Gli altri rivoluzionari: alle 10.25 la violenza cambia binario

Al TeatroBasilica Valerio Bucci attraversa gli anni di piombo senza trasformarli in cronaca. Tra molotov, rabbia, orsi rosa ed educazione alla tolleranza, la domanda non è chi avesse ragione allora, ma chi trae vantaggio oggi da una generazione incapace di arrabbiarsi

Gli altri rivoluzionari - recensione di Alessia de Antoniis - Ph. Simone Galli -
Gli altri rivoluzionari - Ph. Simone Galli
Preroll AMP

Alessia de Antoniis Modifica articolo

17 Maggio 2026 - 23.19


ATF AMP

di Alessia de Antoniis

Top Right AMP

Un annuncio ferroviario. Un treno Trenitalia delle 10.25, la voce impersonale della stazione. In scena al TeatroBasilica di Roma, un tavolo. Due ragazzi, due ragazze, una sacca con il materiale per preparare una molotov. Tutto ha ancora l’aria di qualcosa che può essere discusso, controllato, forse perfino rimandato. Poi l’esplosione. La normalità viene lacerata senza preavviso. Gli altri rivoluzionari comincia da qui: non dalla Storia come racconto ordinato, ma dal momento in cui il gesto smette di essere ipotesi e diventa conseguenza.

Scritto da Valerio Bucci, autore e interprete insieme a Benedetta Margheriti, Veronica Toscanelli e Roberto Tufo, Gli altri rivoluzionari nasce all’interno del percorso del collettivo under 35 Teatro Villa Pamphilj, con la drammaturgia di Agnese Desideri, la supervisione artistica di Andrea Cosentino e la produzione di Malalingua Teatro / Collettivo Zeigarnik. Il materiale di partenza è l’Italia della fine degli anni Settanta, quella attraversata dalla lotta studentesca, dalla contrapposizione tra rossi e neri, dalla violenza politica che ha trasformato una generazione in campo di battaglia. 

Dynamic 1 AMP

Un mondo che la generazione in scena ha letto sui libri, incontrato nei documentari, forse ascoltato in racconti familiari frammentari, filtrati da genitori che allora erano bambini o non erano ancora nati. 

Il tavolo iniziale è quasi una soglia. E i quattro giovani sono davanti a qualcosa che brucia prima ancora di essere acceso. La sacca, i guanti, la paura che il materiale sia tossico, la goffaggine dei preparativi: tutto porta la violenza fuori dalla retorica: prima di diventare ideologia, la violenza è un oggetto sul tavolo.

Gli anni di piombo non vengono messi in scena come repertorio di simboli. Rossi e neri non sono categorie politiche. Semmai posture, appartenenze, desideri di riconoscimento, modi diversi di dare forma alla frustrazione. La drammaturgia procede per frammenti, cortocircuiti, scarti temporali. Una sassata lanciata per gioco può aprire una ferita. Una pistola può sparare nel mucchio e trasformare chi la impugna in qualcuno che deve subito capire se ha ucciso davvero. 

Dynamic 1 AMP

Bucci evita la trappola del museo politico. Non cristallizza gli anni Settanta dentro la nostalgia cupa delle fazioni, né li riduce a lezioncina scolastica. Li usa come materiale instabile, lasciando che il passato produca attrito con il presente. 

Accanto alle armi, alle molotov, alle manifestazioni, ai commando e ai morti, entrano Facebook, Instagram, TikTok, i Teletubbies, pane e Nutella, l’educazione alla tolleranza, il linguaggio contemporaneo della rabbia “da gestire”. Il corto circuito è netto: da una generazione che ha trasformato il conflitto in azione, a una generazione che ha imparato a neutralizzarlo prima ancora di riconoscerlo.

La domanda, allora, non è se la violenza politica degli anni Settanta possa essere compresa o assolta. La domanda più scomoda è un’altra: che cosa succede quando una società educa i propri figli a sopportare tutto? Quando la pace interiore, la moderazione, la tolleranza, l’armonia diventano non più strumenti di liberazione, ma grammatica dell’adattamento? Quanto la cultura del “non esplodere”, del “respira”, del “accogli”, del “non passare dalla parte del torto” ha prodotto cittadini più consapevoli e quanto, invece, corpi docili, incapaci di trasformare la rabbia in conflitto politico?

Dynamic 1 AMP

E l’entrata in scena di un orso rosa diventa una delle immagini più eloquenti. Non è un semplice momento grottesco, né una trovata tenera. È una figura politica. L’orso che abbraccia tutti mostra una generazione formata alla disattivazione del conflitto, addestrata a non fare paura, a non disturbare, a rendere innocua perfino la propria ferocia. La rabbia non viene eliminata: viene travestita. Non viene compresa: viene resa presentabile. Il potere non ha più bisogno di reprimerti frontalmente se riesce a convincerti che ogni reazione è eccessiva, ogni urto è colpa, ogni conflitto è una malattia della relazione.

Qui Gli altri rivoluzionari trova il suo vero controcampo. Da una parte il gesto armato, la molotov, il colpo sparato nel mucchio, la fascinazione per il rischio, la possibilità di fare male e di farsi male. Dall’altra una pedagogia dell’innocuità che somiglia alla rana bollita: l’acqua sale di grado in grado, il mondo peggiora, il futuro si restringe, il pianeta brucia, le guerre diventano rumore di fondo, ma il comando resta lo stesso: tollera. Non reagire. Sii abbracciabile.

Bucci non rimpiange gli anni di piombo, non li nobilita, non li usa come serbatoio romantico di radicalità. Chiede che cosa sia rimasto, oggi, della possibilità di opporsi. Se ogni rabbia viene immediatamente psicologizzata, se ogni conflitto viene ricondotto alla buona educazione, se ogni gesto di rottura viene neutralizzato prima ancora di produrre pensiero, allora la violenza non sparisce. Si sposta. Diventa sotterranea, nevrotica, imprevedibile. Torna dove meno sappiamo leggerla.

Dynamic 1 AMP

La scena, nelle immagini più riuscite, lavora per sottrazione e straniamento. Il buio inghiotte spesso i corpi, li rende sagome più che personaggi pienamente psicologici. I guanti, i petali rossi, l’estetica quasi pop del “kaboom”, il tavolo come laboratorio precario della rivolta: tutto concorre a impedire la ricostruzione naturalistica. Non siamo davanti a una pagina illustrata della storia italiana, ma a ciò che di quella storia è arrivato a chi non c’era: schegge, formule, rimozioni, aneddoti, immagini di archivio, colpe ereditate senza istruzioni per l’uso.

Il finale riprende l’inizio, ma lo devia. Torna lo stesso audio ferroviario, torna lo stesso orario: 10.25. La scena però è cambiata. Non più il tavolo con la molotov, ma una panchina, un’attesa, un tempo che sembra potersi aprire invece di richiudersi sul boato. Invece della deflagrazione, Telefonami tra vent’anni di Lucio Dalla. La struttura torna su se stessa, ma non coincide più con il proprio trauma. Dove all’inizio la normalità veniva squarciata dalla violenza, alla fine la ripetizione viene attraversata da una canzone che rimanda, chiede tempo. Sposta la domanda più avanti. 

Forse è questo il gesto più politico dello spettacolo: non assolvere, non comprendere fino in fondo, non trasformare la violenza in lezione edificante. Lasciare invece che la stessa ora, lo stesso annuncio, lo stesso binario producano un’altra possibilità. Alle 10.25 la Storia potrebbe esplodere di nuovo. Invece… Telefona tra vent’anni. Io adesso non so cosa dirti, non so risponderti e non ho voglia di capirti…

Dynamic 1 AMP
FloorAD AMP
Exit mobile version