Dopo aver conquistato i palcoscenici internazionali, il progetto Duettango si appresta a varcare i confini della Cina per una prestigiosa tournée che porterà l’intensità del tango contemporaneo nei più importanti centri culturali del Paese.
Nato dall’audacia artistica del pianista e direttore d’orchestra Filippo Arlia, e dall’incontro con il bandoneon di Cesare Chiacchiaretta, Duettango si distingue per una scelta interpretativa radicale e originale: restituire al pianoforte un ruolo centrale e paritario accanto al bandoneon. Questo sodalizio sovverte la consuetudine tradizionale della musica di Astor Piazzolla – che vedeva spesso il pianoforte in secondo piano rispetto al dialogo tra bandoneon e violino – per dare vita a un equilibrio sonoro inedito.
A suggellare il rilievo filologico e artistico di questo tour, vi è un elemento a dir poco suggestivo: la presenza sul palco del bandoneon originale appartenuto ad Astor Piazzolla, concesso per l’occasione da Laura Escalada Piazzolla, vedova del Maestro e presidente della Fundación Piazzolla. Il tour attraverserà sale da concerto di primo piano nel panorama internazionale, toccando le città di Shijiazhuang, Dalian, Pechino e Liuzhou, dal 15 al 22 maggio. Un viaggio sospeso tra virtuosismo, lirismo e innovazione, che propone una lettura contemporanea del tango nuevo. È proprio da questo ponte ideale tra tradizione e avanguardia che iniziamo la nostra conversazione con il Maestro Arlia.
Duettango nasce da una scelta radicale: un concerto retto da due soli strumenti. Come è giunto all’idea che pianoforte e bandoneon possono interagire e bastare a se stessi?
La scelta di ridurre l’organico a soli due strumenti non è stata una rinuncia, ma una scommessa sull’essenzialità. Il pianoforte e il bandoneon sono l’alfa e l’omega del tango: il primo ne rappresenta la struttura, l’ossatura armonica e la spinta percussiva; il secondo è la voce, il respiro profondo, l’anima melodica e nostalgica. Insieme non si limitano a interagire, si completano. Abbiamo capito che spogliando il Nuevo Tango dalle sovrastrutture orchestrali potevamo raggiungere un’intimità e una purezza espressiva uniche. In due non c’è spazio per nascondersi: ogni nota pesa, ogni silenzio diventa drammatico. Questa nudità strumentale non toglie potenza alla musica di Piazzolla, al contrario, ne amplifica la forza ancestrale.
Nella tradizione del tango, il pianoforte ha spesso svolto un ruolo di accompagnamento. Come ha lavorato, sul piano contrappuntistico e degli arrangiamenti, per riportarlo al centro del discorso musicale senza squilibrare il dialogo con Chiacchiaretta?
Il lavoro sugli arrangiamenti è stato chirurgico. Per riportare il pianoforte al centro, ho attinto a piene mani dalla lezione accademica e dal contrappunto classico. Il pianoforte non doveva più solo “tenere il tempo” o fare da tappeto armonico, ma diventare un interlocutore paritario, capace di sfidare, inseguire e provocare il bandoneon. Con Cesare Chiacchiaretta c’è un’intesa quasi telepatica: il segreto sta nel bilanciamento dei pesi sonori e nell’alternanza dei ruoli. Quando il pianoforte si fa lirico, il bandoneon si fa ritmo, e viceversa. È un dialogo continuo, un gioco di tensioni e risoluzioni in cui nessuno dei due strumenti prevarica l’altro, ma entrambi lottano e si fondono per lo stesso fine espressivo
Suonare con il bandoneon originale di Piazzolla è un evento che va ben oltre la semplice suggestione simbolica. Che effetto produce sul palco, nella relazione con il pubblico, con la musica stessa?
Avere sul palco lo strumento appartenuto ad Astor non è solo un onore immenso, è una responsabilità che fa tremare le vene e i polsi. C’è una componente mistica in quel legno e in quel mantice: sembra quasi che lo strumento custodisca ancora il respiro, l’energia e il pensiero del suo maestro. Sul palco questa presenza si avverte chiaramente, crea una tensione sacrale. Il pubblico percepisce che non sta assistendo solo a un tributo, ma a una sorta di passaggio di testimone, a una connessione diretta con la storia. Per noi significa suonare con un rispetto totale, cercando di far parlare quella voce con la stessa verità e la stessa urgenza con cui parlava quando era tra le mani di Piazzolla
La Cina è tra i mercati culturali più dinamici. Cosa si aspetta da un pubblico che si avvicina al tango da una prospettiva così distante da quella rioplatense?
La Cina è una terra affascinante proprio per questo cortocircuito culturale. Geograficamente e culturalmente la prospettiva rioplatense sembra lontanissima, ma il Nuevo Tango ha una caratteristica unica: è una musica universale. Parla di nostalgia, di passione, di solitudine e di riscatto, che sono sentimenti umani universali, privi di passaporto. Mi aspetto – e in parte abbiamo già meravigliosamente verificato sul campo – un pubblico estremamente curioso, attento e pronto a farsi travolgere dall’impatto emotivo di questa musica. La reazione del pubblico cinese è di un’intensità sorprendente, a dimostrazione del fatto che quando la musica è sincera, abbatte qualsiasi barriera culturale o linguistica
Dopo New York, Osaka e ora la Cina, Duettango amplia la sua traiettoria internazionale. Esiste nella sua visione un luogo, geografico o ideale, in cui questo progetto troverebbe la sua forma più compiuta?
Geograficamente, il cerchio si chiuderà idealmente quando porteremo questo progetto a Buenos Aires, nei luoghi in cui questa musica è nata e ha faticato per imporsi. Suonare lì, con la nostra sensibilità italiana e accademica, sarebbe un definitivo esame di maturità. Se invece penso a un luogo ideale, la forma più compiuta di Duettango si realizza ogni volta che riusciamo a portare questa musica fuori dai suoi confini tradizionali: non solo nei grandi templi della musica classica, ma ovunque ci sia un pubblico disposto a spogliarsi dei pregiudizi per ascoltare il tango non come genere da ballo, ma come pura e altissima letteratura musicale. Quello, per me, è il vero traguardo.
