teatro mi ha sempre dato tanto. Nel teatro, quando è fatto bene, c’è qualcosa che ti lascia a cuore aperto. Non c’è falsità. C’è finzione, ma non c’è falsità.

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Questa esperienza è anche ciò che interessa alla macchina da presa. Anche sul set, dove molto è finto, può accadere qualcosa di vero. È una magia strana: fai un’esperienza umana dentro un luogo costruito.

Posso rifare una scena mille volte, ma deve rimanere viva. A volte, in certi lavori grandi, ti viene chiesto di rimanere a lungo in situazioni emotivamente compromettenti. Devi saper durare e tenere accesa la fiammella. È come in teatro: se non rinnovi quella cosa ogni sera, lo spettacolo è già un po’ morto.

Cosa deve accadere perché cinema, teatro o televisione funzionino davvero?

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Deve esserci onestà. Quando c’è, gli spettatori lo sentono, sia a teatro che al cinema o in televisione. Lo vediamo nei corti, nei lunghi, nel teatro. Quando c’è un momento di onestà, un momento di verità, secondo me lì c’è ancora tutta la poesia del nostro mestiere. 

E poi c’è l’umiltà: i grandi con cui mi è capitato di lavorare si chiedono sempre come possono migliorare, come possono studiare. Sono esploratori, ricercatori. Gente che studia fino all’ultimo giorno. Secondo me è quella disponibilità a non fermarsi mai che fa la vera differenza.

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